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Leopardi - La luna che precede i canti: una nota

domenica 6 luglio 2003, di Federica Frediani

Affrontare il materiale lunare dei Canti richiede la capacità di dimenticare categorie critiche quali l’uniformità e l’omogeneità, e di adattarsi alle continue oscillazioni di Leopardi fra distanza e vicinanza, familiarità ed estraneità, umano e divino.

Un’analisi della lunarità nella seconda delle Odi adespote e nei Ricordi d’infanzia e di adolescenza.

Questa nota, a margine dei numerosi studi critici che hanno esplorato l’universo lunare di Leopardi e che hanno tentato di decifrarne il senso, traccia una breve mappa delle epifanie lunari nell’opera dell’autore, attardandosi nell’osservazione dei cieli giovanili.

Prima di esaminare i singoli testi, mi pare opportuno fare una breve premessa sui multiformi aspetti della luna, e sui diversi volti con cui si manifesta nel corpus leopardiano.

La luna, come Thomas Mann illustra nel saggio Nobiltà dello spirito1 , è emblema dell’arte: arte e luna sono accomunate dalla non appartenenza ad una precisa sfera, ed è in ragione di tale indefinitezza che mettono in relazione mondo materiale e mondo spirituale. Rivolgere lo sguardo alla luna è un modo per elevarsi ad altezze cosmiche senza perdere di vista la terra.

Queste caratteristiche devono aver indotto Leopardi ad eleggere l’astro a figurazione visibile di due concetti cardine della sua poetica: il vago e l’indefinito. Nel microcosmo leopardiano la luna brilla come figura simbolica, sulla cui superficie si riflettono le opposizioni e contraddizioni della realtà fenomenica. La leggerezza della luna evoca la gravità della vita. Nell’ossimoro, che la luna racchiude ed emblematizza, è possibile individuare una chiave interpretativa della poesia di Leopardi, che dei contrasti fa uno dei suoi strumenti espressivi.

È materia della speculazione scientifico-astronomica e fonte della più alta ispirazione lirica. Leopardi riesce a trasporre polisemia e ambivalenza della luna nel tessuto della scrittura: al volto assorto e meditativo consacra la poesia, al volto ilare e giocoso la prosa, senza mai dimenticare il labile confine fra i due linguaggi.

La trasparenza e impalpabilità della luce lunare incarnano/ rispondono al modello ideale di scrittura che Leopardi era andato prefissandosi, come testimoniano le diverse osservazioni sulla straordinaria capacità degli autori classici di imitare la natura, di cui il passo del Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica2 è l’esempio più noto.

La seconda delle Odi adespote e i Ricordi d’infanzia e di adolescenza sono i due testi che mi propongo di analizzare in questa nota dato che sono importanti e preziosi esempi della centralità che la luna riveste nella produzione giovanile dell’autore. A premessa dell’analisi ravvicinata di tale produzione, che potrebbe essere definita "luna sommersa", apro una breve parentesi sulla " luna emersa" dei Canti.

Affrontare il materiale lunare dei Canti richiede la capacità di dimenticare categorie critiche quali l’uniformità e l’omogeneità, e di adattarsi alle continue oscillazioni del poeta fra distanza e vicinanza, familiarità e estraneità, umano e divino. Nei Canti, più che altrove, il volto canonico della luna è visto e filtrato dalle "luci" dello scrittore: la luna è confidente muta; compagna di viaggio; amante; alter ego del poeta; fredda e distaccata divinità della mitologia classica; entità metafisica portatrice di una conoscenza superiore a quella dell’uomo.

Lo spazio selenico dei Canti si dilata e restringe al variare del soggetto lirico principale; in altri termini, il passaggio dalla prima alla terza persona - dall’io poetante a quello di Bruto, Saffo, del pastore ecc. - determina un mutamento di spazio, che si fa più ampio e meno familiare.

