Sguardomobile

Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

Home > 03 - Traduzioni > Letterature > Herberto Helder - Poematto

03 - Traduzioni - Letterature

Herberto Helder - Poematto

lunedì 27 settembre 2010, di Daniele Corrotti, Elisa Scaraggi, Sara Quarantani

Qui la presentazione dell’autore e di questo testo impegnativo e affascinante a cura dei suoi traduttori.

Poematto

I

Mi sdraio, mi alzo, penso che è enorme cantare.
Un ramo canta di bianco.
Una città canta di luci.
Penso adesso che è profondo trovare le mani.
Trovare gli strumenti dentro all’angoscia:
clavicordi e lire o liuti
intenzionati.
Cantare rosoni di pietra nella nebbia.
Cantare la sanguinante nebbia.
L’amore attraversato da una freccia
che scuote l’uomo fino alla base.

Cantare la nostra stessa freccia scoccata
all’animale che attraversa il mondo.
Al nome che sanguina.
Che sanguina e lascia una scia
nella notte che là fuori culmina.
Questo è il nome dell’amore che è il nome
del canto. Canto nella solitudine.
L’amore ossessivo.
L’ossessiva solitudine cantante.
Mi sdraio, ed è enorme. È enorme alzarsi,
diventare cieco, cantare.
Avere le mani come nebbia che brucia.

Le case sono favolose, quando dico:
case. Sono favolose
le donne, se commosso dico:
le donne.
Le tende alle finestre
scintillano come lampi. Io vivo
cantando le donne incendiarie
e l’immensa solitudine
veridica come un bicchiere.
Perché un bicchiere canta nella mia bocca.
In me canta quello che bevo.
Veridicamente, io canto nel mondo.

Che parlino veloce. Si estendano
nel mio pensiero.
Affondino la voce nella mia
tenebra come una gola.
Perché io vorrei tanto svegliarmi
dentro alla vostra voce nella mia bocca.
Adesso so che tutte le stelle sono abitate.
La vostra esistenza dura e calda
è la massa di una stella.
Perché questa stella canta nel luogo
dove sarà la mia vita.

Bruciate le vostre notti in onore
del mio amore. L’amore è forte.
Che cosa forte è la pazzia.
Perché la pazzia canta minata di porte.
Noi usciamo dalle porte, noi
entriamo dentro alla pazzia.
Le sedie cantano chi sta seduto.
Gli specchi cantano la gioventù
aggettiva di chi si guarda.
Sono inquieto e cieco. Canto.
La morte mi canta nel profondo.
È un canto assoluto.

Immagino il mio corpo, una collina.
Il mio corpo scala di stella.
Panna. Freccia. Oggetto cantante.
Corpo con la sua morte che canta.
Immagino una collina di voci.
Una scala di canto di stella.
Immagino questa spessa panna cantante.
Una che canta freccia.
Immagino la mia voce totale della morte.
Perché tutto canta e cantare è enorme.

Immagino la delicatezza. La sottigliezza.
Il tocco quasi aereo, quasi
aereo e brutale.
Essere toccato dalle voci come essere ferito
dalle dita, dai ruvidi garofani
della pianura.
Essere svegliato, svegliato.
Perché cantare è un sotterraneo.
Dopo è un cortile.
Immagino che le voci siano scale.
Voci per raggiungere il canto.
Il canto è il mio corpo purificato.

Perché il mio corpo ha una sua morte
arrivata come un incendio.
La morte – dice il canto – è l’amore enorme.
È enorme essere cieco.
Canta il mio grande corpo cieco.
Brillare in alto fin dentro al silenzio.
Il silenzio canta rifugiato nella morte.
Mi sdraio, mi alzo, penso che è enorme cantare.

II

La mia testa sussulta con tutto l’oblio.
Cerco di dire come tutto sia un’altra cosa.
Parlo, penso.
Sogno sulle tremende ossa dei piedi.
È sempre un’altra cosa, una
cosa sola coperta di nomi.
E la morte passa di bocca in bocca
con la lieve saliva,
con il terrore che c’è sempre
nel fondo inespresso di una vita.

