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Renaud - Il gavroche e la tigna

martedì 15 luglio 2003, di Alessio Lega

Il primo periodo (1975-1981) del percorso artistico di uno dei grandi della canzone francese. A differenza della maggior parte degli altri, questo è ancora vivo. E ancora produce capolavori. Come Boucan d’Enfer, uscito l’anno scorso.

Alessio Lega, cantapoeta e storico della canzone d’autore, segue le tappe di una parabola esemplare per coerenza e umanità. Nelle prossime settimane pubblicheremo il seguito di questo studio (in tre parti).
(lf)

In oltre 25 anni (considerando la data d’incisione del suo primo LP), una delle figure più interessanti, per quanto a volte controversa e contraddittoria, della canzone poetica francese caratterizzata da una centralità delle tematiche sociali e di rivolta (se pensiamo alla generazione precedente ci vengono in mente i nomi universalmente noti di Brassens, Brel e Ferré), è senza alcun dubbio Renaud Sechan, noto semplicemente come Renaud.

Culturalmente Renaud, proveniente da una famiglia della piccola borghesia, ma ancora legata a una serie di clicheés strettamente popolari (famiglia numerosa, con uno zio minatore nelle cave del nord), nasce sulle barricate del maggio ’68, dove si trova accanto a cinque dei suoi sei fratelli, e dove, appena sedicenne, fonda e organizza alcuni gruppi politico-culturali: il Groupe Gavroche Revolutionaire prima e il Gruope Ravachol poi; prende inoltre immediatamente le distanze dai militanti di ispirazione marxista, riconoscendosi, sulla scorta delle letture di Proudhon e di Bakunin, anarchico (il suo testo di maggior riferimento resterà "L’unico e la sua proprietà" di Stirner); segue -con la rabbiosa delusione dell’ipotesi di un rapido cambiamento rivoluzionario della società- l’abbandono degli studi regolari e qualche anno di peregrinazioni e di bohème, fino all’approdo, ancor giovanissimo, prima timido, poi man mano, sempre più affermato, per arrivare al trionfo degli anni ’80, al mondo dei professionisti della canzone.
La carriera di Renaud segue un evolversi, forse non sempre coerente, ma senz’altro molto umano e comprensibile, in fasi successive, che tenteremo di analizzare utilizzando l’unico documento veramente atto allo scopo: la stretta successione cronologica della sua discografia.

GAVROCHE

Il 1975 consegna ai banconi dei negozi musicali francesi una nuova uscita: sulla copertina campeggia in primissimo piano la faccia di un ragazzino biondo, dall’aria ancora perfettamente adolescente, con uno sguardo fra il sarcastico e l’aggressivo, che fa contrasto con l’apparenza da cherubino. La tenuta -al limite del ridicolo- è da perfetto Gavroche: così solevano essere affettuosamente chiamati (in riferimento a un personaggio dei miserabili di Victor Hugo) gli appartenenti a quell’esercito di ragazzini sottoproletari che a Parigi avevano animato le barricate di ogni tentativo rivoluzionario, ultimo dei quali proprio il Mai ’68 cui molte tracce del disco si richiamano esplicitamente e che rimarrà, sullo sfondo come un passato mitico, in tutta la produzione successiva dell’autore. Il disco denuncia tutti i difetti dell’opera prima, soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti a volte di una misera sobrietà, improvvisamente poi gonfiati da interventi pseudo-orchestrali del tutto inutili, probabilmente guidati dal doppio condizionamento di un budget bassissimo e dell’inesperienza dell’autore, magari affidato a un mestierante dell’arrangiamento dalla casa discografica. La voce, poi, carica di inflessioni tipiche della banlieu (l’estrema periferia parigina), non perfettamente intonata e un po’ lagnosa, non ha ancora imparato a trasformare in caratteristiche i propri difetti; le canzoni sono uno strano mescolio di militanza, sarcasmo grandguignolesco, populismo primo novecentesco e non-senso: non c’è bisogno di aggiungere che non si tratta di capolavori! Una traccia del disco porta il significativo titolo di "Società, non mi avrai!" (Societé, tu ne m’aurais pas.):
"C’era Antoine(sic!) prima di me/c’era Dylan prima di lui/.../loro li hanno recuperati/quanto a me non mi avranno/sparerò per primo/mirando giusto/.../Per cui sta’attenta alla tua pelle/ai tuoi sbirri, al tuo lavoro/la verità vincerà, l’anarchia rifiorirà/.../ho cantato 10, 100 volte/.../ho urlato su tutti i tetti/ciò che pensavo di te/società, società...non mi avrai", una sorta di assegno in bianco di futura coerenza che l’artista firma al suo pubblico, e al contempo un primo omaggio (in seguito ne verranno numerosi) al banditismo anarchico gusto Bonnot.
Seguono alcune esercitazioni di stile chanson realiste: canzoni sulla carriera di perfetti delinquenti (alla Casque d’or per intenderci): dalla nascita sul pavé, fino all’inevitabile epilogo sulla gigliottina; c’è una sarcastica e digrignante "Compagno borghese" (Camarade bourgeois) e qualche più stravagante che originale canzone d’amore, una simpatica canzone contro l’ecologia scoutistica e che dichiara tutto l’amore del nostro per Parigi e i suoi sobborghi (Amoureux de Paname).
Ma in questo disco, fin qui, trascurabile c’è anche un miracolo: L’Hexagone ("L’esagono", o fuor di metafora La Francia). Hexagone è la prima prova di un grande autore che si rivela, un capolavoro di struttura e significato, in cui, calendario alla mano, i vizi privati e publici orrori dei francesi grandi, medi e piccoli vengono passati al vetriolo da una coscienza critica irridente, partecipe e indignata; qui la cronaca diventa critica sociale, la risata non si fà consolatorio sfottò, ma è usata come un accetta che scava sotto il piedistallo del potere e dell’idiozia capillare. Scandita come un recitativo (una specie di RAP ante litteram) su un ritmo irresistibile, curatissima nella metrica e negli accenti, Hexagone resta tutt’oggi una delle più riuscite opere dell’autore, conosciuta anche dalle più giovani generazioni e immancabilmente richiesta a gran voce ad ogni concerto.

