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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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Buonanno - Serenata per un esordiente

Piccola Serenata Notturna di Errico Buonanno, Marsilio 2003.

venerdì 1 agosto 2003, di Lorenzo Flabbi

GSI(?)

Errico Buonanno è giovane, è italiano, è scrittore.
Uno allora dice: è un Giovane Scrittore Italiano. Ma no, quell’uno si sbaglia. Perché il prototipo del GSI fa all’incirca tutto ciò che Buonanno non fa. Il GSI ha tutte le ansie affermative di ogni GSG (giovane scrittore generico): ha urgenza di dire e non si contiene. È normale, è un giovane scrittore. Nessuno gioca ’a levare’ quando ha l’impressione di aver tanto da aggiungere e donare al consorzio delle umani genti. Normale. Anche Hugo, per dirne uno così poco normale, quando scrive Notre Dame de Paris proprio non ce la fa, e infila un capitolo narrativamente inutile in cui a volo d’uccello rifà la storia urbanistica di Parigi. Ci teneva, c’erano le ruspe di Haussman lo spietato all’opera che divaricavano le strade. Era urgente, e ce lo mette. Aveva ventotto anni. Uno (o anche un altro) poi rilegge quel libro oggi e si entusiasma, ma a quel capitolo sbadiglia: non capisce quella lista di vie scomparse della vecchia Paris, non coglie più quell’urgenza. Poi, certo, Hugo è un genio e allora scrive il capitolo Questo ucciderà quello in cui torna a parlare di architettura e raggiunge intensità di splendore quasi accecante. Ma era giovane, e volle dire tutto, fino a dire troppo. È normale. Ecco.
Il GSI, in sovrappiù all’incontinenza di ogni GSG, ci aggiunge il fatto che dalle parti nostre s’ha da essere nipotini di Gadda. La lingua va impastata, reinventata, slabbrata, ridiscussa. Sperimentata. E se proprio non si hanno gli strumenti, la cultura o il ventaglio lessicale, almeno va sporcata. Sporchissima, la lingua del GSI: mani nel fango, poiché così parla il giovane e il GSI si fa carico faticosamente, e generoso, di far emergere ciò che, per lui, è il sommerso della ruspante schiettezza (o volgarità) giovanile. Ogni GSI nasconde uno studente che ha il ricordo dell’ora di ginnastica, quando ci si cambiava nello spogliatoio e si tiravan fuori trovate cameratesche variamente originali che, se solo le avesse sentite il prof… E questa diventa poi l’audacia: "va te, cazzo, quanto mi espongo". Un birichino, il GSI. Invece:
Errico Buonanno ha scritto Piccola serenata notturna a poco più di vent’anni (ne ha ventiquattro adesso), un libro senza illusorie audaci formali o telefonate sconvenienze linguistiche.

Lullo

Il protagonista è Giacomo Lullo. Più o meno un cretino. "Non è che siano proprio cretini, però più o meno", scriveva all’incirca Flaubert dei suoi Bouvard e Pecuchet. E infatti Bouvard e Pecuchet, con i loro entusiasmi deittici, la loro cultura raffazzonata, il loro tetragono convincimento di poter tutto fare e il loro irrimediabile fallire in tutto, i loro improvvisati talenti e la loro conseguente,

