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11 - Che il gallo canti pure. Ritratti

Conversazione con Antonio Moresco: turbare il sonno cimiteriale

Un’intervista.

giovedì 26 febbraio 2004, di Alessio Lega, Anna Lamberti Bocconi

La poetessa Anna Lamberti Bocconi e il cantautore Alessio Lega conversano con Antonio Moresco, scrittore, perturbante, sconvolgente, , ,.
L’incontro risale al 2003, prima della pubblicazione della seconda parte dei Canti del caos, usciti a settembre dell’anno scorso per Rizzoli, e questo spiega alcuni anacronismi.

Alessio: Antonio, stai lavorando alla trilogia dei Canti del caos. Rileggendo il primo volume, pensavo al fatto che c’è sicuramente un vettore etico nella tua scrittura...

Antonio: Personalmente non utilizzerei questo termine, poiché a volte l’etica è utilizzata per creare un meccanismo di separazione artificiale che io vedo ancora all’interno di una logica che non è totale. Però capisco a cosa alludi e mi rendo conto che in me opera un principio di insubordinazione, di non accettazione dello status quo, e questo mi porta a guardare dentro ogni cosa, anche alle più orribili. Ho cercato di affrontare la questione nell’Invasione (Rizzoli 2002), dicendo che nel lavoro non posso rassicurare il lettore.

Anna: Perché secondo te non hai le risonanza che ti meriti? Paura, invidia…

Antonio: Sai , è difficile per me dirlo. A parte che qualunque cosa risponda qualcuno mi salta addossa per forza… quello è presuntuoso, quello chissà cosa pensa… ma non saprei davvero dire. È strano, da una parte a volte capita che persone che leggono i miei libri li abbiano veramente apprezzati, siano riusciti a entrarci, mentre spesso se leggi persone che ne scrivono sui giornali, magari per stroncarli, ti danno l’idea che siano libri illeggibili, perché intollerabili o perché difficilissimi. È un fenomeno che non mi so spiegare fino in fondo. È strano. Io adesso sto scrivendo delle cose su una rivista giovanile, piccola al punto che non va neanche in libreria o in edicola, che è l’unica ad avermi proposto finora questo tipo di collaborazione, con uno spazio fisso. Si chiama Fernandel, e anche lì, dopo che è uscita la prima cosa, il ragazzo che fa questa rivista mi ha mandato un foglio e io mi sono davvero chiesto come mai dovunque vada debba creare questi problemi, con gente che si incazza e si domanda come si fa a pubblicare queste cose, eccetera… Forse è anche per via di un rifiuto storico della radicalità che si trascina nella cultura italiana. Bene o male le persone che hanno avuto un atteggiamento radicale sono state sempre piuttosto rifiutate, e quindi forse anche questo incide. Certo, poi dall’altra parte esiste la questione del mondo editoriale italiano. Ad esempio io penso che Clandestinità sarebbe potuto uscire nel ’79 o nell’80, quando ero poco più che un trentenne, invece che nel ’93. Credo che gli anni Ottanta, di cui si dice che siano stati anni morti culturalmente, probabilmente avrebbero potuto creare un maggior numero di interazioni, un rapporto di maggiore crescita.
L’aspetto materico consiste poi nel blocco dei consulenti, dell’editoria, ma il discorso non finisce lì. Anche da parte dei lettori c’è un atteggiamento di paura, che però in realtà non mi so spiegare.

Anna: Ecco, io forse avrei un’ipotesi da suggerire, e te la propongo con le prossime domande. Tutto ciò che è interessante avviene nella realtà. I grandi eventi cosmogonici che tu racconti mi sembrano il lato nascosto, simbolico e spirituale della realtà, una sua essenzializzazione. Per me tu racconti una genesi in negativo. Dall’iperrealismo della realtà distilli simboli cosmogonici che invece attengono alla verità (intendendo distinguere tra realtà e verità). Cosa può capire della tua narrazione di verità come essenza e distillato della realtà, un borghese medio che della realtà non sa niente? Se uno non sa niente delle cose veramente pazzesche che accadono e che tu racconti, cosa può capire dei tuoi libri, cosa può trovarci di attraente? L’originalità, forse, l’eccesso. Ma poi?

