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Michele Mari: Tu, sanguinosa infanzia

"Troppo buoni con i libri"

venerdì 3 ottobre 2003, di Marco Federici Solari Chianese

Non di solo ferro della torre Eiffel vive il marista (mariano ?® gi?† occupato).
Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997 - Oscar Mondadori 1999), undici racconti per tenere, tenere, tenere ci?? che si ?® amato anche un solo istante, da quell’istante di aurea circonfuso.
Qui le pi?? belle pagine di Mari scelte da lui medesimo. (lf)

A chi ci chiedesse cosa sia la letteratura risponderemmo con qualche celebre frase di critico o poeta, scrutandolo bene negli occhi e tra le rughe probabilmente precoci, per capire quanto pesi e da dove venga quella domanda. A chi volesse invece sapere cosa dovrebbe essere la letteratura daremmo da leggere, improvvisando l’aria sicura e non curante di chi regala un’aspirina, Otto Scrittori di Michele Mari, uno degli undici racconti che compongono Tu, sanguinosa infanzia.
Otto Scrittori, il cui narratore scopre con lento dolore che i suoi scrittori d’avventure preferiti non sono, come credeva, la stessa persona sotto diversi eteronomi, racconta il reiterato e sempre improvviso creparsi della libera fantasia infantile dietro cui si affaccia il sopruso della realtà. Vi regna, come in molti degli altri racconti, un’affezione viscerale e disperante per i libri, visti come l’oggetto privilegiato dell’infanzia, i suoi auguri, il suo nutrimento, i labili garanti della sua vasta fragilità.
Perché l’infanzia narrata da Michele Mari è una storia di traumi invisibili e profondissimi, di lutti inavvertibili e fatali.
Un ritratto dell’artista (del lettore) da bimbo, in cui il teatro dell’infanzia è dichiarato come culmine dell’esistenza, più per la sua intensità e pienezza, che per la sua gioia. La distanza da quell’avventuroso Eden, in cui la presenza era sempre un istantaneo partire per ritrovarsi in un qualche fantastico (e spesso pauroso) altrove, è segnata da una lingua antica, "meravigliosamente inattuale", poetica e del disincanto, che era già stata il medium d’elezione di Mari in Io venia pien d’angoscia a rimirarti. Non è il lessico alla periferia del dizionario di Landolfi, né la lingua rettorica e iperletteraria di Manganelli, ma è un’operazione di ricerca di parole perdute (come appunto l’infanzia), ancora risonanti di una carica emotiva, di un’aura. Una lingua di rovine per raccontare la rovinosa via che porta all’esilio permanente del letterato, una lingua piena di echi per il mondo di specchi deformanti dell’infanzia. Si esprime così un tragico zoppicante, aperto all’ironia e al sarcasmo, sempre dolorosamente in bilico sul ridicolo. Tutte le letture, i giochi di pazienza e di soldatini, le illimitate fantasie racchiuse nell’immaginario anni 60 di cowboy e sparatorie sono un apprendistato al mutismo, lezioni di incomunicabilità. A furia di leggere gli occhi del narratore si "son come rivoltati", fissi verso dove non si è potuti restare. Si vive nell’inadeguatezza o nella fuga e l’infanzia è solo la prova che lo si è sempre fatto.
Da questo enorme serbatoio vengono tutte le paure, ma non vengono sole: un numero interminabile di storie le accompagna.


I libri di narrativa di Michele Mari:

Di bestia in bestia (Longanesi 1989)
Io venìa pien d’angoscia a rimirarti (Longanesi 1990-Marsilio 1998)
La stiva e l’abisso (Bompiani 1992)
Euridice aveva un cane (Bompiani 1993)
Filologia dell’anfibio (Bompiani 1995)
Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997- Oscar Mondadori 1999)
Rondini sul filo (Mondadori 1999)
Tutto il ferro della Torre Eiffel (Einaudi 2002)

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