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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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05 - Scritture

Per interposte persone. I tessitori.

11 settembre: "...perché anche adesso è un tempo"

lunedì 8 settembre 2003, di Donata Feroldi

"Le Torri erano crollate da poco piu’ di un mese e la macchina della Fiction masticava cervelli a un ritmo impressionante, nutrendosi del dolore e dell’orrore di uomini morti o morenti, ovunque nel mondo, prima e dopo quell’11 settembre che - così raccontava la Fiction - non era soltanto newyorkese, ma occidentale tout court.
Il 24 novembre 2001, a Milano, romanzieri poeti saggisti critici traduttori e autori teatrali si sono ritrovati per fare il punto e, approfittando del punto, fare scoppiare le vesciche, vomitare l’indignazione, la rabbia, lo schifo che si prova a militare sul fronte occidentale.
Come accadeva in anni sospetti, quando ancora gli intellettuali erano temuti e/o ascoltati, dal convegno è nato un libro, rappresentante cartaceo, se non di un movimento o di un gruppo, certamente di una sensibilità e di un’ambizione - quella di parlare dal mondo, del mondo, nel mondo." (da qui)
Il libro è Scrivere sul fronte occidentale, pubblicato da Feltrinelli circa un anno e mezzo fa.
Quello che riprendiamo oggi è l’intervento di Donata Feroldi, la testimonianza nuda e rivelatrice di una scrittrice, il concentrato cortocircuito di una donna di pensiero: "Forse si scrive, si traduce perché si dimentica. Continuamente, inesorabilmente occorre riparare. Riparare è uguale a spostare dall’ovvio, perché l’ovvio è l’esaurito, l’ossificato, il morto. Ciò che non parla piu’. Nulla comunica in sé. Non c’è nessun in sé. Tenere lo spostamento, la slogatura anche in traduzione. Lo storto che accende. Accende noi. Accende qualcuno."
(lf)

"È successo un tempo
ma è come fosse adesso
perché anche adesso è un tempo."

"È successo adesso
ma è come fosse un tempo
perché anche adesso è un tempo."

Trovare il modo - un modo - di stare in questo tempo. Tempo dove stiamo, sentendo, senza sapere, senza vedere - troppo vicino -, oppressi, schiacciati da tanta presenza. L’istante vissuto nelle parole di ogni istante, senza che quest’acqua mai smetta di scorrere, mai si fermi, si posi, ritrovi nella quiete provvisoria di un’immagine il sollievo provvisorio di un senso. E qui, saccheggiando nella grande discarica di parole, brandelli di sentimenti e figure, cosa può rimanere? On les a vues s’écrouler, les Twin Towers, torri gemelle, le nostre torri gemelle, di noi, doppi, gemmanti, in partenogenesi perenne… e già quell’emblema in cui nell’attimo si è bloccato, precipitato, il pulviscolo catodico, il brusio delle lingue sbrigliate infinitamente inneggianti, esortanti, invitanti… è trascorso. Crollo dello stato in Argentina, braci di guerra al confine tra India e Pakistan, morte e devastazione in Afghanistan, morte e devastazione a New York, - dacci oggi il nostro sangue quotidiano -, il cerchio si chiude, torri di luce, in limine, sulla soglia. Silenzio. E lontanissimo, nel cannocchiale rovesciato della stanza, nel cannocchiale rovesciato del libro, nel cannocchiale rovesciato dello scritto, qualcosa, oltre la rètina, dietro la rètina, si posa.
Qui in questa stanza, dietro i sacchetti di sabbia e i reticolati di libri, tra queste pareti che sono ancora protezione. Tana e covo del dolore rinnovato in cui si sente, si sa di esistere.
Trovare un modo di stare in questo tempo sconosciuto, insondabile, come sempre si è stati nello sconosciuto del tempo. Vegliare la vita, vegliare la morte. Vegliare. Nella notte si tesse la trama che rinvia il terrore, lo rimanda, lo sposta, ancora un po’, ancora un tempo-alveo immobile in cui il tempo-fiume, acqua gorgo precipizio, il tempo-parole possa scorrere. Sospensione. Tregua. Respiro. Vita.

Cosa sappiamo? cosa dobbiamo sapere? cosa dobbiamo dire? "Commentare a caldo"… ma è nulla questa emorragia di vita, solo emorragia, epifania di se stessa, tautologia muta, murata nel suo enigma di pura effusione. L’uomo senza memoria, senza padre né madre, diceva: "Non sentite ovunque queste grida di terrore che normalmente chiamano silenzio?". Il dolore è ovunque.