Antonio: Io credo che in fondo a tutti arrivino scampoli di realtà pazzesca e allucinata, per lo meno dai giornali, dalle televisioni, dall’esposizione di corpi dilaniati e di vicende alle quali magari, ci si appassiona anche morbosamente. Ma è quando tu dentro questa materia aggiungi qualche cosa che la sposta e la mette in movimento, crei qualcosa che fa paura. Il cinema, ad esempio, presenta spesso immagini truculente che hanno anche grande successo. Ma se ci inserisci qualcosa che uno non vuol vedere, se tu cerchi la dignità che c’è anche nella cosa più abbietta, allora scatta una sorta di rifiuto, di barriera di autodifesa.
Ecco che ci sono i generi, allora. Gli scrittori di fantascienza così come i più realisti, si inseriscono in una tradizione a cui anche il lettore può fare riferimento. Ma se tu non riesci a stare dentro queste categorie, vedi l’elemento di vuoto che contengono entrambe e unisci esclusivamente le tue cose, crei questa indistinguibilità che si muove.

Anna: Parliamo dell’accusa di ripetitività, secondo me ingiustificata, che ti viene mossa a volte.

Antonio: Anche la struttura interna della materia, in fondo, è ripetitiva. Ma capita che i critici abbiano la tendenza a crearti addosso una gabbia culturale che ti depotenzia, semplicemente assimilandoti ad autori che tu puoi anche non avere mai letto. È un atteggiamento figlio dell’ideologia contemporanea, la quale presuppone che sia impossibile trovare nuove dilatazioni degli spazi narrativi. Per cui se tu vai a dire che magari non è vero che è tutto morto, che siamo tutti morti, ti senti rispondere di non turbare questo sonno cimiteriale, in cui molti si sono adagiati e rassicurati. Un’ideologia che è il rovesciamento dell’illuminismo nella sua fase nascente, tutto incentrato su una concezione della storia orizzontale e progressiva, con meccanismi di pensiero giocati sul senso di conquista. Adesso invece l’ideologia si è attorcigliata su se stessa, e quella che prima era la linea retta è diventata ora il labirinto, il gioco di specchi.
Credo che sia una forma patologica della nostra epoca, quella di non voler riconoscere una cosa in quanto se stessa, ma doverla costantemente fare risalire ad altro e in quell’altro appiattirla. Poi è chiaro che nessuno vive in un vuoto pneumatico, che ognuno ha fatto le sue letture, che si è appassionato a un autore o a un testo. Una grossa responsabilità ce l’ha ancora una volta il sistema editoriale: individuato il tuo target, ti costringe a scrivere in quanto, ad esempio, scrittore per signore o scrittore giovanile. E accade anche che uno si veda assegnare le paternità letterarie più stravaganti e incomprensibili: a me è successo in certi casi di non potermi riconoscere in nessuna maniera con i miei presunti padri, o almeno non più di quanto potrei farlo se mi dicessero, guardandomi in faccia, che ho una madre cinese o un padre negro, senza averne in effetti alcuna delle caratteristiche somatiche. Capisco che questo atteggiamento critico tradisce un’ansia di rassicurazione, ma mi chiedo fino a che punto questo avvenisse anche in passato, nei secoli scorsi.

Alessio: Spesso accade che tra comunità di persone che praticano lo stesso tipo di arte, nel mio caso la canzone, si finisca biliosamente a parlare veramente solo di distribuzione, della musica intesa come prodotto, e se anche noi ci riduciamo a solo questo, ciò mi porta a pensare che in fondo loro hanno vinto. Ora non so cosa succede quando voi incontrate tra scrittori, magari anche per voi è spesso così…

Antonio: No, non direi, magari qualche volta. Ora ad esempio stiamo cercando di fare questa cosa, questo momento di incontro, di irradiazione, che chiamiamo Nazione Indiana per dare un’idea di un insieme che però contiene delle diversità al suo interno, diversità desiderate che non si vogliono ridurre. Lì no, non parliamo di questo. Certo, può capitare soprattutto se hai una vita accidentata editorialmente, e allora ne parli con gli amici. Accade che magari per un po’ di anni sei in una casa editrice e a un certo punto ti sembra di avvertire come un meccanismo di espulsione di un corpo estraneo e allora in quei dati momenti parli di queste robe; altrimenti no, non direi che questa sia la marcatura specifica dei nostri incontri.

Alessio: Ti avevo immaginato come scrittore che cresceva soprattutto nella relazione con gli autori già morti, e invece sei cresciuto anche nel rapporto con i viventi, coi colleghi.