So che i campi immaginano le
proprie rose.
Le persone immaginano i propri campi
di rose. E a volte sto di fronte ai campi
come se morissi;
altre, come se solo adesso
potessi svegliarmi.

A volte tutto si illumina.
A volte sanguina e canta.
Io dico che nessuno si perdona col tempo.
Che la pazzia ha spine come una gola.
Io dico: passa da lontano l’autunno,
e che cos’è l’autunno?
Le palpebre sbattono contro il grande giorno maschile
del pensiero.
Metto cose vive e morte nello spirito dell’opera.
La mia vita va in estasi come una camera di torce.

– Era una casa – come dire? – assoluta.

Io gioco, io giuro.
Era una casinfanzia.
So che era una casa folle.
Io mettevo le mani nell’acqua: mi addormentavo
ricordavo.
Gli specchi si incrinano contro la nostra giovinezza.

Palpo adesso il girare delle brutali,
liriche ruote della vita.
C’è nel mio oblio, o nel ricordo
totale delle cose,
una rosa come una testa alta,
un pesce come un movimento
rapido e severo.
Una rosapesce dentro alla mia idea
disorientata.
Ci sono bicchieri, forchette inebriati dentro di me.
– Perché l’amore delle cose nel suo
tempo futuro
è terribilmente profondo, è sottile,
devastante.

Le sedie ardevano ai loro posti.
Le mie sorelle abitavano in cima al movimento
come esseri atterriti
A volte ridevano forte. Si addensavano
nel loro buio terrificante.
La mestruazione sognava putrida dentro di loro,
al limite della notte.
Cantava molto piano.
Sembrava fluire.
Girare intorno ai tavoli, alle penombre fulminate.
Pioveva sulle notti terrestri.
voglio gridare al di là della pazzia terrestre.
– Era umido, distillato, ispirato.

C’era rigore. Oh, esempio estremo.
C’era un’essenza di fabbrica.
Una materia sensazionale nel segreto delle fruttiere,
con le loro mele centripete
e le uve pendenti sulla maturità.
C’era la magnolia calda di un gatto.
Gatto che entrava per le mani, o magnolia
che usciva dalla mano verso il volto
della madre cupamente pura.
Ah, madre pazza intorno, sedutamente
completa.
Le mani toccavano oltre l’ardore
la carne come un boccone estasiato.

Era una casassoluta – come
dire? – un
sentimento dove qualcuno sarebbe morto.
Demenza per sorridere elevatamente.
Avere more, foglie verdi, spine
con piccole tenebre da tutte le parti.
Nome nello spirito di una rosapesce.

– Preferisco impazzire nei corridoi inarcati
adesso nelle parole.
Preferisco cantare nelle verande interiori.
Perché c’erano scale e donne che si fermavano
minate di intelligenza.
Il corpo senza rose, il linguaggio
per amare e ruminare.
Il latte cantante.

Io adesso mi immergo e ascendo come un bicchiere.
Porto verso l’alto quest’immagine di acqua interna.
– Penna della poesia sciolta nel senso
primordiale della poesia.
O poesia che sale dalla penna,
attraversando il suo stesso impulso,
poesia che ritorna.
Tutto si innalza come un garofano,
un coltello innalzato.
Tutto muore il suo nome in un altro nome.

Poesia che non esce dal potere della pazzia.
Poesia come base non concreta della creazione.
Ah, pensare con delicatezza,
immaginare con ferocia.
Perché io sono una vita con furibonda
malinconia,
con furibonda concezione. Con
una certa ironia furibonda.

Sono una devastazione intelligente.
Con margherite favolose.
Ricoperte di oro.
L’alba o la notte triste suonate
alla tromba. Sono
una cosa udibile, sensibile.
Un movimento.
Sedia che si moltiplica nel bacino,
divenuto il sedersi.
O fiori che bevono il vaso.
Il silenzio strutturale dei fiori.
E il tavolo sotto.
A sognare.