Il secondo disco Laisse Beton (1977) mostra i segni di una progressiva maturazione, che senza fornire ancora il frutto di un album perfetto, compie un notevole passo in avanti nell’equilibrio generale dell’opera: i panni di Gavroche sono abbandonati per quelli più moderni, ma nello spirito analoghi, del Loubard: il delinquentello della periferia, l’individualista antisociale che ha sviluppato un suo duro codice di comportamento per non essere sopraffatto, in mancanza di altre armi culturali, dalla massificazione distruttiva dell’ operaio/schiavo organizzato della moderna società capitalistica. Il loubard, che aveva conosciuto il suo antieroe di riferimento nel James Dean protagonista di "Gioventù bruciata", e in Inghilterra troverà di lì a poco la sua espressione più estrema nel movimento cosiddetto Punk (nella versione ruspante, non modaiola), resterà a lungo uno dei riferimenti di Renaud, che in seguito adatterà anche gli arrangiamenti delle sue canzoni, che nascono "povere" armonicamente, anche se indiscutibilmente piacevoli, e infarcite di musette (il valzerino cantabile), a un gusto più duro, con strumenti elettrici, quasi un compromesso col rock, germinando un interessante contaminazione (la cosa sarà molto più esplicita nei concerti, di cui esistono -come vedremo- numerose testimonianze discografiche). Parecchi i brani interessanti: La chanson du Loubard esplicita quel passaggio da un populismo di maniera a uno più significativo e contemporaneo di cui dicevamo sopra, Laisse Beton e Je souis une bande de jeunes percorrono la stessa strada, ma sul versante dell’opera buffa piuttosto che del melodramma, evidenziando peraltro un bel talento nel reinventare e modernizzare l’argot, a volte con trovate lessicali e invenzioni idiomatiche fenomenali; comincia in queste raffinatezze formali ad essere percepibile il debito contratto verso quello che a buon ragione può essere definito il solo vero maestro di Renaud: Georges Brassens. Anche in questo disco non manca un vero capolavoro: Le Charognards; ispirata a un fatto di cronaca a cui Renaud aveva assistito in prima persona, l’uccisione a sangue freddo da parte dei poliziotti di due giovani rapinatori sorpresi con le proverbiali mani nel sacco, la canzone si sviluppa in soggettiva dal punto di vista dell’agonizzante che coglie attorno a se i commenti malevoli dei passanti radunatisi ad assistere a quell’atto di giustizia sommaria, ne emerge un racconto secco, in cui la brutalità dei poliziotti e la stupidità della folla sono messe a confronto, e lasciate parlare da sé, senza ulteriore aggiunta di morali; una composizione impietosa e non patetica, ma per questo profondamente commovente che dopo decine di ascolti non lascia mai indifferenti.

