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Ferruccio Benzoni #1- Zoppicare dopo gli angeli

Una lettura della poesia dei "Numi di un lessico figliale" (Marsilio 1995) di Ferruccio Benzoni.

domenica 18 gennaio 2004, di Lorenzo Flabbi

Pubblichiamo la prima di due parti di uno studio su Ferruccio Benzoni, poeta cesenate tra i più nobili della fine del secolo passato. L’interesse per la poesia benzoniana, lungi dall’affievolirsi col passare degli anni, va al contrario invece aumentando. In accompagnamento alla seconda parte di questo intervento, già presente - in un’edizione leggermente ritoccata - sull’ultimo numero della rivista Poetiche (Poetiche, n.3, 2003), pubblichiamo una scheda su Benzoni nella sezione Che il gallo canti pure a firma di Francesco Magnani.

Qui la seconda parte dell’intervento su Benzoni e Celan.
Qui la terza, su Benzoni e i Quattrocento colpi.

Une Idée, une Forme, un Être
Parti de l’azur et tombé
Dans un Styx bourbeux et plombé
Où nul œil du Ciel ne pénètre ;

Un Ange, imprudent voyageur
Qu’a tenté l’amour du difforme,
Au fond d’un cauchemar énorme
Se débattant comme un nageur

Baudelaire, L’Irrémédiable

La poesia è una dannazione illimitata che si perpetua nella vita di chi ne è stato bruciato una volta vera e indimenticabile. Saranno poi il tempo e il muro impenetrabile del senso a contrapporre la lacerazione creata dalla distanza tra spirito e parola all’iniziale glorificante sensazione di demiurgico potere e a rendere a poco a poco più netta la percezione che il proprio dire sia, in sé, fallimentare. È nell’emergere di questa presa di coscienza che si gioca la resistenza dell’uomo che c’è dietro al poeta, la sua capacità di mettersi in discussione fino al dolore pur di proseguire almeno a tratti vittorioso - in maniera più o meno illusoria - nella sua personale sfida all’originalità artistica. La vita porta i suoi messaggi ammortizzanti e si fa tentatrice, nel frastuono dei giorni, di un silenzio di versi. Versi che costano una fatica che si fa via via più indicibile, fino a un’eventuale resa. Il silenzio d’arte. O, in taluni casi, l’abbassamento vertiginoso di grado della propria scrittura, che comincia a farsi mera testimonianza di una tensione rilasciata, un rilassamento delle fibre emotive che conduce spesso a un intimistico e autoreferenziale parlarsi addosso senza trovare più nulla che sia davvero indispensabile dire. Ferruccio Benzoni è stato bruciato da ragazzo, nell’età dei grandi rivolgimenti e delle più ardite scoperte. Come Rimbaud, ha avuto la percezione netta di una diversità di sé fino al fatidico je me suis reconnu poète delle Lettres du voyant. In quell’attimo veloce e sbalorditivo della scoperta della poesia e del riconoscimento di sé come poeta, Ferruccio Benzoni, nervi scoperti e cuore aperto e pulsante, artista in cerca di un mondo da descrivere, sensibile come la pellicola fotografica nel momento dell’esposizione, perse la madre. Questo sarebbe rimasto come l’evento della sua vita, vita di poeta, indissolubilmente legata ai suoi versi.
Secondo il noto precetto di Valéry, se l’ispirazione del primo verso la danno gli dèi, la fatica del continuare ciò che sembra essere stato donato dall’alto sta tutta nella volontà. Bisogna di continuo scegliere, ogni volta si ripropone un bivio: da una parte un meno faticoso silenzio, dall’altra il richiamo del demone della poesia, pur sapendo che il risultato di quello sforzo di tensione e concentrazione pura può essere lo schianto o l’approdo al porto del nulla di fatto: la pagina impietosamente povera di sé, muta e maldestra. E in essa la disapprovazione severa del demone stesso, quello che Keats vedeva apparire nella sua Ode to Indolence come the more of blame, il più carico di rimprovero. Benzoni ha seguito con costanza i principii rivelatori di questo demone, l’ha cullato, l’ha richiamato quando questi lo abbandonava, forzando se stesso nella spasmodica ricerca di una tensione alta.
Tutto ciò, che potrebbe essere forse valido e altrettanto vero per qualunque facitore di versi, in Benzoni diventa nodo tematico cruciale. La sua produzione poetica matura è costellata dai segnali di questa fatica. Lo sforzo di uno slancio tentato. E, quasi inevitabilmente, l’atterraggio subitaneo. Come se il volo non potesse spiccare. La sua poesia è piena di questo procedere a sbalzi, in un movimento analogo a quello dei prototipi di aerei di inizio Novecento.
È questo incedere sincopato che voglio ora verificare sui testi, nel tentativo di dimostrare come esso sia uno dei temi caratterizzanti dell’opera benzoniana, ancorché sotteso e raramente esplicitato con piena coscienza.
L’analisi si concentrerà sulla raccolta Numi di un lessico figliale (1) e concluderà focalizzando un più ravvicinato close reading sulla suite Sogno di un fiaccheraio.
Nello svolgersi dell’indagine tenterò di illuminare alcune tracce della presenza forte in tutto il libro di Paul Celan, un poeta che per Benzoni fu decisivo al punto da essergli ’fino all’ultimo’, secondo le sue stesse parole, qualcosa più che amico (2) .

