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04 - Recensioni - Schede

Bowling for Columbine

di Michael Moore. Canada-USA, 2002

venerdì 20 giugno 2003, di Elena Sciarra

di Elena Sciarra.

Da dove nasce la violenza? Dalla paura. E’ questo il pensiero sotteso a tutto il film, e che tutto il film è volto a dimostrare.

Basta ripercorrere rapidamente la storia del XX secolo, il secolo breve, per avvertirne la fondatezza. Fomentare l’insicurezza per alimentare la paura, creare un nemico immaginario per trasformare la paura in odio e darle modo di scaricarsi impedendo di risalire alle sue vere cause. Si tratta di processi che la storia d’Europa conosce fin troppo bene. Il taglio che qui viene dato alla trattazione dell’argomento si focalizza però su un tema specifico, allargandosi poi e permettendo di operare generalizzazioni di ordine più ampio. Bowling for Columbine si presenta come un documentario sulla diffusione delle armi negli Stati Uniti, e ruota intorno al massacro compiuto da due studenti alla Columbine High School. L’episodio in sé occupa solo una parte del film, ma è una specie di buco nero verso il quale tutte le tematiche affrontate vengono risucchiate, e dal quale allo stesso tempo nasce la volontà di indagare un fenomeno grave e complesso, di cui vengono analizzati i molteplici aspetti. E’ la pietra di paragone, ciò da cui non si può prescindere, perché è esistito, è stato, è l’onda d’urto che la storia e la vita impongono sulle parole, sui discorsi, sulle teorie. E che richiede, perciò, un approccio di taglio sociologico, analitico, realistico, nel senso più serio che a questo termine, infettato da troppa real-TV, oggi possiamo dare.

Per certi versi, Bowling for Columbine è molto vicino a Natural Born Killers, visto che la tematica trattata è sempre quella della violenza. La struttura e il ritmo di quest’ultimo, però, sono quelli di un vero e proprio "film d’arte"; d’altronde, in esso a essere analizzato è fondamentalmente il ruolo dei media nella creazione di una cultura della violenza (che porta al paradosso, esasperato, di due serial killer che diventano delle star, da cui il tono grottesco e "allucinato" del film, anche grazie al montaggio). In Bowling for Columbine il problema viene affrontato in una prospettiva più ampia, l’argomentazione documentata, l’analisi affrontata da un punto di vista politico-sociale. Grazie al confronto con altri Stati, particolarmente il vicino Canada, in cui la situazione è radicalmente diversa (agli oltre 11000 casi l’anno di morte per arma da fuoco degli USA fanno da contraltare i poco più di 100 del Canada, i 350 della Germania, i circa 200 della Francia e della Gran Bretagna), l’analisi viene portata avanti per capire le reali motivazioni del fenomeno. Né l’estrema diffusione delle armi (che ovviamente però è un enorme incentivo), né la presenza di molte etnie (la multirazzialità che innesca e genera i conflitti), fenomeni ugualmente presenti in Canada, bastano a spiegarne l’origine. La causa sta forse nel fatto che gli USA hanno alle spalle una storia violenta, che il loro Stato è nato dalla lotta e dalla strage di altri popoli (è questa la motivazione addotta da molti "patrioti")? La Germania o la Gran Bretagna non hanno certo dietro di loro una storia meno macchiata di sangue, eppure una violenza così diffusa è assente. Di certo la critica nei confronti del sistema americano è fortissima, ma non si appunta su questa sorta di passato mitico (giustificare in tal modo la violenza equivarrebbe infatti, in un certo senso, proprio a mitizzarla, ad affermare che essa, per così dire, fa parte dello "spirito dei pionieri", a renderla accettabile). La critica si rivolge invece proprio a quel meccanismo, generale, di cui si diceva all’inizio. Gli Stati Uniti sono una nazione della violenza, che con la violenza ha imposto, e impone tuttora, la sua egemonia sul resto del mondo, specie sul mondo povero (la sequenza in cui vengono ripercorse, con un ritmo martellante, alcune tappe della storia recente), e che la fomenta, oltre che con l’esempio, proprio con la diffusione della paura. La paura, come detto, nasce dall’insicurezza. Ma di cosa il cittadino americano non è sicuro? L’insicurezza di base, secondo la tesi del film, che personalmente condivido, deriva dalla mancanza di tutele sociali di base che garantiscano al cittadino una vita dignitosa (e in questo il confronto con il Canada appare illuminante). Lo Stato, i potenti della politica e, dietro di loro, dell’economia, la sviano, incanalandola in altre direzioni: la paura, che nasce da un’insicurezza reale e fondata circa la possibilità della propria sussistenza, viene deviata, in modo tale da non far pensare a problemi ben più concreti (come l’inquinamento, ovvero il fatto che quotidianamente respiriamo il veleno, mentre ci preoccupiamo della possibilità che qualche pazzo all’improvviso arrivi dal nulla a sterminare noi e i nostri cari) e alla radice reale del malessere. E qui entra in gioco il ruolo dei media, che appunto creano nemici e paure immaginarie che coinvolgono a tal punto il cittadino da renderlo totalmente succube di essi, pronto a scaricare questa paura verso chiunque. In modo da renderlo innocuo. In modo che i poveri si sbranino tra loro, che rimangano privi di qualunque consapevolezza. La tesi viene supportata dal fatto che, in proporzione, sono la provincia e i "suburbia" le zone in cui il possesso di armi è più diffuso. Ovvero le zone in cui la criminalità di fatto è minore. Ma in cui la paura è più grande, perché più grande è l’ignoranza. Altro particolare da notare, è il potente atto di accusa contro la NRA (National Rifle Association), presieduta da Charlton Heston, contro cui vengono lanciati gli strali dell’indignazione più forte.

Nonostante l’ultima parte sia più lenta e francamente meno coinvolgente, a tratti anche un po’ troppo "buonista", perlomeno rispetto al resto, il film è sostenuto da un ritmo molto forte, ha il taglio e l’incisività di un’inchiesta giornalistica, e solleva davvero una serie di questioni importanti, che interrogano anche chi l’America non la vive direttamente, ma che comunque è legato ad essa e alla sua cultura a filo doppio, volente o nolente.

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