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Lawrence Durrell: l’ultimo figlio di Shahrazàd

Lawrence Durrell, Il Quartetto di Alessandria (Justine, Balthazar, Mountolive, Clea), Torino, Einaudi 2003

domenica 25 gennaio 2004, di Luigi Weber

Sono trascorsi più di quarant’anni da quando Lawrence Durrell scrisse quasi di getto, malgrado le dimensioni complessive, il suo capolavoro, la tetralogia di romanzi Il Quartetto di Alessandria, e ne sono passati tondi tondi venti da quando l’ultima edizione italiana è apparsa in commercio, scomparendo poi rapida. Vent’anni di assenza, in un tempo come il nostro di consumo letterario frenetico e distratto, in cui i banchi delle librerie mutano pelle al più ogni quindici giorni, è un arco immensamente lungo, un abisso paragonabile a certe secolari sparizioni medievali di classici latini, ritrovati da qualche umanista fortunato e curioso nelle biblioteche di conventi nascosti in mezzo alle montagne. Così, alla pari di una riemersione pompeiana inattesa e benvenuta, conviene oggi salutare la ricomparsa di tutti e quattro i volumi, riediti da Einaudi nella nuova collana economica L’Arcipelago, perché dell’opera di Durrell, ormai - a differenza di quella del fratello Gerald, naturalista ironico e scrittore a sua volta (ma quanto diverso!), cavallo di razza della scuderia Adelphi - si era persa fin quasi la memoria. Ed era un male, perché questo signore inglese, apolide quant’altri mai, nato nel 1912 a Darjeeling, in un’India fosteriana solidamente anglosassone, e vissuto quasi sempre lontano dal Regno Unito, specie nel Mediterraneo, tra le isole greche e il Medio Oriente, è uno degli interpreti più intonati, sebbene in largo ritardo storico, di quello sguardo esotista che l’Occidente pratica almeno dalla seconda metà del Settecento, e dunque ci può aiutare a comprendere cosa, a metà del XX secolo, in pieno sfascio del Commonwealth e del colonialismo europeo in genere, potesse ancora rappresentare, in termini schiettamente mitologici, l’Oriente. Non tanto, insomma, quel che l’Egitto era in sé, ma quel che su un simile schermo un europeo di cultura raffinata e non poco decadente ci proiettava sopra.
Pianista jazz a tempo perso, giovane bohémien a Parigi negli anni Trenta insieme al suo "maestro" e amico Henry Miller, agente dell’intelligence britannica al Cairo durante la II guerra, direttore del British Council in Argentina, diplomatico a Belgrado, scrittore freelance tra Corfù, Rodi, Cipro e la Provenza, egli stesso appare simile a una figura romanzesca, quasi come l’imprendibile globetrotter V. del primo libro di Thomas Pynchon.
A differenza della sua biografia, così instabile, la sua opera maggiore, appunto il Quartetto di Alessandria, si aggira per le vie di un’unica location, per quanto fantasmagorica: Alessandria d’Egitto. Un’Alessandria che non pochi hanno definito come la vera protagonista dei romanzi, e che Durrell, subito in apertura del ciclo, definisce così:
Cinque razze, cinque lingue, una dozzina di religioni, cinque flotte che si muovono nel gioco dei loro riflessi oleosi dietro la protezione del porto. Ma i sessi sono più di cinque, e soltanto il greco demotico sembra riuscire a indicarne le distinzioni.
La definizione, è vero, evoca tutto un clima ottocentesco tra Delacroix e Ingres, Nerval e Gautier, ma, se ci pensiamo bene, a parte l’accenno tipicamente tardo coloniale alle flotte nel porto - tornate drammaticamente d’attualità, per un altro verso - potrebbe ben descrivere la New York o la Londra di oggi. E allora, vien da chiedersi, chi ha conquistato chi?
"Il successo del Quartetto, sia in America che in Europa, è leggendario - ha ricordato Nadia Fusini in un articolo ingiustamente diffidente su "Repubblica" - Regala a Durrell il tipo di fama che in Europa hanno avuto solo Byron, Wilde, e in America Poe".
Una fama precocemente evaporata, per un autore che invece oggi torna d’attualità non tanto e non solo per la qualità iridescente e sensuale della sua prosa (ne disse Raymond Carver, lui così misurato e asciutto: "ritengo che l’opera di Lawrence Durrell sia unica e insuperata per quanto riguarda il linguaggio"), o per l’immaginario grottesco che sposa l’erotico con il deforme (e d’altro canto era un ammiratore della prim’ora di Tropico del Cancro), quanto per quel che può spiegarci, adesso che il vicino oriente è tornato ad essere tratteggiato dai media come un Altro minaccioso e barbarico, del nostro modo di percepire quanto non ci appartiene.
In passato, forse istigato da uno sguardo alla mole del Quartetto, qualcuno in vena di superficiali analogie ha fatto, erroneamente, il nome di Proust, ma in realtà l’invenzione narrativa messa in opera da Durrell è tutta sua, e non poco singolare. Infatti i quattro romanzi, intitolati ognuno con un nome proprio (Justine, Balthazar, Mountolive, Clea; che dire dello smaltato cromatismo di una simile onomastica?), raccontano in realtà tutti la medesima vicenda. Solo, da punti di vista differenti. Come parti di un prisma sfaccettato e complesso, ogni libro ne offre solo un angolo visuale, e se Justine ospita la storia "non raccontata" di una torrida tresca tra lo scrittore inglese Darley e l’ebrea Justine, tresca che coinvolge molti altri personaggi, tra cui il marito di lei Nessim e la compagna di lui Melissa, ecco che Balthazar appare come la rilettura, commento e demistificazione insieme, di quell’intreccio, mentre Mountolive compie addirittura un salto stilistico più radicale, abbandona la soggettiva del narratore-protagonista dei primi due romanzi e racconta, in terza persona, del diplomatico David Mountolive, la cui permanenza ad Alessandria, tra traffici d’armi, complotti, spie e perversioni varie, incrocia obliquamente gli eventi già noti, svelandone aspetti ancora nuovi. Infine, in Clea la penna torna a Darley, ma non certo per ricomporre in unità gli aspetti di questo plot esploso, di questo iperromanzo poligonale. Le strade, in Alessandria, si moltiplicano soltanto, non conducono in nessun centro.

LAWRENCE DURRELL (1912-1990)
Il Quartetto di Alessandria (1957-1960):
Justine p. 258 euro 13,80
Balthazar p. 248 euro 13,50
Mountolive p. 363 euro 14,50
Clea p. 311 euro 14
Torino, Einaudi 2003

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