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Kafka: Percorsi senza orizzonti

Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via.

lunedì 22 settembre 2003, di Sabrina Mori Carmignani

"Per tutto ciò che esiste al di fuori del mondo sensibile, la lingua può essere usata solo in forma allusiva, ma mai, neanche approssimativamente comparativa." Nel messaggio che giunge dalle Betrachtungen di Kafka le antitesi tra bene e male, peccato e salvezza, origine e méta, vengono ricondotte nello spazio dell’indistinzione, nella dimensione apparente in cui anche la lingua e l’arte rivelano la loro insufficienza.
Se in Hofmannsthal la punizione era rappresentata dall’incomunicabilità del significato, essa si ripropone in Kafka come condanna inferta a colui che si è voluto spingere oltre i limiti del "dicibile". E se per Rilke le possibilità della lingua si rivelano nel "dire" inteso come celebrazione della caducità delle cose di "questo" mondo, la parola pronunciata da Kafka sembra condannata a perdersi nella dimensione di un altrove segnato dal "divieto".
L’introduzione di Sabrina Mori Carmignani agli aforismi di Kafka raccolti da Max Brod nelle Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via, Passigli, 2001.

Percorsi senza orizzonti

Composti tra l’autunno del 1917 e la primavera del 1918, i centonove aforismi raccolti dal curatore dell’opera kafkiana, Max Brod, sotto il titolo Betrachtungen über Leid Sünde Hoffnung und den wahren Weg costituivano inizialmente parte del terzo e del quarto degli otto fascicoli noti come Oktavehefte. Si tratta di otto quadernetti azzurri, alti e stretti, nei quali Kakfa, a partire dal 1917 , annota aforismi, frammenti, avvii narrativi, note di diario e alcuni racconti completi (Un fatto d’ogni giorno, La verità su Sancho Panza, Il Silenzio delle sirene, Prometeo).
A differenza dei Diari, tenuti dallo scrittore praghese a partire dal 1910, i Quaderni in Ottavo si distanziano dalla registrazione autobiografica per svilupparsi su un’eterogeneità tematica dalla quale sembra emergere la necessità di un confronto con una problematica filosofico-esistenziale. La scrittura delle Betrachtungen coincide con la svolta che nel settembre del 1917 segna per sempre la vita di Kafka. La diagnosi perentoria quanto terribile, della malattia ai polmoni sancisce la fine di una fase della vita dello scrittore segnata dall’angoscia per la propria inadeguatezza di fronte a una comunità borghese dalla quale egli si sente escluso e di cui tuttavia, respinge, pur aspirandovi, i presupposti fondamentali: la famiglia, l’impiego, l’appartenenza a una fede. Costantemente in bilico tra la complessità di un proprio mondo interiore percepito dall’autore come un ungeheuerliches Komplex (cfr.aforisma XXXI) e i precetti di una Legge, quella del padre-patriarca, intorno alla quale ruota un mondo in cui egli non vede che "inganno", Kafka sembra trovare nella propria malattia la speranza di una possibilità. La possibilità, forse l’ultima, per recuperare uno spazio creativo, ancorché esistenziale dal quale ripartire: un "simbolo" da "afferrare" come compare in un’annotazione dei diari del 15 settembre 1917.(1) Kafka si trasferisce a Zürau dalla sorella Ottla, libero dai ritmi di un impiego da sempre considerato una schiavitù. Pochi mesi dopo interrompe per sempre il fidanzamento con Felice Bauer.