Ma gonzesse (1979) mostra il segno della necessità di ampliare i propi temi, fors’anche per timore di una cristallizzazione nel ruolo di porta-parola anarco-loubard, proponendo originali canzoni d’amore (appunto quella del titolo dell’album) o esistenziali, affermando una voglia di paternità (Chanson puor Pierrot) che annuncia un tema che diverrà carissimo all’autore di lì a qualche anno, proseguendo, insomma, sulla strada della crescita stilistica, la rincorsa che porterà al balzo compiuto col quarto disco.

Intanto col già considerevole bagaglio di canzoni accumulato Renaud accede al Bobino di Parigi, teatro mitico -per i parigini stessi- della canzone francese (quello preferito dal maestro Brassens, ma anche palco di fondamentali esibizioni di Léo Férre -1958 e 1969-, di Pierre Perret -1979-, di Barbara -1968-, di Guy Beart, di Gilles Vigneault, ecc...) chiaro sintomo di una repentina crescita di consensi che presto sarà confermata dall’apertura delle porte del teatro francese di varietà più famoso del mondo: l’Olympia. A Bobino Renaud porta uno spettacolo estremamente interessante, integralmente documentato da due dischi separati: Le p’tit bal du samedi soir (registrato durante la prima parte della serata) contiene interpretazioni di una serie di canzoni Belle Epoque (vi abbondano quelle del truculento repertorio di Frehel), del genere cosiddetto Realiste, splendidamente accompagnate da un gruppo di specialisti della valse musette, introdotte da un geniale monologo di Aristide Bruant (Le Lezard), di cui viene eseguita anche la più che sublime Rose Blanche (nota anche come Rue Saint Vincent), storia di una prostituta adolescente accoltellata dal suo altrettanto giovane Joulos (il magnaccia in argot Montmartrois)
"...La chiamavano Rosa ed era bella/odorava di fiore appena sbocciato/in via Saint Vincent/.../quando la stesero sulla tavole/era tanto bianca/che seppellendola/i becchini dissero che la piccina/era crepata il giorno delle nozze/in via Saint Vincent ". Una vicenda presentata qui in maniera molto toccante; lascia a bocca aperta il pensiero che le prostitute di Brassens, come anche le Bocca di Rosa e le bambine di Via del Campo di De André, abbiano un’antenata di tale levatura (la canzone data attorno al 1885). Non manca neanche uno dei pezzi più noti del repertorio militante pacifista francese La boutte rouge di Montheus. Ovviamente tali canzoni sono affrontate per sottolineare il legame ideale con la tradizione popolare francese; non a caso Renaud, anche in funzione antintelletualistica, non sceglie di interpretare le composizioni, a lui pur così vicine, dei grandi autori, ma quelle passate quasi anonime nella memoria collettiva.

Renaud a Bobino (registrato durante la seconda parte del medesimo spettacolo) riunisce in pratica tutto ciò che di buono il cantante ha prodotto fino ad allora, e alcune delle straordinarie canzoni del disco Marche à l’ombre (uscito immediatamente prima dello spettacolo, cfr. qui di seguito); vi si ritrovano canzoni quali Les Charognard, Hexagone, Chanson pour Pierrot, ecc... con arrangiamenti decisamente più aggressivi e gradevoli delle versioni discografiche, cantate con grinta di fronte a un pubblico partecipe e attento, di modo che, nonostante un equilibrio musicale precario (alcuni strumenti ora sovrastano ora scompaiono, i suoni sono piuttosto acidi e poco equalizzati) scopriamo per la prima volta un interprete che non "riferisce" piattamente le proprie canzoni, ma le carica di tutta la personalità di una voce dai mezzi estremamente limitati, ma caratteristica ed espressiva. La tempra dell’artista, a questo punto, appare rivelata, il trionfo definitivo non tarda.