Mi sembra opportuno cominciare questo percorso di lettura da uno dei non frequenti momenti in cui il movimento di slancio e resa di cui si è detto viene apertamente tematizzato, la poesia A mala pena della sezione L’amnesia dei morti.

A mala pena

Armato da sempre contro me stesso
- (dal tempo di una cometa
celeste cagionevole) - versi
mi tenterebbero tipo
"da morirne un vento"...
Ma poi come tutta si dirada
la chiarità (lo sprofondo)
e un crocchio di figuranti
mi fa sentire d’essere carnefice
in una tritura di madeleines amare.

Tutto il testo è significativo di una postura: nel suo richiamo metapoetico, riflessivo sulla condizione dell’artista, e nelle conclusioni rassegnate alla vita. La mise en abîme ironica - quasi graffiante, nella ricerca d’intesa con il lettore nel leggere del patetismo spicciolo in quel verso tentato e tentatore, tra virgolette - di una spinta verso l’alto tarpata, di una fallita ricerca di equilibrio tra volo e vita, tra goffo marciare quotidiano e anelito assoluto. L’ambizione di vivere l’arte come esperienza totalizzante in Benzoni non è finita con l’adolescenza. Ma c’è ancora un’altra chiara indicazione: sappiamo che quel ’tempo di una cometa / celeste cagionevole’ corrisponde alla morte della madre e al contempo al suo decisivo e definitivo appartenere alla poesia, entrarvi come condizione irrimediabilmente esistenziale. Ed ecco che non a caso, sintomaticamente, Benzoni usa il sintagma ’da sempre’, come se un prima non fosse dato, come se la sua autodefinizione in quanto uomo non potesse che coincidere con il momento poetico. Un analogo segnale si trova anche in Giovanna e il tailleur, un’altra delle numerosissime (e non solo in questo Numi di un lessico figliale) poesie dedicate alla madre; Benzoni vi si sofferma sulla sua Zweite Heimat, sul suo momento cruciale che prepotentemente cancella il ricordo di ciò che è stato prima di esso, negando o rimuovendo l’infanzia, con l’affermazione malinconicamente perentoria Neanche il ricordo di una sbucciatura. I ricordi iniziano da dopo, dall’immagine che segue di un abitino / pulito e feroce di morte, il tailleur azzurro che funge da vero e proprio senhal della madre fissata nell’istante dell’abbandono.
Soffermiamoci ancora sulla poesia A mala pena. Il componimento è di dieci versi dei quali il quinto segna una cesura, divisione netta rimarcata dal rientro tipografico tra una prima e una seconda parte, come si trattasse di strofe implicite. La prima tematizza quello che abbiamo voluto chiamare lo slancio e che altrove è stato definito carica utopica (3) , la seconda mette a fuoco l’elaborazione di una resa, dell’atterraggio. Questo schema contrappositivo, in questo caso così facilmente individuabile, rimane più nascosto ma sempre verificabile in molte altre poesie benzoniane. È già stata individuata nel ma avversativo la formula più caratterizzante dei due libri precedenti ai Numi, le Notizie dalla solitudine e le Fedi nuziali (4) , rintracciandone il modello (pur ammettendone la non inconsuetudine in Sereni) negli archetipi leopardiani della moderna ipostasi lirica. Quel "ma" in Benzoni è il naturale precursore del gesto di rivoltare lo sguardo a terra subito dopo averlo alzato verso il cielo (slancio/atterraggio) per paura dell’abbaglio, per fatica, per insostenibilità, per la sindrome che coglie Atteone nello scoprire le nudità di Diana. Un ma di fatica, un ma di fallimento, prima ancora che un ma letterario.
Eccone un altro chiaro esempio, nella poesia immediatamente successiva ad A mala pena nella sequenza della raccolta:

