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Cercavo la luminosità italiana... La meglio gioventù

La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana

mercoledì 12 novembre 2003, di Lorenzo Flabbi

La sceneggiatura è di Sandro Petraglia e Stefano Rulli. La regia di Marco Tullio Giordana. La produzione di Angelo Barbagallo. Il titolo di una canzone degli alpini e di Pier Paolo Pasolini. La supervisione di Antonio Gramsci.

La memoria a me pareva, invece, una àncora di salvezza: io rileggevo umilmente i poeti, i poeti che cantano. Non cercavo il verso di Jacopone o quello di Dante, o quello del Petrarca, o quello di Guittone, o quello del Tasso, o quello del Cavalcanti, o quello del Leopardi: cercavo in loro il canto.
Giuseppe Ungaretti

(Attenzione: la retorica di questa testimonianza di fruizione è solo in parte imputabile all’opera di cui si parla).

L’intensità non è una categoria critica. Forse non è neanche un bel termine. Certo non è un termine lucido, una chiara immagine visiva. Un attore dagli occhi intensi. Una cantante con la voce intensa. Abbiamo vissuto momenti intensi. Ci si capisce, ma bisogna attingere a deboli connessioni tra le opportunità e i non detti, fare implicitamente riferimento al proprio spazio di esperienza. Dire che La meglio gioventù è un film di folgorante intensità non è dire, è alludere. Dovrò dunque alludere. La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana è un film di intensità folgorante, attraversa i muri.
Prepotente si fa largo nel marasma lessicale che dovrebbe ordinare i pensieri un’altra parola aperta: La meglio gioventù è un’opera onesta.
Ambiziosa e onesta. Intensa. Tende come pelle di tamburo il diaframma elastico della sospensione dell’incredulità, finché esso non si assottiglia fino a rendersi impalpabile, raggiungendo una consistenza diafana che lascia, sorprendentemente, increduli. Una luminosa trasparenza. Parla il linguaggio del mito, depauperato della sua feroce arbitrarietà. Nicola Carati sono io, nei sogni miei. Matteo Carati sono io, quando il martello dei risvegli batte pesante sul cuscino e si aprono gli abissi.
Nicola Carati e Matteo Carati sono la coppia di fratelli attorno alla quale ruotano le sei ore del film. Luigi Lo Cascio e Alessio Boni ne sono gli intepreti.
Nicola Carati è mio fratello, il suo rigore, il suo sguardo fitto con cui rende semplice l’essere forte. Matteo Carati è mio fratello, la tristezza impenetrabile, il tragico che non si può dire nella moltitudine dei gesti che riempie i giorni.
La meglio gioventù è Die Zweite Heimat di Edgar Reitz. Ma con la luminosità italiana del verso di Jacopone. Con la tenebra italiana del dolore di Ungaretti, col suo lutto e il suo canto italiano. La meglio gioventù è più grande di Die Zweite Heimat, lo contiene e supera. Solo perché l’ho visto dopo. È meno grande di Die Zweite Heimat, solo perché il ricordo del film di Reitz resiste al confronto nonostante l’anteriorità.
L’epica de La meglio gioventù non è letteraria. Meravigliosamente circumnaviga la letterarietà. Non stilizza e non si compiace. Prepotente mi preme ora una categoria. È un’opera nazional-popolare. Rarissimo caso di opera nazional-popolare che consapevolmente adotti, risolva e riempia l’auspicio gramsciano. È un film di persone. Un film intenso di persone. Un film di persone intense. Un film onesto. La catena transuntiva tirata in causa dal titolo non si spezza. Giordana (e chi con lui) Pasolini Gramsci. Della poetica pasoliniana questo film non ha la pervicace mancanza di malleabilità, l’incorruttibilità. Non ne ha gli artigli urticanti. E’ più gentile.
Dal punto di vista del casting, un capolavoro, senza mezzi termini. Credo lo si possa dire molto nettamente, privi di intenzioni iperboliche. Il vero trionfo del rinascimento degli attori italiani degli ultimi anni. Un vertice. Sono innamorato di Maya Sansa, di Luigi Lo Cascio, di Alessio Boni, del bambino di Matteo, del padre romano. Sono innamorato della sequenza in tribunale con i degenti a testimoniare contro l’elettricista (il medico sadico dispensatore di elettroshock). Sono innamorato dello sdegno del professore di letteratura italiana nel sentir parlare del Beccaio come di un profondo autore religioso. Sono innamorato della virile commozione che pulsa nell’abbraccio in autostrada tra Nicola e Matteo. Sono innamorato della discrezione con cui Carlo (Fabrizio Gifuni) dice di essere ubriaco dopo aver bofonchiato la frase che spinge Nicola verso la confessione di un amore che tutti attendevano. Sono innamorato della battuta un po’ sborona sulle nacchere delle arance spagnole con la quale il padre romano seduce la madre milanese, un’Adriana Asti che sta al suo personaggio come io a me stesso, come tu a te stesso.
L’onestà cui faccio riferimento non si conquista con una morbida inazione. È pericolo e ostinazione nel coraggio. Energica rivolta. Maturità sontuosa. Sei ore sontuose e mature. Sei ore che affrontano e non stilizzano. Di letteratura e non letterarie. Da Basaglia all’alluvione di Firenze, dal super carcere di Spoleto alle piscine impiantate in terra toscana, mischiando memoria e desiderio, facendo sorgere lillà laddove un tempo era terra morta, questo film si apre alla storia per fessure. Crepe. Crepe che si slabbrano talvolta e fanno voragine.
Questo film non ci racconta la storia. Questo film racconta la storia, mentre si racconta, raccontandoci.


Un’intervista al regista si trova qui.


La meglio gioventù

Regia: Marco Tullio Giordana
Interpreti: Adriana Asti , Sonia Bergamasco, Paolo Bonanni, Alessio Boni, Valentina Carnelutti, Camilla Filippi, Fabrizio Gifuni, Claudio Gioè, Luigi Lo Cascio, Maya Sansa, Riccardo Scamarcio, Giovanni Scifoni, Andrea Tidona, Jasmine Trinca, Lidia Vitale
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Fotografia: Roberto Forza
Scenografia: Penny Crawford, Paola Riviello
Costumi: Elisabetta Montaldo
Montaggio: Roberto Missiroli
Produzione: Angelo Barbagallo, Gianfranco Barbagallo,Donatella Botti, Alessandro Calosci
Paese: Italia Anno: 2003
Durata: 336’ (358’ al Festival Cannes)
Distribuzione: 01 distibution

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