Se proprio nel momento in cui il dato autobiografico avrebbe dovuto assumere la preminenza nell’ambito della scrittura, viene meno quasi completamente la tenuta del diario, la spinta verso una realtà atemporale e apersonale che trascende il destino individuale si intensifica. Come se il malaise da sempre avvertito dallo scrittore avesse trovato la sua inesorabile espressione esteriore nella malattia e esigesse infine di affiorare dagli strati inconsci dell’io verso gli spazi della coscienza. L’aforisma si configura allora come l’equivalente espressivo di tale esigenza. Lontano dai canoni della narrazione prescelta da Kafka come modalità espressiva, ma avvertita al tempo stesso come impossibilità di pervenire a un compimento definitivo, l’aforisma rappresenta per lo scrittore l’espressione compiuta di un "mondo interiore" che si sottrae alla descrizione, un mondo che può essere soltanto "vissuto". Nell’aforisma, quell’elemento universale ovunque rilevabile nella produzione letteraria kafkiana, ma mai univocamente interpretabile trova la sua formulazione.
Tutti gli scritti kafkiani ci parlano di una complessità difficilmente riconducibile a un’unica possibilità ermeneutica; in essi emergono di volta in volta e al tempo stesso linee di pensiero profondamente radicate nei precetti dell’ortodossia ebraica, nelle figure di un mondo interiore consumato dalla condanna all’inappartenenza alla comunità-famiglia, nelle pieghe di una verità alla quale, come viene più volte sottolineato negli Betrachtungen, non è dato neppure aspirare. Le Betrachtungen, intese come nucleo tematico al quale lo scrittore attingerà per la realizzazione del romanzo Il Castello, se lasciano intravedere una possibilità di salvezza, sanciscono anche l’impraticabilità del cammino che a essa potrebbe condurre: "Innumerevoli sono i nascondigli, solo una la salvezza, ma le possibilità di salvezza tornano ad essere innumerevoli quanto i nascondigli"(cfr. XXVI). Sia che tentino di sottrarsi, come nel racconto La tana, al richiamo che quell’unica possibilità di salvezza esercita su di loro, sia che percorrano con fredda determinatezza gli "innumerevoli" cammini che a quella possibilità sembrano condurre (si veda il Processo o il Castello), i personaggi kafkiani finiscono per perdersi nella dimensione destabilizzante in cui la loro "normalità" diviene elemento perturbante. Il dramma dell’agrimensore è il dramma dell’uomo a cui non è concesso di giungere alla verità , alla risposta, ma solo di errare lungo cammini che non conoscono soluzioni di continuità: lungo "sentieri che conducono il più lontano possibile dalla risposta stessa". I labirinti in cui si perdono i personaggi degli scritti kafkiani, l’assurda quanto squallida burocrazia del Processo, i tentativi senza speranza di raggiungere il Castello, il penoso esilio dal cielo e dalla terra del cacciatore Gracco, sono gli stessi dell’uomo che si illude di procedere e in realtà sta discendendo a velocità inaudita: "Un tale si stupiva della facilità con cui percorreva la via dell’eternità; in effetti, la stava discendendo a velocità rovinosa" (cfr. XXXVIII).
Lo sguardo rivolto alla mèta finisce per spostarsi progressivamente sulla molteplicità indistinta delle vie che ne sanciscono l’irraggiungibilità. L’immagine della "vera via" che apre la raccolta, è l’immagine di un ostacolo frutto della nostra esitazione di fronte alla verità: "Esiste una mèta, ma nessuna via; ciò a cui diamo il nome di via è la nostra esitazione." (cfr. XXVI). Se per Nietzsche la "formula della felicità" era data da una "linea retta" che centrasse lo scopo, lo Ziel, forse solo per distruggerlo o per esaurirsi in esso, in Kafka la molteplicità dei percorsi da intraprendere finisce col coincidere con la loro assenza. E’ una via che non esiste quella prefigurata dallo scrittore, una via segnata dall’illusione e dell’inganno (Betrug) nella quale l’uomo indugia e si perde.
