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Valerio Magrelli - Nel condominio di carne

Nell’endecasillabizzare il corpo, / nell’endecasillabizzar la prosa

mercoledì 3 marzo 2004, di Lorenzo Flabbi

Les écrivains qui ont recours à leurs doigts pour savoir s’ils ont leur compte de pieds, ne sont pas des poètes, ce sont des dactylographes
Léo Ferré, Préface

(1 - Lettura senza barre trasversali)

(Intendasi l’esergo come ironica o, se meglio si crede, allora meglio.)

Fino a che punto è lecito un discorso centrato sugli aspetti più prosodici attorno a un libro scritto in prosa (e bene)? Si tratta senza dubbio di forzare il testo su una leva circoscritta abbandonando le altre componenti alla deriva ed obbedendo solo a un unico richiamo-suggestione; nel caso del libretto di Magrelli si è spinti a farlo quasi inconsciamente, legittimati dalle forme chiuse celate (e neanche troppo) nei paragrafi. Diciamoci le cose come stanno: la dittatura del significante in questo caso gioca un ruolo enorme. Non epifenomenico, ma forte.
Magrelli scrive il primo testo in prosa utilizzando il verso a cui più sfugge quando va a capo prima della fine del margine di destra della pagina: ed ecco Nel condominio di carne inanellarsi catene brillanti di endecasillabi e di settenari quando au contraire il poeta Magrelli più spesso cerca il ritmo del pensiero che quello della tradizione metrica.
Facciamo qualche esempio, che non guasta. Le prime righe già fanno intuire che il ritmo della prosa si sviluppa su una cadenza dispari alternata:

Il mio passato è una malattia contratta nell’infanzia. Perciò ho deciso di capire come.

Scriviamola così, come si usa:

Il mio passato è una malattia / contratta nell’infanzia. / Perciò ho deciso di capire come.

Endecasillabo più settenario più endecasillabo; ecco che il paragrafo è già rivelatore di uno schema che è schema della mente, serpente nella prosa, ed elegante snodarsi del pensiero attorno a un ritmo. Si formano così sintagmi pieni che possono isolarsi e mantenere non solo il senso dato dal contesto, ma anche un senso prima, una vertigine di concretezza e luminosità.

Cellette d’api, snodi autostradali.
Gli spazi interstellari della carne.
Il papilloma vola fra i tessuti, / farfalla della morte.
Capii che la mestizia del ricordo / non era che la forma del mio essere.

Estremi tecnicismi si accompagnano con frasi formulari quotidiane:

Un esercizio di patopatia.
Il camion del trasloco è già arrivato.
Guardiamo allora alla discopatia.
Uscito da un’ennesima degenza.

Se cediamo alla lettura rapsodica, al gusto del frammento, troveremo un campionario vasto al punto tale da sovrapporsi quasi alla metà di tutto il volumetto. Non saprei stimare con certezza e precisione, ma un buon trenta per cento delle frasi si infila in questo schema, come un guanto si infila in una tasca (e qui la mano è invece il contenuto delle prose inteso come verbo senza forma). Qualche sequenza a caso, tra le tante:

Adesso è la sirena. Non la cerco / neanche, so qual è, / so che l’amputazione lascia il segno, / non subito, magari, ma alla lunga. / Ed eccola barrire. […] Taglio anche la fettuccia / che regge il corno appeso allo specchietto, / però, come temevo serve a poco. / Taglio il tubo dell’acqua, / quello della benzina / e mentre mi allontano dal pantano, / rassegnato, / la macchina è un gomitolo disfatto, / ma che continua a gemere, straziante.(1)

Si noti l’eccezione: ’rassegnato’. Ma la scansione in tesi e arsi dice che abbiamo un peone terzo (o due trochei), il piede più consueto di chiusura. Sostituire infatti ’dal pantano’ col termine in questione è equivalente a togliere l’inciso, tra due virgole.

E ancora qualche esempio da qua e là.

Dovrei lasciare andare questa voce? / Dovrei sentirla sventolare in aria, / come una frangia come una bandiera? / Non io, che torno rapido con bende, / garze, cerotti. (2) ("Garze, cerotti" sono l’emistichio di un endecasillabo a minori (3) ).