Ho ascoltato parole che avevano un peso. Ho letto parole che avevano un peso. Peso specifico. Ritrovare il peso. Sentirlo. Il peso àncora a terra. Il peso àncora al corpo. Il corpo àncora al tempo. Stare adesso è stare qui e qui è per interposte persone, nelle parole degli altri che mantengono, di trasporto in trasporto, quel peso corporeo a cui ci si può affidare.

O la parata di parole senza storia, quasi avessero valore in sé, nulla le garantisce, spese come fiches sul banco del Casinò del Momento, tv-verità o verità-tv. Stanchezza. Enorme pesantezza, pesantezza non peso, di questo vuoto presunto. Il tempo: distillazione. L’immediato non esiste. Noumeno per eccellenza, inesperibile. Non si esperisce se non a posteriori. Diamoci tempo. O tutto è uguale a tutto, equivale a tutto. Qui, dietro questi sacchetti di sabbia e filo spinato: silenzio. Un silenzio pieno di voci da decifrare, un silenzio pieno di richiami.

Gilgamesh contemplò il suo amico Enkidu finché il verme fu sopra di lui.

Niente è nuovo. Noi siamo nuovi, inconsapevoli intramati di passato, di un altro tempo, altri tempi. Scoprire il tempo, il mondo che è già qui, già da sempre stato e ripetuto. Cosa possiamo fare? Prendere altre parole, le stesse, rammendare la loro trama sfilacciata, riparare l’emorragia del senso.

Mi sembra che una cosa accomuni scrittore e traduttore, scrittore in proprio e scrittore per interposta persona: la tessitura che non è solo trama di parole ma tentativo di restituire alle parole il peso che inevitabilmente perdono nella frizione dello scambio incessante. Non vi è parola più cava, più vuota, più depotenziata, della parola sola, offerta come avatar di alcunché - trasgressione, virtù, morale, rivolta, sentimento, partecipazione, rifiuto… pubblicità. Fa parte della vita delle parole il depotenziamento, fa parte della vita delle campagne inselvatichirsi. Occorre coltivare. Ascoltare, osservare, intervenire. Agire secondo ritmi e tempi che nessun io governa, ma di cui la coscienza, più ampia dell’io, può assumersi la responsabilità.

Nemici. Esiste un nemico che non sia interno? che non sia l’enorme spossatezza generata dal sentimento di impotenza di fronte al pullulare continuo dell’esistente? alla ripetitività inesorabile del disumano umanamente generato?

Non conosco altre strategie se non quella di ri-legare le parole al vivere, di restituire quanta più vita, quanto più dolore, quanta più stupefazione, quanto più smarrimento alle parole altrui levigate dallo scorrere del tempo e dell’inguaribile stupidità umana. Tempus edax, homo edacior.

Con parole di altri ho parlato e parlo, con parole di altri ho pensato e sento, trascrivendo in lingua italiana le loro partiture, cercando di far risuonare in un altro strumento il suono primitivo, cercando il ritmo soprattutto, quel ritmo a cui chi scrive affida il subconscio-sovraconscio del senso, la forza, l’energia che arriva, colpisce nel segno, la rete in cui è preso e incantato il complesso-contraddittorio del vivere, ciò che continuamente sfugge, tradito, eppure mai sconfitto, mai abolito completamente.

Fa strano parlare in prima persona. Riflessioni a margine di una attività artigianale quotidiana. Apologia di reato? Non c’è niente da dire, in effetti. Niente che non sia già detto in quel modo impalpabile che circonda-intride il fare, l’oggetto, lo scritto. Ogni giorno cerco di ascoltare e restituire. Restituire in una lingua che parli. Parli a chi? a cosa? Parli a uomini e donne. Parli allo smarrimento, per placarlo senza imbambolarlo, senza imbonirlo.

Non c’è risposta. La letteratura non è una risposta. O lo è come può esserlo un gesto della mano. La letteratura non è spiegazione. Fosse poi pacificato il tutto dell’uomo dopo che qualcuno gli ha consegnato il suo universale perché. Uno schiaffo resta uno schiaffo anche se viene esplicitato il movente. Non redento, diciamo. Ma da lì possono nascere altre cose. Elaborazione, fuga, storia.