Oh se un vento,

Se un vento sapesse
chiosare nel sonno la tua infanzia.
Un vento che s’agiti in se stesso
gentile tra i pitosfori, smarrito.
Ma no che a un frusto di giornata
lustra mi sbaragli
e la mia pena in un labirinto
di rose passioni-eutanasie.

Anche in questo caso risalta la bipartizione di spinta verso l’alto e di repentino atterraggio, di resa agli eventi, al mondo, alle cose. Varrà la pena ritornare più avanti sull’eventualità di un riscatto che Benzoni lascia aperta come un improbabile ma pur sempre possibile spiraglio. Ora interessa piuttosto rimarcare una caratteristica stilistica tipica della fraseologia benzoniana, di cui qui abbiamo un esempio: nell’ultimo periodo la frase si fa frammentata, ma al contempo chiusa dal punto finale; a non chiudersi è il giro sintattico, il quale piuttosto si afferma in questa sua non risolutezza, come a voler dare testimonianza anche linguisticamente di una mutilazione (5) . Così anche, tra le varie occorrenze, in Requie sul fiume, sempre de L’amnesia dei morti:

Requie sul fiume

Per un amore forse
fervido e agro non ti rinneghi
alla frusta degli zigomi quando
d’odio ti parlerebbe e tu
di un’estate che non c’è più troncata
come un miraggio in riva al fiume.

Si scorge la volontà di definire l’incompletezza di questo arabesco non nei termini di una linea zigzagante aperta a qualsiasi direzione, bensì in quelli più visivi e filmici (seguendo in questo senso le indicazioni date dello stesso Benzoni (6) ) di un frammento d’immagine che si dà in quanto tale, proprio in quanto frammento. In particolare questa tendenza pare accentuarsi nella sezione Convalescenze (7) , densa di versi che si fanno secchi, apodittici, chiusi da un punto che marca la rinuncia alla frase per un nominare più essenziale. In Convalescenze Benzoni si misura prevalentemente con la memoria dei morti, sia della sfera del privato (la madre, il padre, i passati amori e in una qualche misura la non nascita del figlio), sia in quella del suo mondo di riferimento esistenziale: Fortini, la causa comune dei compagni, Celan, lutti meno privati ma non per questo meno personali. Questa secchezza nominativa così peculiare dell’evoluzione poetica di Benzoni ha fatto parlare di una raggiunta disadornità dopo i preziosismi dei primi libri. Tra i vari esempi possibili da Convalescenze, si prenda la già citata Giovanna e il tailleur (’Tempestandomi. / Con l’azzurro supremo di un tailleur. / Neanche il ricordo di una sbucciatura.’). Ma anche il quarto verso quasi sospeso e immobile di Signora M. sottolineato anche in questo caso dal rientro tipografico (’Ma i tuoi occhi.’). Con ogni probabilità si tratta del risultato più evidente di un rapporto che è andato infittendosi negli anni: quello con la poesia di Paul Celan.