Ma è tardi, troppo tardi, è già scomparsa, / perché questa scrittura prende quota, / decolla e decollando / si porta via per sempre / il senso che una volta aveva espresso. (4)

Ma in verità il fantasma è uno soltanto / che trascorre frusciando tra le forme.Io avevo tutto questo e l’ho gettato.Avevo il negativo dell’infanzia. (5)

La carta-salva-mosca-della-voce. / Con la fotografia è lo stesso, certo.(6) (Si noterà che spesso è enfatizzata la dimensione ritmica isolando la frase tra due punti, come un’asse piazzata a collegare impalcature che qui sono i paragrafi o altre frasi.)

Non va taciuta neanche la presenza di alcuni versi propriamente detti. E non sorprenderà certo saperli ancora endecasillo-settenari, forgiati sull’impronta e l’attrazione dell’onda interna al testo, calibrati sotto il dominio ritmico del libro. Dominio demoniaco che ipnotizza, che si fa sottotrama penetrante.
Verifichiamo all’ultimo paragrafo che la tenuta è intensa, l’andamento resiste fino in fondo ed è mattone e insieme calce dell’impalcatura. Ecco le prime righe (i primi versi?):

Non ho mai più rivisto il luminare. / Né lui, né il suo bronzetto. / Non sono più tornato sul Gran Sasso.

Ed ecco la chiusura, ecco il sigillo:

Io sono nato dopo un regicidio.

Nell’endecasillabizzare tutto c’è il rischio di tacere anche del resto. Di cosa parli il libro è presto detto: si tratta di un’anabasi (ab contrario?) del proprio corpo-macchina-organismo attraversando muscoli e miopie, passando per degenze ospedaliere, per ipertecnologiche abiezioni (ma niente a che vedere con Virilio - sia detto all’italiana, senza accento, come fosse il latino senza ’g’ - e il suo indossare la tecnologia). Il corpo si riscrive sulla pagina con gesti memoriali anche strazianti (le lastre degli esami da bambino si fanno epifania e lacerazione: Avevo il negativo dell’infanzia. […] Io avevo tutto questo e l’ho gettato.).
I fini accostamenti letterari talvolta imprevedibili e bizzarri parrebbero demitologizzanti; eppure se si legge in filigrana rimangono al di qua di parodie che presuppongono l’abbassamento del primo termine fino al secondo. Il tono è ben lontano dal sarcasmo persino quando dopo un’accurata anamnesi i dottori specialisti costringono il paziente (che è colui che dice io e l’autore) a bere litri di liquidi per cause di disturbi renali e il corpo quasi quasi esplode: Adesso somigliavo a un annegato, e vengono citati i fenotipi diametralmente opposti di Flebas il fenicio e dell’omino Michelin. Tornano i temi che già furono centrali agli altri libri di Magrelli (almeno fino alle Didascalie): E immaginavo un Nilo dello sguardo / con quel lento deposito di limo che speravo benefico /, a fecondare le terre dell’occhio. Potrebbero esser versi di Nature e venature, e ancora meglio di Ora serrata retinae, il libro d’esordio (e testo decisivo per la nostra letteratura in tutti gli anni Ottanta).

Dall’angolo nascosto del metrologo evade mal represso anche un sospiro giubilatorio e timido al contempo: che libro affascinante, che portento…

__

Nel condominio di carne, Valerio Magrelli, Stile libero Tascabili Einaudi, otto e cinquanta euro, duemila tre. Chiudo dattilograficamente.

***

(2 - Lettura con le barre trasversali)

(Intendasi l’esergo come ironica / o, se meglio si crede, allora meglio.)

Fino a che punto è lecito un discorso / centrato sugli aspetti più prosodici / attorno a un libro scritto in prosa (e bene)? / Si tratta senza dubbio di forzare / il testo su una leva circoscritta / abbandonando le altre componenti / alla deriva ed obbedendo solo / a un unico richiamo-suggestione; / nel caso del libretto di Magrelli / si è spinti a farlo quasi inconsciamente, / legittimati dalle forme chiuse / celate (e neanche troppo) nei paragrafi. / Diciamoci le cose come stanno: / la dittatura del significante / in questo caso gioca un ruolo enorme. / Non epifenomenico, ma forte.
Magrelli scrive il primo testo in prosa / utilizzando il verso a cui più sfugge / quando va a capo prima della fine / del margine di destra della pagina: / ed ecco Nel condominio di carne / inanellarsi catene brillanti / di endecasillabi e di settenari / quando au contraire il poeta Magrelli / più spesso cerca il ritmo del pensiero / che quello della tradizione metrica.
Facciamo qualche esempio, che non guasta. / Le prime righe già fanno intuire / che il ritmo della prosa si sviluppa / su una cadenza dispari alternata:

Il mio passato è una malattia contratta nell’infanzia. Perciò ho deciso di capire come.

