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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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05 - Scritture

Scrittura – traccia e differenza

Lo spazio della letteratura moderna come spazio della regressione verso la scrittura originaria

martedì 19 ottobre 2010, di Loredana Stoica

Traduzione e introduzione di Matteo Veronesi

Riporto, nella mia ardua traduzione italiana, per gentile concessione, alcuni passaggi salienti di un articolo
di Loredana Stoica, ricercatrice attiva nel campo della teoria della letteratura, apparso negli annali elettronici dell’Università “Petrol-Gaze” di Ploiesti (qui).
Rifacendosi a vari modelli teorici, da Saussure a Derrida, da Peirce ai formalisti russi, l’autrice definisce con chiarezza alcuni principi fondamentali, e largamente applicabili all’analisi del segno letterario, e in certi casi anche filosofico, fra moderno e postmoderno: la perduta ascendenza mitica, fondante, del dire letterario come Mito-Logos-Verbo poi opacizzato, decaduto e declinatosi in forme mondane, desacralizzate, convenzionali, strumentalizzate, alienate (secondo, forse, una deriva parallela a quella del moderno “oblio dell’essere”); la dialettica (forse già adombrata dalla giustapposizione, propria dell’ermeneutica medievale, fra la lettera e lo spirito, il velame dell’allegoria e la verità giacente sub tegmine) fra il “corpo” e lo “spirito” della parola, la superficie segnica, statica, già data, del testo scritto e la vivida, magmatica palpitazione che sotto di essa si agita, e che anzi essa stessa presuppone come sua origine e matrice; lo spazio della scrittura come riflesso o incarnazione dello spazio del pensiero, dell’esistenza, della riflessione (e dunque della storicità, distinta dalla storia come mero e insensato accadere, di una storicità intesa essa stessa quale testualità, quale sequenza o catena di successive declinazioni ed incarnazioni testuali di un Senso che forse esiste, ma che permane, in sé, inafferrabile); l’essenziale, intima forza eversiva, ribelle, resistente, di ogni autentico dire letterario, inteso come “scarto dalla norma” e come tensione formale nella misura in cui sfuma, plasma o eventualmente deforma i nudi lineamenti del pensiero astratto o della comunicazione referenziale attraverso le alchimie della ricerca stilistica.

Matteo Veronesi

Ferdinand de Saussure e i suoi eredi hanno posto in rilievo la natura spaziale del linguaggio, che diviene evidente ed è attivata mediante l’utilizzo del testo scritto. Essa si costituisce entro un universo chiuso, che, nei suoi limiti, permette al linguaggio di manifestare i propri caratteri simbolici e le proprie capacità autogeneratrici. Il testo rappresenta l’evidenza materiale, tangibile, che accorda al linguaggio l’occasione di sviluppare ed estendere le proprie ramificazioni interminabili, invisibili. La scrittura, come fenomeno scritto di un’attività utilitaria, pratica, codificata e normativa, conferisce al linguaggio la libertà e la possibilità di instaurarsi come universo principale che lo spazio linguistico secondario cerca di captare e di ricostruire, onde ridonargli i caratteri metaforici iniziali, per mezzo dello scarto dalla norma e della sua eversione. Il testo concentra in sé gli sforzi di sorprendere l’essenza del linguaggio e la motivazione del segno. Questa modificazione si giustifica tramite la pretesa, accordata al segno e all’enunciato quotidiano, di assumere gli attributi della letterarietà, a condizione di essere inquadrato in una condizione particolare che lo isoli dal discorso quotidiano, utilitario.

(...)

La scrittura si inquadra, essa stessa, in un campo del divenire storico, tramite l’illuminazione e lo studio dei meccanismi che governano i processi del pensiero immaginativo e concettuale, l’orientamento delle pratiche di ricezione e di delucidazione del fenomeno creativo in un quadro di spazialità al livello del testo, che abolisca il principio della storicità iniziale. Partendo da una storia delle idee, delle immagini, dei sentimenti, il linguaggio della scrittura letteraria istituisce un quadro particolare di spazialità testuale, capace di minare alla base i limiti della storia e della memoria, della significazione pratica, esattamente mediante l’illuminazione dell’indeterminatezza che la caratterizza. In tal modo, la scienza della scrittura si potrebbe fondare su una storia delle “possibilità della storia”.