La vita stessa è inganno, ma se solo per un istante quell’inganno venisse meno, la verità annienterebbe colui che osa guardarla, la luce medusea del suo inafferrabile significato lo renderebbe una statua di sale: "Puoi forse conoscere qualcosa che non sia inganno? Se mai l’inganno venisse abolito, tu dovresti distogliere lo sguardo o diverresti una statua di sale." (CVI). La stessa riflessione compare nell’opera di un poeta vicino per certi aspetti al destino di Kafka : Rainer Maria Rilke. Pur pervenendo ad esiti diversi, le Elegie Duinesi ruotano intorno al motivo dell’insostenibilità dell’Altro. Ma se per Rilke la trasformazione del "Visibile nell’Invisibile" è ancora una possibilità e costituisce il dato preliminare di una ricerca volta al recupero di una parola che possa ancora celebrare il tempo e lo spazio della caducità umana, il cammino à rebours intrapreso da Kafka verso una prospettiva escatologica intravista e mai del tutto abbandonata, conduce allo Urbetrug, al grande inganno originario di fronte al quale la coscienza, per impazienza o per ignavia, finisce col perdersi. Le Betrachtungen sembrano configurarsi come il riflesso, l’equivalente simbolico , di quello smarrimento nel quale ciascuno cerca una giustificazione alla propria esistenza: "[…] l’intero mondo visibile non è che la giustificazione di un uomo che vuole riposarsi per un momento. Un tentativo di falsificare la realtà della conoscenza, di farne una mèta ancora da raggiungere" (LXXXVI). I pensieri che prendono forma lungo questa breve raccolta di aforismi sembrano svilupparsi entro le coordinate di due immagini antitetiche e tuttavia sovrapponibili: Weg e Ziel. Se questi sono i due elementi di riferimento dell’orizzonte spirituale delle Betrachtungen, la riflessione che ne deriva, si avvale, come nota Cantoni, di una serie di immagini che Kafka trae da tutte le fonti culturali di cui egli disponeva, facendone simboli e metafore di una ricerca mossa da una forte passione ermeneutica. Immagini come il Paradiso, l’Inferno, Adamo, l’albero della scienza e l’albero della vita che, come osserva Cantoni(2) , sono "simboli e metafore, non allegorie" di un cammino la cui unica costante è data dalla possibilità di errare. Ma è proprio in quella possibilità che sembra compiersi la trasformazione di ciò che è un "camminare senza meta nella certezza della meta senza cammino"(3) . Il pensiero da cui nascono le Betrachtungen sembra trovare la sua giustificazione nella determinatezza o nell’"impazienza", come la definisce l’autore, che spinge l’io oltre i confini della propria coscienza: "C’è un punto a partire dal quale non vi è ritorno. Si deve raggiungere quel punto" (V). In una annotazione diaristica del 28 gennaio 1922 Kafka torna a parlare di quel "punto" come terra del "deserto": […] adesso sono cittadino di quest’altro mondo, il quale sta al mondo normale come il deserto al terreno agricolo (quarant’anni sono emigrato da Canaan), […] sono da un pezzo nel deserto e si tratta soltanto di visioni della disperazione […] e Canaan deve rappresentare l’unico paese della speranza poiché per gli uomini non esiste un terzo paese"(4) . Superato il sottile confine del Gegenübersein ("Stare a fronte") rilkiano, Kafka giunge alla consapevolezza che segna la scrittura delle Betrachtungen: "Alles ist Betrug." ("Tutto è inganno", LV).
Se dal motivo dell’inganno e della menzogna sembra emergere l’elemento nichilistico di una ricerca che non può più svolgersi secondo le regole di un "procedere metodico", lo sguardo verso una "realtà spirituale" immanente, induce l’autore a demolire progressivamente tutte le tappe della coscienza. In questo sembra allora consistere la condanna di colui che si è voluto spingere sino al "deserto", sino al punto in cui la coscienza cessa di essere Halt, sostegno, e lascia intravedere all’io quello spazio ungeheuerlich (cfr. XXXI) che è poi lo spazio essenziale dell’opera. E da quello spazio riaffiorano i temi originari di una morale che, collocandosi fuori dalla Legge, rimette in discussione quelle apparenti "giustificazioni" che se da un lato consentono