III

L’attore accende la bocca. Poi, i capelli.
Finge le sue facce nelle pozzanghere interiori.
L’attore si mette e si toglie la testa
di bufalo.
Di cervo.
Di rinoceronte.
Mette fiori nelle corna.
Nessuno ama così disanimatamente
come l’attore.
L’attore accende i piedi e le mani.
Parla lentamente.
Sembra che si diffonda poco a poco.
Un po’ stella.
Un po’ al di là della finestra.
Un altro po’ al di qua della grotta.
L’attore prende le cose per dare fuoco
al piccolo talento umano.
L’attore scoppietta come sale bruciato.

Quello che rifulge, quello che arde marcatamente
nella notte, è l’attore, con
una voce pura monotonamente percossa
dalla solitudine universale.
Il magnifico attore che toglie e mette
e ritoglie
l’aggettivo dalla cosa, la sottigliezza
dalla forma,
e precipita la verità.
Da un lato estrae la mela con la sua
divagazione di mela.
Fabbrica pesci immersi nella loro stessa
fiamma di pesci.
Perché l’attore sta come la mela.
L’attore è un pesce.

Sorride così l’attore contro la faccia di Dio.
Adorna Dio con semplicità silvestri.
L’attore sottrae Dio a Dio,
e dona velocità ai luoghi aerei.
Perché l’attore è un’astronave che attraversa
la distanza di Dio.
Avvolge. Svela.
L’attore dice una parola impercettibile.
Riduce l’umidità e il calore della terra
alla confusione di questa parola.
Recita il libro. Amplifica il libro.
L’attore accende il libro.
Lievita per i campi come la dura acqua del giorno.
L’attore è tremendo.
Nessuno ama così sgradevolmente
come l’attore.
Come l’unità dell’attore.

L’attore è un avverbio ramificatosi
da un sostantivo.
E il sostantivo ritorna e gira,
e l’attore è un aggettivo.
È un nome che proviene per ultimo
dal Nome.
Nome che tra sé e sé si mormora, e si agita,
e impazzisce.
L’attore è il grande nome pieno di riflettori.
Il nome che acceca.
Che sanguina.
Che è il sangue.
Così l’attore erge il corpo,
riempie il corpo di melodia.
Corpo che trema di melodia.
Nessuno ama così corporalmente come l’attore.
Come il corpo dell’attore.

Perché il talento è trasformazione.
L’attore trasforma la stessa azione
della trasformazione.
Si solidifica. Si gassifica. Si complica.
L’attore cresce nel suo atto
L’attore si attifica.
È enorme l’attore con la sua ossatura di base,
con le sue tante finestre,
le strade –
l’attore con l’emotivo essere pubblico.
Nessuno ama così pubblicamente come l’attore.
Come il segreto attore.

In stato di grazia. In completo
stato di purezza.
L’attore ama in azione di stella.
Azione di mimica.
L’attore è un tenebroso raccoglimento
da cui sgorga la pantomima.
L’attore vede apparire il mattino sul letto.
Vede il cobra tra le gambe.
L’attore vede fulmineamente
quanto è puro.
Nessuno ama il teatro essenziale come l’attore.
Come l’essenza dell’amore dell’attore.
Il teatro generale.

L’attore in stato generale di grazia.

IV

Le vacche dormono, le stelle sono truculente,
l’intelligenza è crudele.
Io mi apro verso i campi.
Vedo come sono minato da questo
puro movimento di intelligenza. Perché guardo,
ruoto sui cardini come verso la felicità.
Più alte sono le arbitrarie erbe
che le stelle.
Tutto dorme nelle vacche.
Oh violente intelligenza dove le cose
levitano preziosamente.
Il campo batte contro di me, nell’aria dove loro
dormono –
vacche truculente, stelle
pacificate stelle – e l’intelligenza, in fine
un selvaggio celeste sulla mia respirazione.