Antonio: Ma per forza sono cresciuto nel rapporto con gli scrittori già morti, perché se fino a 45 anni non hai avuto nessuna possibilità di incontro, sei sempre stato tenuto fuori dalla porta, allora sei costretto a confrontarti con i morti. È una cosa recente per me avere incontri con le persone del mondo letterario. Fino a quarantacinque anni sono rimasto inedito e dopo, anche nei primi periodi, è stato difficile per me creare una rete di contatti; non mi vedevo con nessuno.

Alessio: Io personalmente ho fatto prima fumetti e poi canzoni, due forme d’arte diversissime eppure che quasi non esistono al di fuori del contatto con il pubblico. Così invidiavo lo spirito del pittore, del poeta o dello scrittore… Esistono i Van Gogh, gli scrittori dalla gloria postuma, mentre il cantautore che non ha rapporto con il pubblico alla fine per forze di cose smette. Per te, nel bilancio della tua esperienza, senti che qualcosa è cambiato in questo senso, da quando hai un pubblico di lettori?

Antonio: Cambia fino a un certo punto, perché avendo questa incubazione così lunga, innanzitutto si verifica il fatto che gran parte delle cose che ho pubblicato adesso sono state scritte sotterraneamente e si sono accumulate nei cassetti. Persino quello che sto facendo e continuando adesso, i Canti del caos, li avevo già immaginati e addirittura iniziati molto tempo fa. Quindi non sento una discrepanza tra il prima e il dopo la pubblicazione. Non mi sembra di essermi separato dal mio me stesso di allora, mi sento invece ancora tutto attaccato. Certe volte ho però una strana nostalgia di quella totale sotterraneità, che è anche quasi il desiderio di ricongiungermi prima di crepare a questo tipo di forza cieca, non visibile. Quando mi sento ancora ’dentro’, diciamo così. Però chiaramente si tratta di rapporti minimi di sfasatura, quei rapporti minimi con l’esterno dovuti al fatto di pubblicare cose che escono, vanno fuori, che la gente legge. Io, dopo tutti quegli anni, ero arrivato al punto di essere oramai certissimo che non avrei mai pubblicato nulla. E non sono neanche convinto di quella cantilena consolatoria che dicono a volte, ossia che se si è bravi si esce comunque. Avendo vissuto questa situazione dall’interno so che è stato un purissimo caso se a quarantacinque anni sono riuscito a pubblicare qualcosa che avevo scritto quindici anni prima; un giorno ho mandato un dattiloscritto a un editore a cui non avevo mai spedito nulla, per caso c’era una persona sensibile alla mia scrittura e per caso i tre racconti di Clandestinità erano messi in un modo tale per cui il primo fece molta presa su questa persona anche, e lo seppi dopo, per motivi di identificazione biografica. Probabilmente se li avessi presentati capovolti, come pensavo di fare, non se ne sarebbe fatto nulla. E quindi io so che non è vero che si esce comunque. Nel mio caso sarebbe potuto benissimo andare altrimenti. Io fra l’altro ero ormai stanco, non ce la facevo più a mandare le mie cose in giro ed ero in una situazione che mi spingeva a credere che sarebbe andata sempre così. Poi magari continuavo a dare in giro le mie cose, ma in condizioni che si facevano davvero molto difficili a livello non solo psichico, ma anche di vita.

Anna: Ma tu fai anche un lavoro, diciamo, normale?

Antonio: No, adesso no. Io non ho fatto neanche l’università. Non ho un titolo di studio perché ho sempre avuto grossi problemi scolastici, probabilmente di apprendimento, sin dalle elementari. Quindi non ho fatto l’università e ho accettato di fare questo lavoro politico…

Alessio: Dove lo facevi?

Antonio: Bè, ecco, diciamo che ho attraversato una serie di situazioni che come ultimo approdo mi hanno portato nel coagulo dell’Autonomia Operaia… Comunque io in quegli anni lì ho girato diverse città, ho fatto dei lavori ’santi’, ho lavorato in fabbrica, in officina, in campagna, ho fatto il facchino, tutto quello che trovavo. Poi dopo il ’77 ho avuto un tracollo psicologico, non ce la facevo più a fare questi mestieri e ho dovuto chiudermi: mi sono messo a scrivere e sono stato in questo molto sostenuto dalla persona che vive con me, perché altrimenti non avrei potuto fare nulla.

Alessio: E hai conservato qualche rapporto di simpatia con l’aria della militanza, ammettendo che ne esista ancora una?