L’incompiutezza sintattica è il segnacolo di una irresoluzione più profonda, infiorescenza linguistica di un rapporto diretto tra sintassi della parola e ’sintassi esistenziale’, intesa come modo di disposizione dei pensieri: quella di Benzoni è poesia di mancata elaborazione del lutto, poesia di conflitto tra lo slancio e la realtà, tra il cielo e la terra, di continuo naufragio o, ancora una volta, atterraggio. Accade anche che questo movimento non si attui tanto sul piano del significato quanto su uno più propriamente formale come il puro significante, e non soltanto al livello sintattico che abbiamo appena accennato. Nel caso di Una lapide (sempre in Convalescenze) è possibile rintracciarne un diverso svolgimento che si gioca eminentemente nell’ambito del linguaggio lirico. Pur nella sua brevità -si tratta di sei soli versi - vi si attua un brusco cambiamento di registro poetico. L’incipit, quasi di gusto dannunziano da tanto è ricco di sonorità e di un netto svolgimento ritmico (a cadenza variabile eppure ben percepibile), è oltretutto impreziosito da un gioco interno di rime e assonanze (vecchio-specchio, cielo-gelo, aprono-agro): ’Anch’io sono vecchio; s’aprono / le mie braccia ma su uno specchio / agro di cielo se un gelo / illustra [...]’ Ma il prosieguo è più fievole, prosodicamente meno definito. Al contempo una fitta serie di allitterazioni dentali (stra sta tu tra tan ta sta ta to) contribuisce a indurire i suoni, a rendere petrosi i versi, accidentato il cammino.
Ecco un altro caso in cui il senso del fallimento, oltre che espressamente tematizzato, si dà anche su un piano formale: in Estenuazioni, facente parte della sezione Dietro me stesso, al momento lirico segue, immancabile, quello del disincanto. In questo caso il dannunzianesimo formale del tono della ripresa è quasi di maniera, laddove invece i temi sono prettamente romantici (addirittura nel ’cavaliere dal fiorellino azzurro’ è possibile leggere un riferimento all’Enrico di Ofterdingen di Novalis): ’Oh notte che ti sciogli intorno / a un iddio di ciglia e selve / o in purgatori ti dissolvi / pallidi e funesti - notte / che trabocchi afona e feroce / e fanciulla - prendi / per mano un cavaliere dal fiorellino azzurro...’ Dopodiché ecco riapparire il moto di disillusione, nella forma di due imperativi: Lascia perdere[...] e, poco più avanti, Disfatene [...]. La poesia di Benzoni si costruisce spesso su un impiantito che si appoggia su quelli che Gerald Prince ha chiamato segni del "tu": apostrofi dirette, commenti, richiami, domande che implicano la figura di un narratario-personaggio che non sempre (come ad esempio proprio in questo caso) è identificabile con la figura della madre (colei che Benzoni fin dai suoi esordi chiamò un tu non ipotetico e caro (8)). Tutta la suite di Dietro me stesso pare convocare il personaggio ideale, il referente, a un congresso più intimo e diretto interpellandolo più frequentemente del solito. A questo si accompagna una maggiore intensità lirica con frasi che si presentano come prettamente referenziali, contingenti e destituite di complessità semantica, ma che danno spazio, a una lettura più attenta, a molteplici percorsi interpretativi.