Gustave Flaubert

inossidabile presunzione, essi, dunque, sono i cugini letterari di Giacomo Lullo. Uomo del ventennio, massificato perché ha in sé quel germe refrattario a ogni effetiva comprensione degli eventi che si chiama conformismo piccolo borghese. Un piccolo borghese, ma sognatore e divertente suo malgrado. Come B&P, appunto. Ma a differenza dei due arricchiti flaubertiani, che davvero esagerano, Lullo è anche amabile. Artista di opere già create, inventore di cose già inventate, proprio come il personaggio del racconto di Peter Bichsel pubblicato qui su sguardomobile (ed è bello il paradosso ricorsivo di uno scrittore che ’inventa’ un personaggio che ’inventa’ invenzioni già inventate laddove questo personaggio è stato a sua volta già ’inventato’ così che lo scrittore in questione diventi per un momento proiezione inconsapevole del suo proprio personaggio, ennesima vendetta dell’arte sulla vita. E scusate il bisticcio poco inventivo). Sarei pronto a scommettere un paio di fette d’anguria che il suo nome, il candido signor Lullo, lo deve a qualche reminescenza più o meno conscia di Buonanno de Il tenero Giacomo, il patetico e sublime ometto che per tempi immemorabili ci ha ’rimandato all’ultima pagina’ della Settimana Enigmistica.
Il Lullo nelle prime pagine esce dalla provincia (a sua propria dimensione e immagine) in cui è nato e vissuto e se ne va a Roma, a conquistare la città col suo talento ma, si sa, com’è bella la città, com’è grande la città, lo spaesamento l’ha quasi vinta, se non fosse che il Lullo è a suo modo inespugnabile, e vive in una segreta cortina di ferro i cui confini son dettati da una miopia ottica a cui fa da contraltare metafisico una cecità più profonda, quell’incomprensione che disinnesca ogni minaccia eversiva. Come urlare Questa è una rapina a uno sportellista che invece capisce Vorrei fare un bonifico. L’ingenuità di Lullo fraintende i segnali, mistifica le intimidazioni.
Rocambolesco è il suo incontro con il brillante Travè, progenitore di quelli che negli anni ottanta si sarebbero chiamati creativi ma che allora si diceva facessero la réclame. Il Traversi è uomo di mondo, e del mondo ha un’idea ben precisa, progressiva e gentiliana, che tende a imporre a chi gli sta a tiro. È su un treno per Parigi che i due si conoscono. Il Lullo c’è salito senza biglietto per tutt’altri motivi; quando fa per scendere le porte si chiudono e la locomotiva comincia a sbuffare. Troppo tardi. Travè a Parigi ci sta andando coi due figli ma per motivi serissimi e professionali; la pubblicità di un caffè che avrà come testimonial uomini del calibro di Joyce, Breton, Marinetti, D’Annunzio, quasi sempre caricaturizzati. Ma durante il viaggio, fantozzianamente senza fermate intermedie, davanti a quell’uomo sconsolato che batte i pugni sui vetri del finestrino finché non si addormenta come un pupo, Travè ha l’illuminazione. Fare di Lullo un artista fatto e finito. Ararlo come terra vergine per vedere sbocciare in lui talento e idee. Il tutto in perfetta sintonia con un concetto iperuranico e cristallizzato di uomo moderno, quell’Uomo Nuovo che fu la grande ossessione di chi in quegli anni si sentiva aggiornato. E, presumibilmente, il tema centrale esplicito del libro, ciò che più stava a cuore a Buonanno nello scriverlo. Lo stesso tema centrale (implicito, però) di quel Tutto il ferro della torre Eiffel di Michele Mari, a sua volta, e non per caso, d’ambientazione parigina, città mitopoietica per eccellenza. Certo, lo spessore dei due romanzi è giocoforza incomparabile. Ma è curiosa questa duplice tematizzazione della modernità (da una parte quasi subita da Benjamin e Bloch, dall’altra interrogata e interpretata a proprio modo da Traversi e completamente fraintesa da Lullo), in due romanzi, e notevoli, usciti a pochi mesi di distanza e in Italia. Sono in qualche maniera altri segnali di una stanchezza diffusa nei confronti delle categorie che hanno voluto imporre un post a una modernità che stenta a dissolversi, significando di volta in volta posteriore, postremo o (alla Ferroni) postumo. Ne parla brillantemente, e con altro approccio, anche Claudio Bisoni su queste pagine (in The others).

Leggero

Nel libro di Buonanno la leggerezza è talmente argomentata (a partire dal titolo mozartiano, la ’leggerissima’ Eine kleine Nachtmusik in quattro tempi che scandiscono le quattro parti del libro, passando per il correlativo oggettivo del ’fumo che sa di rose’ di un’icona mitizzata dal Lullo in gioventù davanti a un divino Vate, e arrivando allo stile stesso dello svolgimento narrativo, arioso e ironico di un’ironia a tratti divertita a tratti dolente) che parlarne sarebbe quasi pleonastico, di un’evidenza tautologica. Non fosse che però essa viene brutalmente e d’improvviso sottratta al lettore, nell’esposizione drammatica di un cono d’ombra che non si sospettava. Sotto gli occhi del Traversi (occhi che commiserano l’ingenuità del Lullo) va in scena da anni un teatro di atroci sofferenze che hanno nel figlio maggiore (il quale osserva il padre e il suo insopportabile ottimismo con altrettanta e più feroce commiserazione) il carnefice e nella figlia minore la vittima. Questo dramma d’incestuosi amori e di perfidi rancori famigliari è forse la parte che c’è piaciuta meno; eccentrica al punto da sbilanciare l’equilibrio anche stilistico del libro, non riesce ad essere ficcante quanto una fotografia dell’abisso (come, ad esempio la rappresentazione della depressione in Parole parole parole di Resnais, film ’leggero’ fino a un’autentica pugnalata: in un acquario dall’aria innocua come tutti gli acquari che fan mostra di sé negli appartamenti, la macchina da presa scova e fissa

La locandina originale del file di Resnais

meduse dal movimento asmatico e su esse indugia), né sconvolgente quanto quella più approfondita narrazione di carattere ’epico’ che l’argomento richiederebbe per essere trattato in maniera almeno un po’ esaustiva (come, ad esempio, e magistralmente, nel rapporto padre/figlia di Pastorale americana di Philip Roth). Così che l’argomento, in sé scabroso, lascia l’impressione di essere stato utilizzato in maniera freddamente strumentale, per arrivare presto alla curva discendente della parabola, all’epilogo che chiude il ciclo delle illusioni e delle ingenuità e apre la porta del Neorealismo. Questi grandi e stagionati paragoni, da Roth a Mari, da Flaubert e Resnais, sono certo un po’ eccessivi, ma anche sintomatici di un apprezzamento convinto: Buonanno nasce maturo. A suo modo saggio. E lieve. E mentre mi trovo così sbilanciato dall’entusiasmo e mi dico Starò mica esagerando?, ripenso al capitolo dell’esilarante incontro con Breton e fugo i miei pavidi dubbi. È la migliore parodia del surrealismo che sia uscita da penna italiana.

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