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La scrittura diviene uno strumento sovversivo, pericoloso per l’equilibrio e l’unità ipotetica dell’universo del discorso che essa modella, distorce e ritorce contro se stesso, rendendolo cosciente della propria imperfezione e dell’impossibilità del funzionamento individuale; abbiamo a che fare con una “irruzione dell’esteriorità nell’interiorità” o, in altre parole, con la dissociazione dello spirito e del corpo e con l’inversione dei loro rapporti prestabiliti: la scrittura, la parola grafica, la lettera rappresenta l’evidenza palpabile, concreta della materialità, sostanza e corporalità, esterna allo spirito e al verbo, una sorta di velo decorativo, di artificio ornamentale che mascheri e colmi l’insufficienza dell’interno. Ma l’aspetto esteriore si richiama a quello interiore da cui è condizionato, e che esso abbatte per porre le basi della costruzione dei propri edifici, tanto da rendere evidente la reciprocità dei sensi attivati da quelle due aree di significazione. Il testo scritto si avvale dei propri mezzi e delle proprie tecniche di rappresentazione e sfumatura del flusso dell’espressione, inscritti entro un inventario di risorse interne asservite allo scopo di elaborazione e adattamento formale alla dizione. La corporalità della parola scritta e del testo incapsula l’immaterialità, la aspazialità e l’autonomia del logos mitico, primario, le energie latenti depositate da esso e le possibilità ipotetiche, ma incaricate di dischiudere nuovi orizzonti immaginativi e comunicativi.

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Le arti, ivi compresa la letteratura, alimentano e sostengono le manifestazioni sovversive e reazionarie di frammentazione dell’unità iniziale del logos; l’esperienza estetica giustifica così la propria esistenza e il proprio statuto privilegiato grazie al suo senso di instaurare un universo materiale che sorprende e ricostituisce l’essenza ideale, la natura mitica dell’universo primario delle realtà, ivi compresa la parola. Approfittando della capacità e delle disponibilità di illustrare e di ricostruire i quadri dell’esistenza originaria, la letteratura rivendica per sé la pretesa di essere riconosciuta come una seconda natura esistenziale.

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La traccia racchiude l’intera storia del suo divenire immotivato, il continuo processo di deviazione del simbolo verso il segno. Essa attesta la presenza dell’origine prima, mitica e il processo di strutturazione della differenza anteriore di qualsiasi contenuto. La differenza condiziona e conduce verso l’instaurazione della forma. La differenza si reclama dalla traccia che sta alla base dell’apparizione e dello sviluppo della significazione. L’archiscrittura, indifferenziata, lascia il posto all’apparizione della differenza e all’implicazione permanente dei fenomeni di strutturazione della parola, della grafia, dell’esteriorità in interiorità.

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Dato che l’esperienza estetica è marcata da sforzi di stilizzazione e raffinamento della materia bruta, di elaborazione formale, di cesellatura immaginativa dei duri lineamenti concettuali, e dal canto suo il linguaggio metaforico presuppone una deviazione dal tracciato di significazione della parola ordinaria, abbattimento e deformazione, quello poetico è un universo ulteriore e distorto, proiezione imperfetta della realtà primaria; di conseguenza, abbiamo a che fare con rovesciamento del senso iniziale, con l’inversione dei valori e con gli aspetti contraddittori, oppositivi del segno linguistico e mitico, piazzato entro un quadro ornato con perizia per mezzo degli artifici e degli strumenti linguistici che conducono, per desacralizzazione, alla soggettivizzazione e alla carica metaforica obbligatorie. La correlazione fra la lingua e l’esperienza umana è inevitabile, dato che la parola – essa stessa natura mitica – è considerata come unico elemento e modo di conoscenza vera, divenendo, la lingua – dunque anche quella letteraria –, punto di congiunzione fra la realtà esterna e quella interna della coscienza.

Loredana Stoica – Università “Petrol-Gaze”, Ploiesti