Considerazioni valide, ad esempio, a proposito di Stazione con sembiante. La ripresa è più che mai improntata sul modello montaliano delle Xenia (9) (e andrebbe approfondito quanto del famigerato serenismo psicologico di cui ha parlato Mengaldo non riconduca a Montale (10) ), con un interrogativo incipitario tutto giocato à la lisière de la prose (’Che ci faceva un "Giacometti"?’). Il tema si svolge poi attraverso i lampeggiamenti di una bellezza fugace e "svettante" in un contesto metropolitano e squallido, nella scia del topos poetico di cui À une passante di Baudelaire è forse l’esempio più noto. Ma infine ecco ricomparire la doppia postura, la struttura bipartita del testo, il movimento di discesa subito dopo un improbabile innalzamento: il tonfo. ’Quando un sipario mi ricacciò / d’un attimo sperperandoci e fu / un tonfo in un vuoto illune.’ È quasi l’apoteosi di una sconfitta continuamente reiterata e di una sfida di continuo rilanciata. Quella che segue e che sembrerebbe essere la seconda strofa (11) è animata da un insolito e vivace ritmo dattilico, accentuato. ’Nel poco nel grigio / (mollume o mucosa) / che peso risollevare che pena!, / curvandomi la valigia’. È come se in questa e nella strofa successiva Benzoni fosse colto da un’improvvisa fretta e mimasse una cadenza veloce. Sintomatico allora l’uso del polisindeto iniziale dell’ultima strofa: ’Sfigurato intruppato traghettato / dove non ricordo ma oscenamente / lontano lontano da quell’angelo / mutilato e impercettibile’. Ecco dove e come si ritrova l’uomo Benzoni dopo la sua personale bufera: sfigurato, lontano dall’angelo. Sarebbe interessante cercare di chiarire la matrice di questa angelicità in Benzoni, la quale forse non si esaurisce in quella che sembrerebbe essere la prima e più forte fonte ispirativa, la poesia di Rilke. Se è vero che il poeta delle Elegie udinesi rientra nel ristretto novero di coloro che Benzoni riconobbe come proprio punto di riferimento (12) , è anche vero che la sua attenzione al mondo cinematografico e una più ampia curiosità intellettuale potrebbero condurre il ricercatore a testi di diversa natura. Considerando gli anni di composizione delle poesie dei Numi, infatti, non pare indebito pensare a un gioco molteplice di influenze e richiami più attuali, che ha ne Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders (uscito nel 1987) e nel dibattito seguito alla pubblicazione de L’angelo necessario di Massimo Cacciari (13) le sue manifestazioni più probabili. Le poesie dei Numi sono intessute da una fitta trama di riferimenti intertestuali che fanno di Benzoni un poeta più citazionista di quanto non solitamente rilevato dalla letteratura critica (14) .
La figura di interrotto slancio e caduta immediata si dà anche nei casi in cui non sia la grazia (già rilevata come una delle parole chiave dell’opera di Benzoni (15) ) a creare il movimento di ascesa, ma l’intervento tutto esterno e artificiale di una droga. Così in Sirena di Provenza (in Dietro me stesso), laddove il momento vagamente estatico indotto da un tranquillante (’dopo il rito dell’halcion mi inalveava / in un mezzo sonno’) viene proposto come una sensazione che è come una gibigiana, un riflesso, e ne ha la caducità e la provvisorietà. Nel mezzo sonno drogato il poeta si culla in fondali di fraternità sordida (sordida forse proprio perché artificialmente provocata e dunque non spontanea, senza reale affidamento). Da quei fondali egli viene risvegliato da ’un niente: un ansito - un soffio...’ che lo riporta alla desolata condizione umana di sempre, allo ’specchio inglorioso’ che riflette ancora una volta una condizione di mutilazione, l’esser malato di una dolcezza che è oramai ’spenta e degradata’ (ed è forse un’eco della nota ’dolcezza inquieta’ che ne I limoni Montale poneva in chiusura di un momento di possibile riscatto che qui, invece, non si dà). Ecco per intero la seconda strofa della poesia: ’Era (opacissima) una lucina: / dopo il rito dell’halcion mi inalveava / in un mezzo sonno / - gibigiana fin quando / da quei fondali di fraternità sordida, / un niente: un ansito - un soffio... / Allora davvero avrei dato l’anima / per trascinarmi nella notte / - aggallare all’alba mormorando / allo specchio inglorioso / d’esser malato, molto malato / di una dolcezza spenta; degradata.


