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Brassens, l’erbaccia e una ballata

giovedì 4 dicembre 2003, di Alessio Lega

Brassens prima ancora che un sublime artista dei sentimenti, è un infaticabile artigiano della parola: la sua scrittura è formalmente matematica, i suoi versi non sgarrano di un millimetro, adottando una struttura metrica che è spesso un vero rompicapo… se non si comprende questo sottile rigore formale si rischia di far cadere l’intera impalcatura dell’opera sua…
Attenzione però, egli non fa il gioco dell’enigmista (come fra i suoi "allievi" fece incredibilmente bene Boby Lapoint), la sua forma è incandescente di tensione morale, è fremente d’ironia, è percorsa di pietà; piuttosto la natura al contempo schiva e sensibilissima dell’uomo gioca un costante rimpiattino con una forma interessante di per sé, così come l’abilità di melodista che gli fa comporre musiche orecchiabili ed emozionanti, viene mascherata da una certa arguzia armonica che si insinua perfettamente nella pregnanza ritmica dei testi; Brassens ama il jazz, e la sobrietà della sua orchestrazione (voce, una o due chitarre e contrabbasso) non impedisce passaggi di richiamo alla tradizione dello swing-musette dell’immenso Django Reinardth.
Insomma un grande calore umano, servito da un formidabile dominio formale!
Si aggiungano, scorrendo per le stratificazioni linguistiche, l’uso costante di frammenti di proverbi, di citazioni letterarie deformate, di frase idiomatiche usate fuori contesto, e si avrà l’impressione precisa della dialettica fra richiamo al "già sentito" e contestazione ironica dei luoghi comuni, fra solidità pennaiola e linguaggio vivente, che dà quel sapore così unico ai versi del cantante di Sète.


L’ERBACCIA
1954

Quando arrivò il giorno di gloria
appena morti tutti gli altri
solo io conobbi il disonore
di non essere morto sul campo di battaglia.

Sono come l’erbaccia
brava gente
non mi si può masticare
non mi si può coltivare.
La morte falciò gli altri
brava gente
e fece grazia a me
sarà immorale ma è così.

Tra la la
e mi domando
perché, Dio santo,
vi dispiaccia
ch’io viva un po’.

La ragazza che ama un po’ tutti
poi mi dà quotidianamente
i pezzetti di lei talmente nascosti
che gli altri non le hanno mai toccato.

Sono come l’erbaccia
brava gente
non mi si può masticare
non mi si può coltivare.
Lei si vende agli altri
brava gente
e si regala a me
sarà immorale ma è così.

Tra la la
e mi domando
perché, Dio santo,
vi dispiaccia
che mi si ami un po’.

Ci dicono che gli uomini son fatti
per stare in banda come le pecore.
Io vivo per conto mio, e non credo
che seguirò mai la loro retta via.

Sono come l’erbaccia
brava gente
non mi si può masticare
non mi si può coltivare.
Sono come l’erbaccia
brava gente
e cresco in libertà
nei parchi malfamati.

Tra la la
e mi domando
perché, Dio santo,
vi dispiaccia
ch’io viva un po’.


LA BALLATA DI QUELLI NATI DA UNA QUALCHE PARTE
1972

E’ pur vero che son piacevoli questi villaggetti
questi borghi, le frazioni, questi siti, le città,
con le fortificazioni, le chiese, le spiagge
non hanno che un difetto: essere abitati,
ed essere abitati da gente che sogguarda
gli altri con disprezzo, dall’alto dei bastioni,
la razza degli sciovinisti, i portatori di coccarde,
gli imbecilli felici d’esser nati da una qualche parte.

Maledetti tutti i figli di una madre-patria
che si impalassero una volta per tutte sul loro campanile
quando vi mostrano le loro torri e i musei e i municipii,
e vi riempiono del loro paese natale fino a farvi vomitare.
Che vengano da Roma, Parigi o Sète,
o da casa del diavolo, o da Zanzibar,
anche fosse Montcuc, son capaci di vantarsi, perdinci,
gli imbecilli felici d’esser nati da una qualche parte.

La sabbia nella quale, finissima, i loro struzzi
sprofondano la testa, non ce n’è di più raffinata...
Quanto all’aria con cui gonfiano le loro palle
le bolle di sapone, è un soffio divino.
E così, poco a poco, giungono a montarsi
la testa fino a ritenere che lo sterco dei loro cavalli
(anche di legno) renda invidioso il mondo,
gli imbecilli felici d’esser nati da una qualche parte.

Non è un "luogo comune" quello della loro nascita,
compatiscono davvero quei poveri disgraziati,
gli incapaci che non ebbero la presenza di spirito
di vedere il giorno nel loro stesso luogo.
E quando la squilla li chiama, rompendo la tranquillità precaria,
contro qualche straniero, certamente barbaro
escono dal loro fosso per morire alla guerra
gli imbecilli felici d’esser nati da una qualche parte.

Dio mio, che bella sarebbe la terra umana
se non si incontrasse questa razza demente
questa razza importuna, e che abbonda ovunque
la razza territoriale, la gente d’origine controllata.
Sarebbe bella la vita, in ogni caso
se non avessi cavato fuori dal nulla questi cazzoni,
prova definitiva della tua inesistenza:
gli imbecilli felici d’esser nati da una qualche parte.


Qui si trova la quasi totalità del vastissimo corpus brassensiano.

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