Scriviamola così, come si usa:

Il mio passato è una malattia / contratta nell’infanzia. / Perciò ho deciso di capire come.

Endecasillabo più settenario / più endecasillabo; ecco che il paragrafo / è già rivelatore di uno schema / che è schema della mente, / serpente nella prosa, ed elegante / snodarsi del pensiero attorno a un ritmo. / Si formano così sintagmi pieni / che possono isolarsi e mantenere / non solo il senso dato dal contesto, / ma anche un senso prima, una vertigine / di concretezza e luminosità.

Cellette d’api, snodi autostradali.
Gli spazi interstellari della carne.
Il papilloma vola fra i tessuti, / farfalla della morte.
Capii che la mestizia del ricordo / non era che la forma del mio essere.

Estremi tecnicismi si accompagnano / con frasi formulari quotidiane:

Un esercizio di patopatia.
Il camion del trasloco è già arrivato.
Guardiamo allora alla discopatia.
Uscito da un’ennesima degenza.

Se cediamo alla lettura rapsodica, / al gusto del frammento, troveremo / un campionario vasto al punto tale / da sovrapporsi quasi alla metà / di tutto il volumetto. Non saprei / stimare con certezza e precisione, / ma un buon trenta per cento delle frasi / si infila in questo schema, come un guanto / si infila in una tasca (e qui la mano / è invece il contenuto delle prose / inteso come verbo senza forma). / Qualche sequenza a caso, tra le tante:

Adesso è la sirena. / Non la cerco neanche, so qual è, / so che l’amputazione lascia il segno, / non subito, magari, ma alla lunga. / Ed eccola barrire. […] Taglio anche la fettuccia / che regge il corno appeso allo specchietto, / però, come temevo serve a poco. / Taglio il tubo dell’acqua, / quello della benzina / e mentre mi allontano dal pantano, / rassegnato, / la macchina è un gomitolo disfatto, / ma che continua a gemere, straziante.(1)

Si noti l’eccezione: ’rassegnato’. / Ma la scansione in tesi e arsi dice / che abbiamo un peone terzo (o due trochei), / il piede più consueto di chiusura. / Sostituire infatti ’dal pantano’ / col termine in questione è equivalente / a togliere l’inciso, tra due virgole.

E ancora qualche esempio da qua e là.

Dovrei lasciare andare questa voce? / Dovrei sentirla sventolare in aria, / come una frangia come una bandiera? / Non io, che torno rapido con bende, / garze, cerotti. (2) ("Garze, cerotti" sono l’emistichio / di un endecasillabo a minori (3) ).
Ma è tardi, troppo tardi, è già scomparsa, / perché questa scrittura prende quota, / decolla e decollando / si porta via per sempre / il senso che una volta aveva espresso. (4)
Ma in verità il fantasma è uno soltanto / che trascorre frusciando tra le forme.Io avevo tutto questo e l’ho gettato.Avevo il negativo dell’infanzia. (5)
La carta-salva-mosca-della-voce. / Con la fotografia è lo stesso, certo.(6) (Si noterà che spesso è enfatizzata / la dimensione ritmica isolando / la frase tra due punti, come un’asse / piazzata a collegare impalcature / che qui sono i paragrafi o altre frasi.)

Non va taciuta neanche la presenza / di alcuni versi propriamente detti. / E non sorprenderà certo saperli / ancora endecasillo-settenari, / forgiati sull’impronta e l’attrazione / dell’onda interna al testo, calibrati / sotto il dominio ritmico del libro. / Dominio demoniaco che ipnotizza, / che si fa sottotrama penetrante.
Verifichiamo all’ultimo paragrafo / che la tenuta è intensa, l’andamento / resiste fino in fondo ed è mattone / e insieme calce dell’impalcatura. / Ecco le prime righe (i primi versi?):

Non ho mai più rivisto il luminare. / Né lui, né il suo bronzetto. / Non sono più tornato sul Gran Sasso.

Ed ecco la chiusura, ecco il sigillo:

Io sono nato dopo un regicidio.