Note

1- Benzoni, Numi di un lessico figliale, Marsilio, Venezia 1995, d’ora in poi in nota indicato semplicemente come Numi.
2- Cfr. Benzoni, Gli adorati Rainer Maria e Paul poesia dedicata Rilke e Celan nella sezione Illune la notte miracolata: ’Quelli che ti sono stati fino all’ultimo / amici (qualcuno anche qualcosa di più)’, vv. 1-2.
3- Roberto Galaverni, Nuovi poeti italiani contemporanei, Guaraldi, Rimini 1996, pag. 25.
4- Cfr. Rodolfo Zucco, "Fedi nuziali, Appunti sullo stile di Benzoni", in Per Ferruccio Benzoni. Studi e testi, a cura di Simonetta Cantucci, edizioni del Bradipo, Cesenatico 1995, pag. 90 e Roberto Galaverni, Nuovi poeti italiani contemporanei, op. cit., pag. 29.
5- Cfr. quanto scritto da Fortini nella presentazione a Benzoni, Notizie dalla solitudine, San Marco dei Giustiniani, Genova 1983: "è il centro di gravità che è sparito" e anche Galaverni, in Nuovi poeti italiani contemporanei, op. cit., pag. 28: "luminosi versi-apparizioni non ricomponibili in una figura più ampia, quando dentro e attorno è venuto a mancare ogni fondamento".
6- A proposito della disposizione delle poesie nelle singole sezioni di Fedi nuziali, Benzoni stesso ha parlato, nella ’Giustificazione’ anteposta ai testi, di "diario senza montaggio". Similmente nella nota introduttiva alla suite La pietà murata millimetrando, Benzoni avverte il lettore in questi termini: "Vorrei, questo sì, il mio eventuale e ignaro interlocutore fosse coinvolto in un possibile, personalissimo montaggio. Come in un film: magari alla maniera di Truffaut", in Per Ferruccio Benzoni. Studi e testi, op. cit., pag. 8. E sull’attenzione alle influenze del linguaggio del cinema si veda anche l’intervento Cronistoria di un canzoniere di Renzo Cremante, ibid., pag. 53.
7- Prima che in volume, Convalescenze era già stata edita sul numero 61 di "Poesia", Crocetti, Milano, Aprile 1993.
8- A un tu non ipotetico e caro è il titolo della prima serie di poesie de La casa sul porto prima pubblicazione importante di Benzoni, nei "Quaderni della Fenice", 64, Guanda, Milano 1980.
9- Cfr. tra gli Xenia il numero 10 della prima serie e il numero 8 della seconda, in Eugenio Montale, Satura, Mondadori, Milano 1971 e successive ristampe.
10- Per un’interessante individuazione del doppio registro Sereni-Montale in Benzoni, cfr. Vitaniello Bonito in Poesia del Novecento Italiano, a cura di Niva Lorenzini, Carocci, Roma 2002, e la sua analisi di un testo tratto dall’ultimo libro di Benzoni, il postumo Sguardo dalla finestra d’inverno, Scheiwiller, Milano 1998.
11- Mancando il rientro tipografico a inizio strofa ed essendoci un’interruzione di pagina, non è dato sapere se si tratti della fine del primo brano e se corrisponda a uno spezzone a sé stante di quattro versi.
12- Il tema angelico non è certo prerogativa esclusiva rilkiana: sono molti gli angeli che hanno abitato la cultura tedesca del novecento (basti ricordare, in ambito non poetico, L’angelo alla finestra d’occidente dello scrittore viennese Gustav Meyrink, l’Angelo della morte di Paul Klee o l’Angelo della storia di Walter Benjamin), ma l’influenza di Rilke su Benzoni è immediatamente verificabile: a questo proposito cfr. il tributo segnalato alla nota 3.
13- Massimo Cacciari, L’angelo necessario, Adelphi, Milano 1986.
14- Allora si potrebbe forse leggere anche in quella iterazione rafforzativa Lontano lontano, certo non sufficientemente preziosa e rara per assicurare un’attribuzione precisa, l’Ungaretti dei Naufragi (’Lontano lontano / come un cieco / m’hanno portato per mano’) o il Montale de l’Arca della Bufera o persino, perché no?, la nota canzone di Luigi Tenco; così come d’altronde il primo verso della strofe, Sfigurato intruppato traghettato, non può non ricordare la lunga sequela di participi passati de Mio fratello è figlio unico di Rino Gaetano, anche là stanti a indicare i requisiti di una drammatica frustrazione esistenziale. Ma si tratta verosimilmente in questi casi più di suggestioni che di veri e propri elementi intertestuali.
15- Tra i vari interventi a proposito cfr. Fernando Bandini, Benzoni o del coraggio della poesia, in Ferruccio Benzoni. Studi e testi, op. cit., pagg. 70-78.

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