Io penso di cambiare questi campi distesi, creare
un nome per le cose.
Dov’era stalla, nella dolce morfologia,
far sì
che le stelle muggiscano e che la polvere
resusciti.
Dire: scoppino le scarpate, impazziscano le vacche,
che la mia intelligenza diventi terrificante.
Unire la ferocia della notte all’inebriato
movimento della terra.
Posso cambiare l’architettura di una parola.
Far esplodere il decadente cuore delle cose.
Posso mettere un nome nell’intimità di una cosa
e ricominciare il talento di esistere.
Metto nella parola il cuore carico di una cosa.
Io posso modificarmi.
Essere più alto della corruzione.

Campi agitati dal silenzio. Qualcuno come me
s’immerge in quella che è l’oscurità
delle vacche che dormono.
Stelle girate, improvvisamente morte
sopra di me. Penso di alterare tutto,
recuperare ora le colline del mondo.
Parlando d’amore, io
parlo del genio costruttore. Dico che è necessario
creare la velocità delle cose.
Che è necessario cacciare i fiori, colpire le stelle,
mettere il sonno nelle vacche, strappargli,
il sonno,
dare il sonno alle stelle.
Impazzire.

Che è necessario ricreare il creare, mio Dio, essere truculenti.
Essere semplici e non esserlo.
Abbandonare i campi, volteggiare
l’intelligenza, la crudeltà.
Apro la porta per non dimenticare questo
compito assurdo.
Questa necessità così privata.
Perché ora ho totalmente smesso di essere puro.
Mi alzo per dar da mangiare calde
stelle alle vacche.
Sono così puro, mio Dio, così truculento.
Bisogna iniziare.

Dico piano il nome. Taglio i gambi delle stelle.
Lasciarle nella loro linfa tremante.
Dico piano che è talento avvelenarle.
La mia allegria furibonda è la purezza del mondo
Ed è così bello afferrare con le ossa
che sono nelle mani
la punta di un nome, e dispiegarlo.
Strappare quest’anima stretta.
Perché io conosco lo stile di un’anima
necessariamente originale.
Taglio le stelle dalle vacche.
Porto candele verso i campi straordinari.

Perché io busso alla porta con il mio giubilo furioso.
L’amore si accumula.
È per dare l’ardore in dolce dissipazione.
Dio non lo sa e sorride, sbriciolato
contro il muro umano.
Respiro, respiro. Le cose respirano.
Quest’offerta maschile urla nelle tenebre.
Creare è delicato.
Creare è una grande brutalità.
Perché io sono felice. Dormo
nell’opera.
Solo io so che la pazzia ha minato questo essere
inspiegabile
che mi estende nelle cose.
La pazzia è entrata in ciascun osso
e i campi sono il mio specchio.
Quest’immagine perfetta frantuma gli specchi.
I nomi sono folli,
sono veri.

V

Le barche gridano sulle acque.
Io respiro nelle chiglie.
Attraverso l’amore, respirando.
Come se il pensiero si rompesse con le stelle
brute. Accosto il volto alle dolci barche.
Barche massicce che gemono
con le punte dell’acqua.
Mi accosto alla durezza generale.
Alla sofferenza, all’idea generale delle barche.
Accosto il volto per attraversare l’amore.
Faccio tutto come se desiderassi cantare,
collocato nelle parole.
Respirando il guscio delle parole.
La loro scia battente.
Con il volto verso l’aria nelle gocce, nelle stelle.
Collocato nello stridere doloroso dei remi,
dei timoni delle parole.

È il fiume che chiamano tago
fin dentro all’amore.
Vedo i ponti che scorrono.
Sento le campane della tenebra.
Le corde tese dei pesci che violinano l’acqua.
È nelle barche che si attraversa il mondo.
Le barche battono, gridano.
La mia vita attraversa la cecità,
arriva ovunque.
Barca alta, notte demente, amore a metà.
Amore assolutamente a metà.
Io respiro nelle chiglie. È forte
l’odore del tago.