LA TIGNA

Il successo crescente, l’attenzione sempre più invasiva dei media non producono in Renaud l’immediato ritiro su posizioni più potabili per un pubblico che si prepara a divenir vastissimo. Anzi, esattamente al contrario, almeno in questo primo momento, il biondino lancia sul piatto la sua bomba più cattiva, il suo disco più rivoltoso, e anche, fino a questo punto il suo più bello in studio: Marche a l’ombre (1980). La scrittura è al suo apice; lo standard in seguito resterà alto, ma avrà difficoltà a ritrovare un impatto così dirompente. La canzone che dà il titolo all’album è il remake -più riuscito dell’originale- della Laisse beton del secondo disco, tutta puntata su geniali trovate lessicali, ed è giusto un aperitivo per entrare nell’atmosfera linguistica. La teigne, è un acquerello in cui del Loubard di turno si approfondiscono gli aspetti psicologici e il dolore esistenziale, per carità, sempre con pudore e una sorta di brusco rispetto privo di pietismi, nonostante il commovente finale. "Dove ho cacciato la pistola?" (Où est-ce que j’ai mis mon flingue?) è invece quanto di più velenoso Renaud ci abbia mai ammannito: si parte da una riflessione sulla propria raggiunta celebrità ("...da quando vi vendo anche in TV/ la mia zuppa avvelenata..."), che nulla ha cambiato della virulenza del passato ("...anche gli sbirri mi salutano/e porgono il berretto da firmare/io ci sputo dentro e urlo/che il blue marines mi fa vomitare..."), il bersaglio si rivolge poi alla sinistra parlamentare ("non sarà domani che marcerò/coi coglionazzi verso le urne"), ai radical shick eternamente in manifestazione ("...mai più slogan contro la sbirraglia/ma fucili, pietre, bombe!/Urlare contro la repressione/in corteo per Parigi/mentre i miei amici crepano in prigione/è la buona coscienza degli stronzi..."), per concludere con un richiamo ai maestri della rivolta di sempre e a quelli attuali -facendo nel contempo il verso a Victor Hugo- ("...se un giorno mi trovano faccia a terra/andate a chiedere a Baader/se crepo riverso in un fiume/andate a chiedere a Bonnot..."). Per i benpensanti c’è di che tremare... forse solo il Léo Ferré di Comme une fille aveva osato altrettanto, anche se -pur svettando in qualità poetica e musicale a un livello irraggiungibile- con un linguaggio più immaginifico e letterario. Renaud invece parla con la voce della marmaglia del bar all’angolo, e non consegna a metafore la sua rivolta. Il suo eroe (o antieroe) non può, dopo la delusione sessantottina, essere la massa, ma il singolo deviato di una classe marginale e allo sbando. Baston in questo senso è emblematica e fotografa bene la violenza repressa che germina in un’esistenza che non concede più nessuno spazio e iniziativa al miglioramento della società, per chi deve porsi innanzi tutto il problema dei bisogni primari. E’ una canzone che ha ancora tanto da raccontarci in tempi di sassi dai cavalcavia e giochi mortiferi. Si entra poi in uno dei luoghi mitici dell’universo di Renaud con Mon H.L.M., la casa popolare francese, dove un mondo frastornato e frastagliato, combatte una vera guerra fra poveri di vicini, che, a parte l’acqua alla gola della sopravvivenza quotidiana, null’altro accomuna; la grandezza del cantante è nel tratteggiare ora con umorismo, ora con tenerezza, ora con sarcasmo un intero mondo nei pochi minuti della canzone, offrendo il perfetto spaccato di un vissuto comune talmente familiare ai più, da restare paradossalmente pressocchè sconosciuto. Ricordo ancora Mimì L’Ennui ("Mimì la Noia") ritratto di una Teen Agers in preda a un’invincibile forma di moderno spleen esistenziale, una noia topica, invincibile, in grado di fagocitare amori, pulsioni speranze e rabbie in una "resa invincibile" (Non ama niente/nemmeno gli amici/che dicono che è stanca/di trascinare la carcassa/in questi luoghi marciti/in questa povera vita senza vita/si annoia Mimì). Con questo ritratto Renaud esce anche dall’ambiente sociale dei miserabili che gli è consono, per attingere a un comportamento non più tipicamente proletario o francese, ma semplicemente universale; questi solo alcuni degli episodi più interessanti di un disco denso, compatto, carico di umori e di humor, e che dunque comincia a segnare per Renaud l’inizio di un travolgente successo, che lo porterà in vetta ad ogni classifica.

