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Di cosa parliamo quando parliamo di discriminazione

lunedì 6 ottobre 2003, di Luca Flabbi

"In questa partita così diseguale, non perdere è la fortuna di noi donne, non guadagnare è la sfortuna di voi uomini. Anche volessi attribuirvi talenti pari ai nostri, di quanto non vi saremmo superiori, grazie alle necessità in cui siamo di farne uso incessantemente?"
Sono parole della marchesa di Merteuil (da Le relazioni pericolose, di Choderlos De Laclos), forse non proprio un modello di virtu’, ma senz’altro personaggio dotato di un certo talento per vederci giusto sei volte su sette.
Intanto la tensione degli anni delle lotte femminili si è allentata da tempo e tira un’aria di stanca pacificazione. Eppure ancora oggi, anno 2003, i piu’ recenti studi degli economisti ci dicono che la discriminazione di genere esiste e viene praticata in maniera massiccia e tutt’altro che sporadica.
"Ad esempio, la differenza, nei paesi industrializzati, tra salario medio maschile e salario medio femminile è circa il 20/25%, con punte del 50% per il Giappone e, all’estremo opposto, del 10% per la Svezia. L’Italia si colloca in una posizione intermedia con valori intorno al 20%. Istruzione e altre caratteristiche produttive non sembrano spiegare piu’ di metà di questo differenziale". Ma esistono sempre variabili la cui incidenza è difficile da definire. In questo intervento per SM Luca Flabbi introduce la metodologia e i risultati di uno studio (qui la versione completa) che tiene in considerazione il rapporto tra salari a parità di istruzione. lf
Luca Flabbi, ricercatore di economia politica all’università di Milano, svolge attività di ricerca presso la New York University. E’ autore del capitolo relativo alla discriminazione del Manuale di economia del lavoro (Il Mulino) a firma del ’multiple name’ Brucchi Luchino.

La discriminazione, soprattutto intesa come trattamento pregiudizievole di lavoratori nel mercato del lavoro, è molto studiata in Economia. È una delle categorie preferite di molti economisti eterodossi (1) , ma anche tra gli economisti ortodossi ha sempre ricevuto molta attenzione. Ad esempio, due economisti premi Nobel, Kenneth Arrow and Gary Becker, hanno dedicato lavori importanti alla discriminazione di genere e di gruppo etnico già durante gli anni sessanta e il numero di articoli dedicati alla discriminazione nelle riviste specializzate è oggi molto elevato.
Il punto di partenza dello studio della discriminazione all’interno dell’approccio dominante nelle scienze economiche è un fatto empirico chiaro e condiviso: alcuni gruppi (donne, afro-americani, immigrati) percepiscono mediamente e sistematicamente un salario inferiore alla media della popolazione e spesso sono altamente concentrati in alcune occupazioni, tanto da far parlare di segregazione. Inoltre queste differenze rimangono significative anche a parità di titolo di studio, esperienza lavorativa e altre caratteristiche produttive individuali (2) .

Per capire appieno la rilevanza teorica di questa constatazione, oltre alla evidente importanza politica e sociale, è utile ricordare la definizione di economia secondo l’approccio ortodosso. Economia è lo studio del "comportamento umano nell’allocazione di mezzi scarsi tra usi alternativi" (3) .
I prezzi sono i segnali che permettono che l’allocazione di questi beni e servizi (i "mezzi scarsi") sia efficiente, ovvero ottimale in base alla loro produttività nell’economia. L’evidenza empirica precedente è una contraddizione di questo principio: siamo in presenza di beni (i lavoratori) il cui prezzo (il salario) e la cui allocazione (segregazione) non sono ottimali dal punto di vista produttivo. Perché, infatti, persone ugualmente produttive sono pagate diversamente? Perché i datori di lavoro non impiegano più donne, meno costose, e meno uomini, più costosi, riequilibrando attraverso il meccanismo di domanda e offerta i salari relativi?
Da questo punto di partenza si è scatenato uno spettro di posizioni estremamente variegato e contenuto tra due estremi: da una parte chi afferma che le differenze salariali rispecchiano semplicemente differenze produttive, dall’altra chi sostiene che solo la presenza di discriminazione può spiegare quanto osservato.

La posizione "differenze produttive" riduce in pratica la questione a un problema empirico: non osserviamo direttamente e sistematicamente la produttività dei lavoratori perciò l’evidenza empirica precedente è incompleta. Muoviamoci quindi verso una raccolta di dati che meglio descriva la produttività e solo allora potremo tornare a porre la questione. Il postulato alla base di questo approccio è che "se ci sono differenze di prezzo (salario), allora ci saranno differenze di produttività" che magari noi come ricercatori non osserviamo, ma che il datore di lavoro osserva.
Da qui si è sviluppata un’enorme massa di lavori empirici che cercano in modo più o meno sofisticato di descrivere la produttività individuale e verificare se le differenze tra gruppi permangano. La posizione media che risulta da queste osservazioni, svolte soprattutto su dati nordamericani, può essere così riassunta: le disparità tra bianchi e afro-americani sono da far risalire soprattutto a differenze nell’acquisizione di caratteristiche produttive prima di entrare nel mercato del lavoro, come il livello di istruzione. Questo processo non esclude la presenza di discriminazione nel mercato del lavoro, ma la riduce a un fattore di secondaria importanza.
Le differenze tra uomini e donne, invece, si creano principalmente nel mercato del lavoro, a fronte di un processo di acquisizione delle caratteristiche produttive molto simile, soprattutto tra le giovani generazioni delle economie occidentali. Per spiegare le differenze tra uomini e donne senza introdurre la presenza di discriminazione è allora necessario ricorrere alla maggiore intermittenza delle donne nel mercato del lavoro. Questa minor continuità delle donne nell’offrire lavoro è correlata al loro maggior impegno nel lavoro in famiglia. Rimane naturalmente aperta la questione del perché la donna, nella divisione del lavoro con l’uomo, si accolli una maggior porzione del lavoro in famiglia ed una minor porzione del lavoro nel mercato.