Lo spazio domestico e abituale, che comprende le stanze, i balconi, il cortile di palazzo Leopardi, il colle, la selva, i tetti, gli orti dell’area urbana ed extraurbana di Recanati, s’ingrandisce fino a raggiungere le dimensioni estreme del "deserto piano " del Canto Notturno.

Sebbene Leopardi situi la possibilità di un rapporto autentico con la natura in luoghi lontani nello spazio e nel tempo (l’antichità), il suo contatto e incontro con la luna avviene sempre all’interno dello spazio reale e concreto del suo microcosmo. Quasi che la luna fosse l’unico elemento esterno ed estraneo ammesso a penetrare fin nell’intimità del poeta.

In Alla Luna, La vita solitaria, La sera del dì di festa la relazione intima fra poeta ed astro nasce da un’illusione ottica: i lineamenti di un volto umano, che il poeta ha l’impressione di scorgere sul disco screziato, aboliscono l’incolmabile distanza fra uomo e cosmo, anche se Leopardi non perde mai coscienza dell’inconsistenza illusoria di tale vicinanza. Ciò nonostante in alcuni momenti della poesia abbassa e considera a suo livello la luna. Solo nel regno effimero dell’immaginazione è realizzabile questa prossimità.

Nei Canti è possibile distinguere due modalità essenziali nel modo di raffigurare la luna: da una parte i componimenti in cui essa è vicina, quasi umanizzata; dall’altra i componimenti in cui è entità cosmica, lontana, irraggiungibile. In alcune poesie, come ad esempio il Canto Notturno, coesistono entrambe.

Al primo gruppo di componimenti appartengono Alla luna, La vita solitaria, e in parte Il Canto Notturno. Le scelte formali e stilistiche - il tipo di attributi, i numerosi vocativi, il "tu "reiterato rivelano il processo di abbassamento dell’astro realizzato dal poeta.

In Alla luna Leopardi sceglie il lessico e il tono della poesia d’amore per parlare della luna, alla quale si rivolge come alla donna amata. Il "graziosa" del primo verso e il "mia diletta luna" del verso 10, che suggerisce l’idea di possesso, suggellano l’abolizione di ogni distanza fra poeta ed astro. È trascorso un anno: la luna rischiara lo stesso colle, l’uomo continua a soffrire senza riuscire a sfuggire al dolore.

Ne La vita solitaria il rapporto intimo si trasforma nel corso della poesia in identificazione: l’autore attribuisce a sé gli attributi "solingo "e " muto", solitamente riferiti all’astro.

Nel Canto notturno è solo momentanea la similitudine fra l’andare ripetitivo del pastore e della luna. La luna occupa nell’universo una posizione altra ed opposta a quella dell’uomo, dato che è detentrice di un sapere metafisico che risponde e colma il vuoto conoscitivo dell’uomo. La portata conoscitiva di questo sapere e il baratro che intercorre fra cosmo ed esseri umani sono resi con cristallina limpidezza nelle parole del pastore, ai versi 69-78: "E tu certo comprendi/ il perché delle cose, e vedi il frutto/ del mattin, della sera, / del tacito infinito andar del tempo.Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore/ rida la primavera, / a chi giovi l’ardore, e che procacci / il verno co’suoi ghiacci. / Mille cose sai tu, mille discopri, / che son celate al semplice pasto e"3 .

La seconda delle Odi adespote "In lunam" e i Ricordi d’infanzia e d’adolescenza, intessuti di autobiografismo e tradizione classica, sono due testi giovanili che testimoniano il precoce interesse del poeta per la luna (anche se la favola Il sole e la luna e l’idillio L’amicizia risalgono al 1810) e che costituiscono un buon punto di partenza per l’interpretazione del peso rivestito dalla luna nell’opera leopardiana. In essi, infatti, sono presenti sia tratti che, dopo aver subito un processo di affinamento diventeranno topoi della poetica selenica di Leopardi, sia tratti che nella produzione più matura appariranno solo in filigrana.