Nell’endecasillabizzare tutto / c’è il rischio di tacere anche del resto. / Di cosa parli il libro è presto detto: / si tratta di un’anabasi (ab contrario?) / del proprio corpo-macchina-organismo / attraversando muscoli e miopie, / passando per degenze ospedaliere, / per ipertecnologiche abiezioni / (ma niente a che vedere con Virilio / - sia detto all’italiana, senza accento, / come fosse il latino senza ’g’ - / e il suo indossare la tecnologia). / Il corpo si riscrive sulla pagina / con gesti memoriali anche strazianti / (le lastre degli esami da bambino / si fanno epifania e lacerazione: Avevo il negativo dell’infanzia. […] Io avevo tutto questo e l’ho gettato.).
I fini accostamenti letterari / talvolta imprevedibili e bizzarri / parrebbero demitologizzanti; / eppure se si legge in filigrana / rimangono al di qua di parodie / che presuppongono l’abbassamento / del primo termine fino al secondo. / Il tono è ben lontano dal sarcasmo / persino quando dopo un’accurata / anamnesi i dottori specialisti / costringono il paziente (che è colui / che dice io e l’autore) a bere litri / di liquidi per cause di disturbi / renali e il corpo quasi quasi esplode: / Adesso somigliavo a un annegato, / e vengono citati i fenotipi / diametralmente opposti / di Flebas il fenicio e dell’omino / Michelin. Tornano i temi che già furono / centrali agli altri libri di Magrelli / (almeno fino alle Didascalie): / E immaginavo un Nilo dello sguardo / con quel lento deposito di limo / che speravo benefico, / a fecondare le terre dell’occhio. / Potrebbero esser versi di Nature / e venature, e ancora meglio di Ora / serrata retinae, il libro d’esordio / (e testo decisivo per la nostra / letteratura in tutti gli anni Ottanta).

Dall’angolo nascosto del metrologo / evade mal represso anche un sospiro / giubilatorio e timido al contempo: / che libro affascinante, che portento…

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Nel condominio di carne, Valerio / Magrelli, Stile libero Tascabili / Einaudi, otto e cinquanta euro, duemila / tre. Chiudo dattilograficamente.

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Note

1 - Pag. 17
2 - Pag. 18
3 - Con accento di cesura mediana in quarta posizione. Furibonde orde di metricologi unite come un sol uomo staranno già affilando minacciose le spade al grido: "A minore! Si dice a minore!" Armato di inaudito coraggio, mi prendo la responsabilità del grave affronto utilizzando la lezione di minoranza, a mio avviso sintatticamente più corretta, data a testo (anche se, A priori!, non ho nulla di ideologico in contrario all’espressione più consueta). Quando si dice l’intuito polemico, la capacità di incidere...
4 - Pag. 48
5 - Pag. 91
6 - Pag. 93

Bibliografia poetica di Valerio Magrelli:
Ora serrata retinae, Feltrinelli, 1980
Nature e Venature, Mondadori, 1987
Esercizi di tiptologia, Mondadori, 1992
Poesie e altre poesie, (1980-1992) Einaudi, 1996
Didascalie per la lettura di un giornale, Einaudi, 1999.

Messaggi

  • Non sta bene sperticarsi e inerpicarsi su ripide pareti sdrucciolevoli di complimenti chiamando all’adunata tutti i peggiori sospetti di piaggeria verso il leader di un qualsivoglia consesso umano, sia pure costui un democraticissimo primus inter pares di augustea memoria nella redazione di una rivista on line, e non sta bene specie in tempi siffatti, dove i "capi" son tornati brutalmente di moda nelle maniere più volgarmente dittatoriali, e la scappellata l’inchino l’omaggio la riverenza l’offerta del deretano l’autoumiliazione pubblica senza più alcuna dignità intellettuale son diventate la norma, eppure corro intrepido il rischio di mostrarmi a occhi estranei come un sordido viscido spudorato adulatore e ti dico che sei un fenomeno!

    E’ un giudizio critico, questo, sul tuo saggio magrelliano? Assolutamente sì. Prova a censurarmi, adesso.

  • Nulla. Sono basito. Erano anni che aspettavo una cosa del genere (la risata satanica soffocata fra parentesi vuole segnalare la presenza, nel capolavoro, di un ipermetro - il che mi rassicura sulla possibilità di salvezza dell’anima dell’autore nonché sulla ripetibilità antipaganiniana dell’evento). Grazie.

    p.s. attenti a quei giochini con l’accento sulla decima. Ricordo una serata, in quel di Radi, in cui iniziammo incoscientemente il "gioco delle domande" (versione a tre giocatori) di "Rosencratz e Guilderstein sono morti", e ci trovammo compulsivamente impaniati per tutta la notte

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