all’io di legittimare la propria vita entro i confini del "mondo sensibile", dall’altro falsificano il fine ultimo della sua esistenza. Nel pensiero kafkiano esse non sono altro che un tentativo di falsificare la realtà della conoscenza, facendone una mèta ancora raggiungibile. Ma il messaggio che giunge dalle Betrachtungen sembra configurarsi come la smentita di questa possibilità; le antitesi tra bene e male, peccato e salvezza, origine e mèta, vengono ricondotte nello spazio dell’indistinzione, nella dimensione apparente in cui anche la lingua e l’arte rivelano la loro insufficienza. L’unica arte possibile è quella del "volto che si ritrae" di fronte a una verità che lo acceca e per la quale nessuna lingua è in grado di svolgere una qualsivoglia mediazione sul piano dei significati: "Per tutto ciò che esiste al di fuori del mondo sensibile, la lingua può essere usata solo in forma allusiva, ma mai, neanche approssimativamente comparativa […]" (LVII). Se già in Hofmannsthal, nella nota Lettera di Lord Chandos, emerge la problematica tutta moderna di un linguaggio in cui le "mute" cose si sottraggono a ogni possibilità ermeneutica, Kafka sembra farsi carico della chute registrata dal poeta austriaco e percorrendo i labirinti di un apparente "non senso" interroga con fredda quanto terribile lucidità quel silenzio di fronte al quale Hofmannsthal si era arrestato. Ravvisando un trait d’union tra i contenuti dell’opera dei due autori, Walter Benjamin (5) individua in Kafka le possibilità di una ricerca destinata a non esaurirsi nel "mutismo" hofmannsthaliano: "[…] Il suo mutismo era una sorta di punizione. La lingua di cui Hofmannsthal si è privato, potrebbe essere proprio quella che all’incirca nello stesso momento venne data a Kafka. Kafka si è assunto infatti il compito di cui Hofmannstahl si è mostrato moralmente e anche poeticamente incapace. […]". Ma se in Hofmannsthal la punizione (Strafe), era rappresentata dall’incomunicabilità del significato, essa si ripropone in Kafka come condanna inferta a colui che si è voluto spingere oltre i limiti del "dicibile". E’ questo il punto in cui sul piano del contenuto, il cammino percorso da Kafka diverge radicalmente da quello, ad esempio, di Rilke cui già abbiamo fatto riferimento. Se per quest’ultimo le possibilità della lingua si rivelano nel Sagen ("Dire") inteso come Preisung, celebrazione della caducità delle cose di "questo" mondo, la parola pronunciata da Kafka sembra condannata a perdersi nella dimensione di un altrove segnato dal "divieto": "Egli rincorre i fatti come un principiante sui pattini, che per di più si esercita laddove ne è fatto divieto." (LXVII). L’esigenza dell’opera che spinge lo scrittore praghese fuori dalla Legge sembra configurarsi allora come la condanna implicita all’"esercizio" della scrittura. Essa impone di percorrere quel cammino che conduce laddove le apparenti, fragili certezze del "mondo sensibile" e la coscienza cessano di essere un sostegno e l’io esposto al richiamo archetipico delle figure dell’indistinto percorre sino in fondo gli spazi dello smarrimento. Il senso di quello smarrimento sembra riaffiorare nelle Betrachtungen nell’immagine dei "moti fluttuanti di un’onda" che trasporta l’io verso quel centro in cui la domanda e la risposta si annullano vicendevolmente e, vicendevolmente, tornano a riproporsi, all’infinito.


Note

1 F. Kafka, Werke, 5 voll., Frankfurt am Main, vol. V, p. 386
2 R. Cantoni, Che cosa ha ’veramente’ detto Kafka, Ubaldini, Roma 1970, p. 121.
3 M. Blanchot, L’espace littéraire, Paris 1988 p. 95.
4 F. Kafka, Werke, op. cit., p. 141. Trad. di E. Pocar in Kafka, Confessioni e Diari, Milano, 1972, p. 616
5 W. Benjamin, Briefe, Frankfurt am Main, 1966, p. 852.

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