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04 - Recensioni - Schede

Coefore di Eschilo/Calenda

Il Rossetti - Teatro Stabile del Friuli - Venezia Giulia - Regia di Antonio Calenda

giovedì 10 luglio 2003

Difficile immaginarsi qualcosa di meno attuale di una recensione di uno spettacolo teatrale oramai irrimediabilmente passato. Ma quante volte raccontiamo ci?? che ?® oramai perduto? Elena Sciarra ha visto le Coefore all’Arena del Sole di Bologna il 29 novembre 2002. Ecco cosa ne ha pensato.
(lf)

Bologna, Arena del Sole, 29.11.2002

Eschyle est souvent désespérant; pourtant, il rayonne et réchauffe. Au centre de son univers, ce n’est pas le maigre non-sens que nous trouvons, mais l’énigme, c’est-à-dire un sens qu’on déchiffre mal parce qu’il éblouit.
Albert Camus

La scenografia, essenziale, cupa, cimiteriale, la musica (creata da Germano Mazzocchetti) e le coreografie (di Micha van Hoecke) contribuiscono a creare l’atmosfera straniante e astratta che caratterizza la messa in scena di questa tragedia, la seconda della trilogia dell’Orestea. Una messa in scena accuratissima, che trasmette in modo netto la sensazione che alle sue spalle ci sia stato un serio lavoro di ricerca, in direzione di un recupero delle modalità del teatro classico (in effetti la rappresentazione è stata allestita in collaborazione con l’Istituto Nazionale del Dramma Antico - Fondazione - Onlus). Il risultato è, come detto, straniante, quasi sconcertante all’inizio: il fatto che le parti del coro, cantate e danzate, siano impersonate da uomini, costituisce uno degli elementi che maggiormente rischiano di spiazzare lo spettatore contemporaneo.
Questa operazione, sorta di doppio movimento, da una parte conduce a una profonda fedeltà al testo (dove per testo intendo anche il mondo "immaginato" intorno ad esso), dall’altra alla creazione della distanza, della lontananza in cui vediamo muoversi le grandi figure tragiche, di Oreste e Clitemestra innanzitutto. Un Oreste a tratti un po’ - un po’ troppo - caricato, mentre a campeggiare è la figura di Clitemestra, interpretata da Piera degli Esposti. Figura scolpita nella pietra, questa Clitemestra, imponente, quasi maschile. Gli unici personaggi femminili interpretati da donne sono il suo e quello di Elettra, che però in effetti risulta essere l’unico caratterizzato dagli attributi tradizionali della donna (fragilità, dipendenza dalla figura maschile, passività). La statura - o lo statuto - "maschile" del personaggio di Clitemestra viene pienamente rispettata dall’interpretazione di Piera degli Esposti, lucidissima e senza sbavature.

Una scelta teatrale di questo tipo, che potrebbe apparire "facile", mi sembra invece l’unica che possa avvicinarsi in profondità al nucleo tragico: e questo in contrapposizione ad alcune "riscritture" moderne delle tragedie, che spesso banalizzano, alterano, o comunque sovraccaricano il testo (l’elemento critico-interpretativo risulta spesso talmente evidente da appesantire fortemente il risultato). La lontananza, la parola che ha la forza del gesto, e parallelamente il gesto che ha in sé la potenza creatrice della parola, l’elementarità e la profondità abissale di ciò che è in gioco, tutto questo viene reso limpidamente in una messa in scena che ha scelto la distanza come suo primo criterio rappresentativo. Scegliere la distanza vuol dire da un lato scegliere una rappresentazione straniata, quasi astratta, e dall’altro anche ammettere l’estraneità di quel mondo rispetto a noi.
E proprio per via di questa scelta di distanza credo si sia utilizzata una traduzione dal tono lontanissimo dal parlato, dal linguaggio comune. Distanza e fedeltà, dunque: il testo usato è quello di Manara Valgimigli, seguito costantemente, senza tagli o modifiche, anche nei punti più difficili. La scelta di una traduzione in qualche modo "arcaica", rispetto alla lingua italiana di oggi, credo vada sempre in direzione di questa volontà di allontanare lo spettatore, di porlo di fronte a uno spettacolo in cui l’immedesimazione risulta impossibilitata da questo e altri espedienti.

Insomma, bravi gli attori (a partire dal coro), seria e rigorosa la regia, per una messa in scena dietro la quale si percepisce lo spessore di un approfondimento critico notevole. Il risultato è una rappresentazione in cui il nucleo tragico, il problema della giustizia, viene fuori in tutta la sua potenza di "enigma che abbaglia", in tutta la sua difficoltà di "senso che si fatica a decifrare".

Per altre informazioni sulle Coefore e su Antonio Calenda: www.ilrossetti.it

Per l’Istituto Nazionale del Dramma Antico: www.indafondazione.org

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