ODE II. IN LUNAM

Nell’ode, di cui Leopardi finge di aver trovato il manoscritto greco e di cui compie una traduzione latina, come fa notare Antonio Prete nel saggio Finitudine e Infinito4 , finzione e traduzione si stratificano e sovrappongono.

L’analisi del testo greco dell’ode lascia pensare che Leopardi abbia creato una sorta di koinè poetica,attingendo dagli autori classici più autorevoli e in modo privilegiato da Omero.

La letteratura antica funge da memoria poetica per l’elaborazione originale, in cui la figura dell’autore e del traduttore si alternano fino a confondersi. La breve composizione racchiude, come in uno scrigno, temi e lessemi che diventeranno ricorrenti nei Canti. Nella zona d’ombra fra l’originale greco e la traduzione latina s’intuisce la presenza dei testi poetici italiani, i futuri canti alla luna. Nei due testi, si accumulano e stratificano i luoghi che fanno da scenario alle epifanie lunari. "Sublimem", "nocturna", "sola", "grata", "veneranda", "grata"," lucifera", trasposti nei corrispettivi italiani costituiranno il nucleo principale di aggettivi solitamente riferiti all’astro.

Nel caso della Vita solitaria, le corrispondenze sono addirittura puntuali: come non leggere, infatti il "dominatrice dell’etereo campo" del v. 40 comeuna rielaborazione del "tu enim caelum habens" del verso 4 dell’ode.

Nell’idillio, inoltre, sono sviluppati ed ampliati temi accennati nell’ode: il tema dei ladri timorosi della luce lunare e quello degli animali che la onorano, al contrario, pieni di gioia. Gli usignoli "exili voce cantillantes", sostituiti dalle lepri ne La vita solitaria e nell’Abbozzo dell’Erminia, sono gli alter ego, per eccellenza, del poeta poiché rendono omaggio alla luna attraverso il canto. Non lo sono, al contrario, le lepri che esternano la loro gioia attraverso la danza, che Leopardi considera modalità espressiva propria e consona alle giovani fanciulle 5 .

Di seguito una breve analisi dei termini più significativi, presenti nel testo greco dell’ode II .

boulomai*: volere, nell’idea di desiderare. La prima persona sottolinea la volontà, la scelta sentita da parte dell’autore di cantare la luna.

melas, aina, an*: scuro, nero. Possiede tutti i significati di niger ed ha anche la sfumatura "oscuro a comprendersi, enigmatico". In Omero è attestato l’uso di questo epiteto per il vino, il sangue, le nubi, l’acqua di fiume o di mare. Lidell nel Greek-English Lexicon riporta l’esempio melas esperos* tratto dal libro I dell’Iliade.

sebomai*: a) ho sacro timore, pudore, vergogna, temo b) venero, onoro. Dopo Omero con un complemento all’accusativo assume il significato di " rispetto"
in senso religioso, usato soprattutto per gli Dei. L’atto di venerazione è successivo, dunque, al sentimento di vergogna, come se le stelle onorassero la luna dopo aver provato un senso di vergogna per la loro inferiorità.

Leukos,h, on*: questo aggettivo riassume tutte le sfumature del candore lunare: a) lucente, puro, limpido b) bianco, in tutte le sue gradazioni dal colore della neve al grigio c) come segno di giovinezza e beltà, come segno di debolezza, mollezza, non virilità, di vita che non ha mai provato la fatica.

kataugazw (da augh)*: luce del sole, raggi di sole, lo scintillio del fuoco; in poesia, anche fulgore dello sguardo). Il verbo significa " vedere chiaramente" , " discernere", ma anche "lanciare uno sguardo" , che conferma il legame, nel pensiero arcaico, tra la nozione di luce e quella di sguardo. Altrove " illuminare" e alla forma passiva " brillare".