Antonio: Io ho fatto questo bilancio: a livello umano, personale, direi che il 70 per cento delle persone che ho conosciuto non vorrei più frequentarle - e infatti capita di incontrarsi per strada e fare finta di non vedersi, come succede agli eserciti sconfitti, che non hanno particolare piacere a riconoscersi (mentre i vittoriosi fanno le rimpatriate…) - e poi c’è una parte fatta di persone che capisco bene quanto debbano essere stimabili. Però capisco anche con tristezza che questa percentuale umana è riscontrabile in qualsiasi tipo di esperienza uno abbia fatto nella vita.

Anna: C’è un libro molto interessante, un breve saggio di Carlo Maria Cipolla, in cui lui dice proprio questo: che tu vada tra analfabeti o tra i premi Nobel, la percentuale di uomini intelligenti non varia.

Antonio: Ho proprio paura che sia così.

Anna: Cipolla parla di pescecani, stupidi, sprovveduti… dove il pescecane è colui che con le proprie azioni reca svantaggio agli altri e vantaggio a se stesso, lo stupido svantaggio a sé e agli altri…

Antonio: E lo sprovveduto?

Anna: Ecco, lo sprovveduto reca vantaggio agli altri e svantaggio a sé.

Antonio: Bene, io ero uno sprovveduto allora!

Anna: Se ti senti pronto avrei alcune domande un po’ eccentriche, in qualche maniera suggestionate dalla lettura dei tuoi libri.

Antonio: Sono prontissimo.

Anna: Ti è capitato di sentire di avere dei sosia, o degli alter ego? Pensi mai a questo tema?

Antonio: Non mi pare. Le mie scissioni avvengono a volte in altro modo. Mi è capitato di star male e mi è successo di vedermi dall’esterno con situazioni terribili e angosciose di rimpicciolimento. Per il resto, solo situazioni comuni che succedono a tutti. Qualcuno che dal formaggiaio ti dice di averti visto il giorno prima in corso Como con una ragazza, quando in realtà eri sul divano di casa tua.

Alessio: Già, il nostro sosia è sempre più fortunato di noi

Antonio: In effetti, a pensarci mi è capitato che mentre attraversavo un posteggio mi è venuto incontro il custode, porgendomi tutto contento un mazzo di chiavi: Tenga dottore! E dire che non ho neanche la macchina. Evidentemente ce l’ha il mio sosia.

Anna: Pensi mai alla risurrezione, come tema assoluto e non solo religioso?

Antonio: No, è una cosa a cui non ho mai pensato. Io ho la tendenza ad andare dentro la materia, tentare di aprirla, ma non so se questo ha a che vedere con ciò a cui tu alludi usando questa parola. È una domanda che mi piace, ma davvero non o rispondere. Richiedimelo tra due o tre anni.

Anna: Credi che il dovere dell’artista possa essere quello di far sentire almeno un attimo alle persone che il mondo sta bruciando?

Antonio: Sarebbe già molto. Sembra davvero che la nostra specie continui ad avanzare senza rendersi conto del fatto che siamo aggrappati a uno scoglio buio piantato nell’universo. Viviamo in una situazione di specie che è pazzesca e perseveriamo ad andare avanti in una macchina cieca, distruttiva. Sorprende che questo non venga fuori più spesso a livello narrativo. Credo che sia ancora una volta questione di rassicurazioni.

Anna: L’ultima domanda. Io ti credo un Dostoevskij del Duemila. Mi ami un po’ per questo?

Antonio: È impossibile non amare una persona che ti dice una cosa così.


Bibliografia delle opere di Antonio Moresco

Clandestinità, Bollati Boringhieri, Torino 1993
La cipolla, Bollati Boringhieri, 1995.
Lettere a nessuno, Bollati Boringhieri, 1997
Gli esordi, Feltrinelli, Milano 1998
La visione (con Carla Benedetti), KKP, Milano 1999.
Il vulcano, Bollati Boringhieri, Torino 1999
Storia d’amore e di specchi, Portofranco, L’Aquila 2000
La santa, Bollati Boringhieri 2000
Scrivere sul fronte occidentale, (a cura di Antonio Moresco e Dario Voltolini), Feltrinelli 2002
Canti del caos. Prima parte. Feltrinelli, Milano 2002
L’invasione, Rizzoli, Milano 2002
Canti del caos. Seconda parte Rizzoli, Milano 2003
***
Con interventi, saggi, brevi narrazioni, Antonio Moresco partecipa al progetto collettivo di Nazione Indiana.

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