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04 - Recensioni - Approfondimenti

Eyes Wide Shut

Imago e speculum nell’ultimo capolavoro di Kubrick

sabato 19 luglio 2003

Lies nicht mehr - schau!
Schau nicht mehr - geh!

Dentro il tessuto del film esistono due polarità contrapposte: realtà vs. sogno, vero vs. immaginato.
Le due coppie si corrispondono, ma non sono statiche, bensì sottoposte a degli spostamenti continui per cui ogni elemento si muove continuamente verso l’altro (Wahlverwandtschaften) creando una situazione di assoluta fluidità.
I continui scivolamenti da un polo all’altro rendono incerto comprendere cosa sia reale e cosa sia solo sognato: non, però, nel senso che può essere di un Lynch, in cui c’è un continuo intersecarsi di piani onirico-simbolici e piani di realtà (per cui non sappiamo se la scena che vediamo è reale o solo sognata) - perché da questo punto di vista il film è chiarissimo. L’ambiguità sta nella "consistenza ontologica" della situazione che vediamo: quanto "esiste" questa situazione? Vengono vissute in effetti delle situazioni reali (mancate) e delle situazioni sognate (dunque solo immaginate, ma compiute, e quindi vere), che peraltro danno poi luogo a delle reazioni (il tradimento immaginato di lei che scatena la ricerca, l’inchiesta del marito) (peraltro le vicende, reali - lui - e sognate - lei -, sono perfettamente speculari, si corrispondono). Insomma, è come se il polo della realtà, che teoricamente corrisponde a quello del vero, si spostasse continuamente verso quello dell’immaginato, e parallelamente quello del sogno verso quello del vero.

Penso poi che il filo rosso all’interno del film sia l’idea di immagine, ovvero imago (che è dalla stessa radice di imitari), ovvero immagine speculare della verità o della realtà (realtà vista per speculum, simbologia dello specchio, enigma). Peraltro in Jung l’imago è il prototipo inconscio del bambino relativo a figure fondamentali quali i genitori o i fratelli, che poi agisce nell’individuo adulto come una mediazione attraverso la quale questi percepisce gli altri. In breve, l’imago è lo speculum attraverso il quale l’individuo vede la realtà, in qualche modo deformandola.

Insomma, io penso che questo film sia sostanzialmente un’analisi del concetto di imago.

La sua forma, il linguaggio
Th. Mann ha dato alla Montagna incantata la struttura di una sinfonia già nella sua forma (organizzandola in movimenti ecc.) (d’altronde, come l’essenza delle cose non si comunica attraverso la lingua ma nella lingua, così il concetto non si comunica attraverso la forma, ma nella forma). Credo che qui si tenti un’operazione di questo tipo. Cioè tradurre questa idea di fondo (polarità, fluidità, il continuo gioco di specchi) in immagini, in un ritmo quasi ondulatorio, in cui si susseguono affondamenti e risalite. In effetti mi è sembrato di vedere un periodico movimento verso il basso, una serie di continui affondamenti verso il cuore delle cose, poi sempre interrotti (le telefonate), che danno luogo a una specie di andamento sinusoidale che oscilla tra le polarità prima indicate.
Allo stesso modo, l’altra idea portante del film - il concetto di immagine (come imago, quindi specchio, quindi fantasma, cioè ombra o fantasia) - ha a che fare con l’idea del vedere, della visione. E in effetti questo è un film molto visivo (dove peraltro i dialoghi sono piuttosto banali), in cui l’immagine ha un ruolo assolutamente preponderante (simbolo dello specchio, le maschere, dunque il carnevale e il rovesciamento dei ruoli). Insomma, la forma (estrema "visività" o immagine nel secondo senso) corrisponde esattamente al suo contenuto (immagine nel primo senso della parola, ovvero imago).

Entro queste polarità, entro l’idea che il sognato è talvolta più vero del reale, dunque che è più vero ciò che non è vero (l’unico tradimento vero è quello di lei, anche se solo sognato, perché desiderato e perché dà luogo a delle conseguenze, mentre quello di lui è un tradimento non desiderato - perché lui, indirettamente, cerca lei - e privo di conseguenze effettive, per cui, pur essendo reale, non è "vero"), entra anche il primo grande paradosso del film, che è il titolo. E’ come se si dicesse "keep your eyes wide shut (anziché open) to see (what happens)". Per vedere occorre tenere gli occhi ben chiusi.

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