Come se le barche fendessero i campi,
la ruminazione dei fiori ciechi.
Se il tago fosse ortiche.
Vacche che dormono.
Pozzanghere folli.
Come se il tago fosse l’aria.
Come se il tago fosse l’interno della terra.
L’interno dell’esistenza di un uomo.
Tago caldo. Tago molto freddo.
Con il volto accostato all’acqua gialla dei fiori.
Ai ciottoli del mattino.
Respirando. Attraversando l’amore.
Con il volto nella sofferenza.
Con voglia di cantare nell’ordine della notte.

Se mi cade la mano, il piede.
L’attenzione nell’acqua.
Penso: il mondo è umido. Non so
cosa voglia dire.
Attraversare l’amore del tago è un po’
come non sapere niente.
È essere puro, in alto esistere.
Attraversare tutto nella notte precipitata.
Nella parola precipitata attraversare la struttura dell’acqua,
della carne.
Come per cantare nelle barche.
Morire, rivivere nelle barche.

I ponti non sono il fiume.
Le case esistono sulle sponde indurite.
Ora penso alla solitudine dell’amore.
Penso che è l’aria, le voci quasi inesistenti nell’aria,
ciò che accompagna l’amore.
Accompagna l’amore un certo pesce sottile.
Una strana immagine universale.
L’amore accompagna l’amore.
È necessaria un’esistenza dalla durezza lenta.
Le barche gridano.
L’acqua è generale sul volto che respira.

Posso parlare alle mani.
Posso estremamente parlare alle parole.
È nelle parole che gemono le barche.
In loro si stabilisce il fiume.
Parlo della mia vita calda.
Parole – dico – è così calda la notte
che attraversiamo.
Barche calde.
Generale calore in mezzo alla carne.
E ora il fiume tago si accende in mezzo
a tante parole.
Amore della vita del tago con la mia
grande vita pura.
Con il mio amore completo come un fiume.




POEMACTO

I

Deito-me, levanto-me, penso que é enorme cantar.
Uma vara canta branco.
Uma cidade canta luzes.
Penso agora que é profundo encontrar as mãos.
Encontrar instrumentos dentro da angústia:
clavicórdios e liras ou alaúdes
intencionados.
Cantar rosáceas de pedra no nevoeiro.
Cantar o sangrento nevoeiro.
O amor atravessado por um dardo
que estremece o homem até às bases.

Cantar o nosso próprio dardo atirado
ao bicho que atravessa o mundo.
Ao nome que sangra.
Que vai sangrando e deixando um rastro
pela culminante noite fora.
Isso é o nome do amor que é o nome
do canto. Canto na solidão.
O amor obsessivo.
A obsessiva solidão cantante.
Deito-me, e é enorme. É enorme levantar-se,
cegar, cantar.
Ter as mãos como o nevoeiro a arder.

As casas são fabulosas, quando digo:
casas. São fabulosas
as mulheres, se comovido digo:
as mulheres.
As cortinas ao cimo nas janelas
faíscam como relâmpagos. Eu vivo
cantando as mulheres incendiárias
e a imensa solidão
verídica como um copo.
Porque um copo canta na minha boca.
Canta a bebida em mim.
Veridicamente, eu canto no mundo.

Que falem depressa. Estendam-se
no meu pensamento.
Mergulhem a voz na minha
treva como uma garganta.
Porque eu tanto desejaria acordar
dentro da vossa voz na minha boca.
Agora sei que as estrelas são habitadas.
Vossa existência dura e quente
é a massa de uma estrela.
Porque essa estrela canta no sítio
onde vai ser a minha vida.

Queimais as vossas noites em honra
do meu amor. O amor é forte.
Que coisa forte que é a loucura.
Porque a loucura canta minada de portas.
Nós saímos pelas portas, nós
entramos para o interior da loucura.
As cadeiras cantam os que estão sentados.
Cantam os espelhos a mocidade
adjetiva dos que se olham.
Estou inquieto e cego. Canto.
A morte canta-me ao fundo.
É um canto absoluto.