La posizione "presenza di discriminazione" (4) parte invece dall’ipotesi che esista un numero significativo di individui che discrimina semplicemente perché queste sono le loro preferenze . Ad un datore di lavoro possono non piacere le persone alte e quindi eviterà di assumerle o sarà disposto a farlo solo se accetteranno un salario più basso. Questa spiegazione banale e apparentemente tautologica acquista rilevanza teorica quando si pensi che le categorie preferenze e utilità sono alla base della descrizione di ogni processo microeconomico.

Da questo punto di partenza si passa quindi alle domande rilevanti:
perché i lavoratori discriminati non lasciano i datori di lavoro con preferenze a loro sfavorevoli?
Come è possibile che in presenza di concorrenza i datori di lavoro che discriminano sistematicamente non siano spazzati via dal mercato? La risposta è che non è possibile. La conclusione della prima affermazione apparentemente tautologica è quindi interessante: se i datori di lavoro con inefficienti preferenze discriminatorie sopravvivono nel mercato del lavoro significa che il mercato non è concorrenziale. Ribaltando l’affermazione dei sostenitori della posizione differenze produttive, la presenza di discriminazione rende possibile che vi siano "differenze di prezzo (salario), pur senza differenze di produttività".
A questo punto diventa rilevante spiegare come e perché il mercato del lavoro non sia concorrenziale. Una delle posizioni attualmente più diffuse, ma non certo l’unica, è che il processo di ricerca di un match adeguato tra competenze del lavoratore e caratteristiche del lavoro richiesto richieda tempo e investimenti, costituendo un costo sia per il datore di lavoro che per il lavoratore. La presenza di queste frizioni è sufficiente per conferire ai datori di lavoro un parziale potere monopsonistico, ovvero la capacità di fare il prezzo. I datori di lavoro che discriminano pagheranno in parte il loro gusto per la discriminazione, ma faranno comunque profitti positivi grazie al loro potere monopsonistico e rimarranno nel mercato.

Questa visione del mercato può essere descritta da un modello formale che è possibile stimare con dati microeconomici. Stimare un modello significa semplicemente descrivere alcune interazioni secondo equazioni matematiche in cui siano presenti variabili osservabili (come il salario e il genere del lavoratore) insieme a variabili non osservabili ma interessanti (la proporzione di datori di lavoro che discriminano) in modo che le prime possano dare un’indicazione, ovvero una stima, del valore delle seconde. Utilizzando questo approccio su dati degli Stati Uniti ho concluso (6) che il mercato del lavoro discrimina la forza lavoro femminile. La stima dei parametri indica che circa la metà dei datori di lavoro ha un pregiudizio contro le donne nel senso che corrisponde loro un salario inferiore a quello corrisposto ad un uomo con stessa produttività.
Questo risultato è naturalmente dipendente dal modello utilizzato e da varie assunzioni formali e statistiche fatte nel corso della ricerca. Può costituire però un esempio di come la questione della discriminazione possa essere affrontata utilizzando un modello economico e, viceversa, di come un’evidenza empirica su un problema concreto abbia influenzato il modo in cui un determinato mercato viene rappresentato.


Note

1 Eterodossi rispetto al modello matematico-formale degli individui ottimizzanti l’utilità e il profitto.
2 Ad esempio, la differenza, nei paesi industrializzati, tra salario medio maschile e salario medio femminile è circa il 20/25%, con punte del 50% per il Giappone e, all’estremo opposto, del 10% per la Svezia. L’Italia si colloca in una posizione intermedia con valori intorno al 20%. Istruzione e altre caratteristiche produttive non sembrano spiegare più di metà di questo differenziale.
3 Economics is "the science which studies human behavior as a relationship between scarce means which have alternative uses" (L. Robbins, Essay on the Nature and Significance of Economic Science, 1932).
4 In realtà un’altra teoria parla di discriminazione all’interno del paradigma ortodosso oltre a quella descritta in seguito: la teoria della discriminazione statistica.
5 Nel modello economico dominante, le preferenze determinano l’utilità che ogni individuo cerca di massimizzare: è questo il meccanismo primario che determina il comportamento di consumatori, datori di lavoro e lavoratori.
6 Per una versione del saggio si veda http://homepages.nyu.edu/ lf367/srcpaper.pdf..

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