Liparocroos,oon*: composto da Liparos* (grasso, detto di olio o unguento, può riferirsi a parti del corpo) e crws*, pelle, carne, colorito, il corpo e le sue parti. Nel Greek-English Lexicon è riportato come esempio Selanaia Liparocroe* del v.165 del secondo idillio di Teocrito. Leopardi dovette certamente conoscere certamente il secondo idillio di Teocrito - di cui parla nel capo ottavo della Storia dell’astronomia - in cui potnia shlana* ricorre più volte;
fila shlana* del verso 142 è affine a prosfiles; pwlws* del verso 63 è ripreso nel pwlous* del verso 10 dell’ode.

Meroy, opos,o*: con anqropoi, brotoi, Laoi, uomini, secondo alcuni mortali, caduchi; secondo altri,parlanti; pensanti, intelligenti, fiorenti; questo termine è usato da Eschilo ai versi 91- 95 de Le Supplici.

Nei contenuti l’ode è contigua alla traduzione dell’idillio ottavo "Espero" di Mosco, compiuta da Leopardi nel 1815, e da questo considerata " gemella" dell’ode alla luna di Milady Montaigu 6 .
Oltre ad Omero, Teocrito e Mosco, una certa influenza dovettero esercitare i lirici greci, soprattutto Saffo, di cui Leopardi aveva inserito negli Scherzi Epigrammatici il celebre frammento 168b con il titolo l’Impazienza. Nella sua traduzione Leopardi opera un’estensione del testo greco: gli originari quattro versi diventano otto. Crea ex novo il primo, il terzo e il penultimo verso; traduce il verbo deduke* con i due verbi italiani " s’asconde" e " discendendon van"; il verbo Kaqeudw* - il cui significato letterale è "io dormo - con " veglio" e " attendo". Le immagini aggiunte, come il tramontare della luna e delle Pleiadi in mare saranno riprese ed elaborate nell’ultima delle poesie lunari, Il tramonto della luna. Le trasformazioni, che il testo originario subisce dal testo greco all’italiano, sono rivelatrici dell’idea leopardiana di traduzione. Tradurre è costeggiare il margine dell’imitazione; è vedere la lingua straniera attraverso il filtro della propria. Nello spazio poetico s’intersecano, quasi ad annullarsi, imitazione creazione e traduzione, come più sopra dimostrato.

Ricordi d’infanzia e adolescenza

I Ricordi d’infanzia e adolescenza, scritti fra il marzo e il maggio 1819, testo eterogeneo e frammentario, in cui si mescolano appunti personali, dati autobiografici, riflessioni filosofico-esistenziali, dovevano inizialmente confluire in un romanzo autobiografico, che il poeta non riuscì mai a realizzare. I passi dedicati alla luna risultano interessanti,anche, per la loro contiguità con lo Zibaldone e il frammento XXXVII.

La luna favorisce la meditazione dolorosa, provoca una sospensione temporale che induce alle riflessioni intime e personali, ma è al tempo stesso l’appoggio, il sostegno simbolico per interpretare la realtà nel tentativo di trovare un senso alla vita nel suo rapporto dialettico con la morte.

... mio giacere d’estate allo scuro a persiane chiuse colla luna annuvolata e caliginosa allo stridore delle ventarole consolato dall’orologio della torre ec., veduta notturna colla luna al ciel sereno dall’alto della mia casa tal quale alla similitudine di Omero... 7

L’andamento del testo descrive un disegno ascensionale. Il poeta, sdraiato al buio versa in una condizione fisica bassa, alla quale corrisponde una luna scura, ricoperta di caligine. La cupezza è forse una conseguenza dell’eccessivo calore estivo. L’attenzione è catturata dalle ventarole: la sollecitazione uditiva induce il poeta a rivolgere lo sguardo verso l’alto. L’apparizione della luna adamantina, enfatizzata dalla sospensione del segno di correlazione, segna l’acme in concomitanza con la citazione letteraria. La nuvolosità della luna, lo stridore delle ventarole lasciano ipotizzare che il testo sia stato composto contemporaneamente al frammento XXXVII che risale ad una data imprecisata del 1819.