Imagino o meu corpo, uma colina.
Meu corpo escada de estrela.
Nata. Flecha. Objeto cantante.
Corpo com sua morte que canta.
Imagino uma colina com vozes.
Uma escada com canto de estrela.
Imagino essa espessa nata cantante.
Uma que canta flecha.
Imagino a minha voz total da morte.
Porque tudo canta e cantar é enorme.

Imagino a delicadeza. A subtileza.
O toque quase aéreo, quase
aereamente brutal.
Ser tocado pelas vozes como ser ferido
pelos dedos, pelos rudes cravos
da planície.
Ser acordado, acordado.
Porque cantar é um subterrâneo.
Depois é um pátio.
Imagino que as vozes são escadas.
Vozes para atingir o canto.
O canto é o meu corpo purificado.

Porque o meu corpo tem uma sua morte
tocada incendiariamente.
A morte – diz o canto – é o amor enorme.
É enorme estar cego.
Canta o meu grande corpo cego.
Reluzir ao alto pelo silêncio dentro.
O silêncio canta alojado na morte.
Deito-me, levanto-me, penso que é enorme cantar.

II

Minha cabeça estremece com todo o esquecimento.
Eu procuro dizer como tudo é outra coisa.
Falo, penso.
Sonho sobre os tremendos ossos dos pés.
É sempre outra coisa, uma
só coisa coberta de nomes.
E a morte passa de boca em boca
com a leve saliva,
com o terror que há sempre
no fundo informulado de uma vida.

Sei que os campos imaginam as suas
próprias rosas.
As pessoas imaginam seus próprios campos
de rosas. E às vezes estou na frente dos campos
como se morresse;
outras, como se agora somente
eu pudesse acordar.

Por vezes tudo se ilumina.
Por vezes sangra e canta.
Eu digo que ninguém se perdoa no tempo.
Que a loucura tem espinhos como uma garganta.
Eu digo: roda ao longe o outono,
e o que é o outono?
As pálpebras batem contra o grande dia masculino
do pensamento.
Deito coisas vivas e mortas no espírito da obra.
Minha vida extasia-se como uma câmara de tochas.

– Era uma casa – como direi? – absoluta.

Eu jogo, eu juro.
Era uma casinfância.
Sei como era uma casa louca.
Eu metia as mãos na água: adormecia,
relembrava.
Os espelhos rachavam-se contra a nossa mocidade.

Apalpo agora o girar das brutais,
líricas rodas da vida.
Há no meu esquecimento, ou na lembrança
total das coisas,
uma rosa como uma alta cabeça,
um peixe como um movimento
rápido e severo.
Uma rosapeixe dentro da minha ideia
desvairada.
Há copos, garfos inebriados dentro de mim.
– Porque o amor das coisas no seu
tempo futuro
é terrivelmente profundo, é suave,
devastador.

As cadeiras ardiam nos lugares.
Minhas irmãs habitavam ao cimo do movimento
como seres pasmados.
Às vezes riam alto. Teciam-se
em seu escuro terrífico.
A menstruação sonhava podre dentro delas,
à boca da noite.
Cantava muito baixo.
Parecia fluir.
Rodear as mesas, as penumbras fulminadas.
Chovia nas noites terrestres.
Eu quero gritar paralém da loucura terrestre.
– Era húmido, destilado, inspirado.

Havia rigor. Oh, exemplo extremo.
Havia uma essência de oficina.
Uma matéria sensacional no segredo das fruteiras,
com suas maçãs centrípetas
e as uvas pendidas sobre a maturidade.
Havia a magnólia quente de um gato.
Gato que entrava pelas mãos, ou magnólia
que saía da mão para o rosto
da mãe sombriamente pura.
Ah, mãe louca à volta, sentadamente
completa.
As mãos tocavam por cima do ardor
a carne como um pedaço extasiado.