Il tessitore rammenda una trama di parole che è trama dell’umano. Mi piacerebbe che, leggendo un autore in traduzione, si potesse sentirne la voce, il timbro. Un timbro che non ha nulla di fonico, diciamo un timbro-postura essenziale che passa attraverso vocali, consonanti e immagini. Leggo e rileggo. Ascolto, leggo, rileggo. Per ottenere questo. Perché evidentemente - e lo dico senza scampo a posteriori - credo che "lì dentro", dentro quello che non so definire, ci sia la cosa più importante. Per non perderla, occorre tenere dentro tutto, anche quello che non si coglie, non si capisce. Cautela. Lavoro minuzioso. Mescolando i tempi. Perché a volte ciò di cui si ha bisogno viene dopo, è una lingua che verrà. Lavoro di formica in cui le briciole di ciò che si è letto e vissuto si mescolano inestricabilmente.

Di quello che faccio non riesco a parlare, se non in maniera indiretta. Come in letteratura. Ci si illude che ciò che è diretto sia "più vero" eppure, da millenni, gli uomini sanno che non è così.
Si dimentica. Forse si scrive, si traduce perché si dimentica. Continuamente, inesorabilmente occorre riparare. Riparare è uguale a spostare dall’ovvio, perché l’ovvio è l’esaurito, l’ossificato, il morto. Ciò che non parla più. Nulla comunica in sé. Non c’è nessun in sé. Tenere lo spostamento, la slogatura anche in traduzione. Lo storto che accende. Accende noi. Accende qualcuno.

Il compito del traduttore e dello scrittore è lo stesso: il compito dell’umano, del vivere. Non c’è altro compito, né qui né altrove, né adesso né un tempo. La stessa cosa. La stessa casa con porte e finestre bene aperte, dove chiunque può entrare se vuole.

Non c’è un uso prestabilito, dunque. Ognuno farà l’uso che vuole. Che fare? semplicemente cercare di trattenere il peso che sfugge, per una sua legge di levità inesorabile. Forse è questa la frontiera. Ma non c’è nessun occidente. Solo un grande sforzo per prendere dentro tutto, fare posto/lasciare posto a ciò che non si sa/non si capisce.

Ho letto proprio ieri sul giornale che i soldati americani stanno seppellendo piccolissimi frammenti - reliquie? - delle torri gemelle nel deserto dell’Afghanistan. Disseminazione? Retombée des cendres?

"La polvere, anch’essa, ha forti ragioni."


Ecco l’elenco completo degli autori e degli interventi che Feltrinelli ha pubblicato in Scrivere sul fronte occidentale:
Lettera (Antonio Moresco); - Inizio dei lavori (Dario Voltolini); - Il pieno (Carla Benedetti); - Circolare segretissima da diffondere di nascosto fra gli autori italiani di finzione (Tiziano Scarpa); - L’occhio del ciclone (Antonio Moresco); - Romanzi polimaterici, anzi: eterocellulari (Piersandro Pallavicini); - Disturbare l’universo (Marco Drago); - Poco acuto, cos’é poco acuto (Christian Raimo); - L’orecchio immerso (Mauro Covacic); - Due cose per dire che non cambierà niente (anzi è già tutto di nuovo come prima) (Raul Montanari); - L’insaziabilità (Marosia Castaldi); - I dieci giorni che non sconvolsero un cazzo (Ivano Ferrari); - Nostalgia del simbolico (Antonio Piotti); - Il Ground Zero del godimento (Marco Senaldi); - "Dire il vero". Appunti (Giuliano Mesa); - Il quadro (Paolo Nori); - Il grande spot (Andrea Bajani); - Scrivere sul fronte occidentale: scrivere sulla fronte occidentale (Giuseppe Genna); - Ma le nostre parole saranno scritte invano? (Giorgio Mascitelli); - Undici pensieri dopo l’11 settembre (Marina Mander); - L’estraneità e la festa (Andrea Inglese); - Mostrare le sbarre (Teatro Aperto: Federica Fracassi e Renzo Martinelli); - Parlare della verità (Giulio Mozzi); - Per interposte persone. I tessitori (Donata Feroldi); - Dalla mia postazione alla periferia dell’impero (Gian Mario Villalta); - Esplodersi. Lettera ad Antonio Moresco (Federico Nobili); - Una gonna per l’11 settembre (Helena Janeczek)

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