" Tornando ec. alla luna o alle stelle... dicendo la corona di legno" 8 , il poeta è vicino al contadino "dicente le aveMaria e ’l requiem aetrnam sulla porta del suo tugurio volto alla luna o poco alta sugli alberi del suo campo" 9 . L’ accostamento, sebbene non sia possibile accertarne l’intenzionalità, può essere tuttavia letto come l’esemplificazione delle istanze democratiche disseminate in tutto il testo. La luna diventa da sostegno individuale e personale del poeta, punto di riferimento del contadino. In tale passaggio si realizza uno spostamento dal piano privato al piano collettivo. Il contadino, assorto in preghiera, è ritratto in un momento di particolare intimità e raccoglimento, e forse il momento di raccoglimento abolisce la distanza sociale fra contadino e poeta.

I passi "lunari" comuni allo Zibaldone sono almeno due: il primo "... Si ricordi quella fenestrella sopra la scaletta ec.onde io dal giardino mirava la luna o il sereno ec..., 10 in cui è minuziosamente descritto il piacere nello scorgere la luce lunare o solare in luoghi, da cui non è possibile distinguere la fonte di " detta" luce ; il secondo: "... - la Vita è una bella cosa ma la morte è bruttissima e fa paura, palazzo bello, luna nel cortile, ho qui raccolte le mie rimembranze ec. (nel proemio)... ;" 11 rimanda chiaramente alla righe di apertura dello Zibaldone: " Palazzo bello. Cane di notte dal casolare, al passar del viandante./ Era la luna nel cortile, un lato/Tutto ne illuminava, e discendea: Sopra il contiguo lato obliquo un raggio... " 12 All’espressione " proemio ", posta fra parentesi i critici hanno dato interpretazioni diverse. Bonifazi 13 ritiene che sia un riferimento esplicito alla pagina d’apertura dello Zibaldone; D’Intino, al contrario, sulla falsa riga di Pacella crede che si tratti di : "un promemoria per il progetto di romanzo, che prevedeva un "proemio" ove l’autore avrebbe dichiarato il proprio intento: raccogliere le sue rimembranze 14 ".

I Ricordi d’infanzia e adolescenza sono affini per struttura e contenuti allo Zibaldone, con cui condividono il carattere di opera " non finita". Proprio il carattere " incompiuto " ha spinto la critica ha considerali come un accumulo di annotazioni utili e a margine di altre opere. Difficile è stabilire in che relazione stiano i passi selenici dei Ricordi sopraccitati con i corrispettivi dello Zibaldone. Se ci si limitasse alle date di composizione dei diversi brani si potrebbe ipotizzare che Leopardi abbia fatto confluire il materiale dell’irrealizzato " romanzo autobiografico " nello Zibaldone.

Secondo D’Intino il fatto che l’autore riporti letteralmente alcune annotazioni da un’opera all’altra testimonia che egli considerasse i due testi dotati di una "precisa e diversa funzionalità " 15.

Note

1 [...] Qui si mostra la missione mediatrice dell’arte, il suo compito magico, ermetico, di intermediaria fra il mondo superiore e inferiore, tra idea e fenomeno, spirito e sensualità. Questa è infatti la posizione cosmica, per così dire, dell’arte. La singolarità del suo posto nel mondo, la dignità del suo gioco che non si possono né spiegare né determinare altrimenti. Il simbolo della luna, questa immagine cosmica di ogni mediatezza, è il più proprio dell’arte. Per l’antica primitiva umanità l’astro era sacro e importante appunto per la sua ambiguità, per la sua posizione media e intermedia tra il mondo solare e terreno, spirituale e materiale. Doppia la sua natura: femminile accogliente, rispetto al sole; maschile -fecondante rispetto alla terra; La consideravano il più impuro dei corpi celesti, ma il più puro dei terrestri; appartenente, è vero, al mondo materiale, ma in questo nella posizione più alta, più spirituale, più vicina al sole, sospesa al limite di due mondi , per dividerli e nello stesso tempo congiungerli, mallevadrice dell’unità del tutto, interprete fra il mortale e l’immortale: appunto questa è la posizione dell’arte fra lo spirito e la vita. Androgina come la luna, femminile rispetto allo spirito, maschile e feconda nella vita, la manifestazione più impura, per la materia di cui è composta , della sfera celeste, ma per il suo carattere di transizione la più pura e incorruttibilmente spirituale della sfera terrestre, l’essenza sua è quella di un intermediaria lunarmente magica tra le due regioni. Questa intermediarietà è la sorgente della sua ironia [...]. Thomas Mann, Nobiltà dello spirito in Tutte le opere, a cura di L. Mazzucchetti, vol. X, Milano, Mondadori, 1953. pp.742- 743.