Il disco successivo, che già dal titolo (Le retour de Gerard Lambert 1981) rifà il verso ad una delle canzoni più bozzettistiche del precedente, non può che porsi come una continuazione di quello, e, pur non stupendo per novità, ne approfondisce egregiamente i temi già espressi; c’è Banlieu Rouge ("Periferia rossa"), in cui, come ogni volta che racconta una figura marginale, mescolando al cinismo una sorta di brusca tenerezza, attinge al sommo della sua arte: nello specifico si tratta di una vedova di mezz’età sull’orlo della povertà, che ha come unica consolazione la radio, i gatti e i pesci rossi con cui parla e che la notte "sente muoversi" irrequieti, che non nutre speranze e desideri ma solo una sorta di feroce delusione che non riesce a trasformarsi in rabbia, dal momento che "...non crede in se stessa/e non crede agli umani/comunque ha piazzato il buon Dio/sopra il suo letto/a lui crede -forse-/ma non è reciproco/...". C’è Oskar, stupendo ritratto dello zio minatore nelle cave del nord, emblema del proletario iperpoliticizzato nei ranghi di partito e sindacato, sfruttato e poi gettato via come un limone spremuto dai padroni, ma che conserva una forza interiore con cui attraversa un’esistenza difficile, finche "...non è partito, come dicono i poeti/nè è volato in cielo come dicono i preti/un mattino di dicembre per un cancro imbecille/è morto...", la canzone solitamente priva di fronzoli e artifici retorici, priva di qualsiasi morale da finale di favoletta, si distingue proprio per una sorta di orgoglioso cinismo che le fa raggiungere il fremito di eternità della vita realmente vissuta. La Blanche, con cui si prende posizione in maniera molto dura contro l’eroina, è il resoconto di un dialogo con un vecchio amico divenuto tossicodipendente, condotto sul filo di un’amara, tenera ironia (...pare che la tua ganza/è scappata con la cassa/forse perchè non ti tirava più/vedendole cosce e chiappe/che vuoi che ti dica.../che eri troppo bello per lei/ma no...sto scherzando/non sono crudele...) che vela appena la rabbia lasciata esplodere nel finale (...ma se trovo il tuo spacciatore/devo al suo cuore/due coltellate da parte di un amico/cosa non facile/visto che quest’escremento/non credo che abbia un cuore a portata di mano...).
Stupenda anche la canzone Manu, sorta di dialogo con se stesso - Manuel è il secondo nome di Renaud - sulla fugacità dell’amore, e sulla difficoltà di gestire un cuore in pezzi conciliandolo con un’aspetto da "duro" in giubotto di cuoio e tatuaggi.

Il successo, dicevamo, sempre crescente, porta Renaud a calcare le scene dell’Olympia (spettacolo documentato su disco), e questi lo fa portandoci le canzoni più dure del suo repertorio, aprendo proprio con Ou est que j’ai mis mon flingue?, sparando addosso al pubblico, presumibilmente composto da studenti di sinistra, una violentissima satira sui figli di papà che all’università diventano improvvisamente rivoluzionari, ma, in fondo, studiano come perpetuare una cultura borghese: "studente/peli al mento/.../non sono della tua razza/.../c’è solo la scuola della strada/che m’infanga gli stivali/.../studente di giurisprudenza/ci sono più fascisti nel tuo corso/che in un reggimanto di parà/.../domani verrai/nella tua toga imbrattata di sangue/a far applicare le leggi/che nessuno ha mai votato/.../studente di medicina/ti rompi per sette anni/per diventare mercante di pennicillina/.../la tua medicina è una puttana/e il suo magnaccia è il farmacista/.../la tua cultura ci fa vomitare/studente rispettabile/che ti vedi già dirigente/trascinando nella cartella/la coglionaggine dei tuoi padri..." e così via; gli arrangiamenti, decisamente rockettari (il disco risulta inoltre registrato molto meglio del precedente live), danno a queste strofe un’aria ancor più incanaglita e aggressiva. La fase violenta -diremmo quella più legata al suo passato di militante anarchico- della carriera di Renaud è, anche formalmente, arrivata al suo apice. A questo punto il rischio è quello di trasformarsi nella ripetitiva macchietta del cantautore incazzato, ma vedremo che, senza niente rinnegare, l’ancor giovanissimo Sechan, ha altre freccie al suo arco.

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