2 In Poesie e Prose, a cura di Damiani e Rigoni, Milano, Meridiani Mondadori, 1987.

3 idem. p. 86.

4 A. Prete, Finitudine e Infinito, Milano, Feltrinelli, 1998.

5 Cfr. vv. 152-157 de "Le ricordanze" e vv. 11-14" de "Il sabato del villaggio". Ad una prima impressione Leopardi sembra attribuire alle donne rispetto agli uomini un maggior desiderio di dare mostra di sé, e di conseguenza la danza risulta l’arte più adatta a tale scopo. In realtà in un passo dello Zibaldone, datato 22 giugno 1820, il poeta dichiara la sua estraneità a pratiche che richiedano l’uso del corpo e al tempo stesso riconosce la vanità maschile.

6 " Thou silver Deity of Secret Night, / Direct my footsteps through the woodland shade; / Thou conscious witness of unknow delight, / The Lover’s Guardian, and the Muse’s aid. By thy pale beams I solitary rove : / To thee my tender grief confide; / Serenely sweet you gild the silent grove, / my friend, my Goddess, and my Guide./ Even thee, fair Queen, froma amazing height,/ The charms of young Endimion drew, / Veil’d in the mantle of concealing night,/ With all thy gratness, and thy coldness too" . p.512 Poesie e Prose, a cura di Damiani e Rigoni, Milano, Meridiani Mondadori, 1987, p. 86

7 G. Leopardi, Poesie e Prose, op. cit. p. 1190

8 p.1193. op.cit.

9 p.1196.op.cit

10 p.1193.op.cit

11 p.1193.op.cit

12 G. Leopardi, Zibaldone, a cura di R.Damiani, Milano, Mondadori, 1997.

13 N. Bonifazi, Leopardi. L’immagine antica, Torino Einaudi, 1991.

14 G. Leopardi, Scritti e frammenti autobiografici, a cura di D’Intino, pg.97


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Bibliografia essenziale

G. Leopardi, Poesie e Prose, a cura di Damiani e Rigoni, Milano, Meridiani Mondadori, 1987

G. Leopardi, Zibaldone, a cura di R.Damiani, Milano, Mondadori, 1997.

G. Leopardi, Scritti e frammenti autobiografici, a cura di D’Intino, Roma, Salerno, 1995.

Thomas Mann, Nobiltà dello spirito in Tutte le opere, a cura di L. Mazzucchetti, vol. X, Milano, Mondadori, 1953

Saffo, in Lirici Greci, scelta di testi, traduzione e note di F. Sisti, Milano, Garzanti, 1990.

Teocrito, Idilli ed Epigrammi, introduzione, traduzione e note di B.M Palumbo, Milano, Rizzzoli, 1993.

N. Bonifazi, Leopardi. L’immagine antica, Torino, Einaudi, 1991.

Prete, Finitudine e Infinito, Milano, Feltrinelli, 1998.

Greek-English Lexicon


* Ci scusiamo per l’involontaria trascrizione grafica dei termini greci, dovuta a un problema con il programma di edizione. lf

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