Era uma casabsoluta – como
direi? – um
sentimento onde algumas pessoas morreriam.
Demência para sorrir elevadamente.
Ter amoras, folhas verdes, espinhos
com pequena treva por todos os cantos.
Nome no espírito como uma rosapeixe.

– Prefiro enlouquecer nos corredores arqueados
agora nas palavras.
Prefiro cantar nas varandas interiores.
Porque havia escadas e mulheres que paravam
minadas de inteligência.
O corpo sem rosáceas, a linguagem
para amar e ruminar.
O leite cantante.

Eu agora mergulho e ascendo como um copo.
Trago para cima essa imagem de água interna.
– Caneta do poema dissolvida no sentido
primacial do poema.
Ou o poema subindo pela caneta,
atravessando seu próprio impulso,
poema regressando.
Tudo se levanta como um cravo,
uma faca levantada.
Tudo morre o seu nome noutro nome.

Poema não saindo do poder da loucura.
Poema como base inconcreta de criação.
Ah, pensar com delicadeza,
imaginar com ferocidade.
Porque eu sou uma vida com furibunda
melancolia,
com furibunda concepção. Com
alguma ironia furibunda.

Sou uma devastação inteligente.
Com malmequeres fabulosos.
ouro por cima.
A madrugada ou a noite triste tocadas
em trompete. Sou
alguma coisa audível, sensível.
Um movimento.
Cadeira congeminando-se na bacia,
feita o sentar-se.
Ou flores bebendo a jarra.
O silêncio estrutural das flores.
E a mesa por baixo.
A sonhar.

III

O actor acende a boca. Depois, os cabelos.
Finge as suas caras nas poças interiores.
O actor põe e tira a cabeça
de búfalo.
De veado.
De rinoceronte.
Põe flores nos cornos.
ninguém ama tão desalmadamente
como o actor.
O actor acende os pés e as mãos.
Fala devagar.
Parece que se difunde aos bocados.
Bocado estrela.
Bocado janela para fora.
Outro bocado gruta para dentro.
O actor toma as coisas para deitar fogo
ao pequeno talento humano.
O actor estala como sal queimado.

O que rutila, o que arde destacadamente
na noite, é o actor, com
uma voz pura monotonamente batida
pela solidão universal.
O espantoso actor que tira e coloca
e retira
o adjetivo da coisa, a subtileza
da forma,
e precipita a verdade.
De um lado extrai a maçã com sua
divagação de maçã.
Fabrica peixes mergulhados na própria
labareda de peixes.
Porque o actor está como a maçã.
O actor é um peixe.

Sorri assim o actor contra a face de Deus.
Ornamenta Deus com simplicidades silvestres.
O actor que subtrai Deus de Deus,
e dá velocidade aos lugares aéreos.
Porque o actor é uma astronave que atravessa
a distância de Deus.
Embrulha. Desvela.
O actor diz uma palavra inaudível.
Reduz a humidade e o calor da terra
à confusão dessa palavra.
Recita o livro. Amplifica o livro.
O actor acende o livro.
Levita pelos campos como a dura água do dia.
O actor é tremendo.
Ninguém ama tão rebarbativamente
como o actor.
Como a unidade do actor.

O actor é um advérbio que ramificou
de um substantivo.
E o substantivo retorna e gira,
e o actor é um adjetivo.
É um nome que provém ultimamente
do Nome.
Nome que se murmura em si, e agita,
e enlouquece.
O actor é o grande Nome cheio de holofotes.
O nome que cega.
Que sangra.
Que é o sangue.
Assim o actor levanta o corpo,
enche o corpo com melodia.
Corpo que treme de melodia.
Ninguém ama tão completamente com o o actor.
Como o corpo do actor.

Porque o talento é transformação.
O actor transforma a própria acção
da transformação.
Solidifica-se. Gaseifica-se. Complica-se.
O actor cresce no seu acto.
Faz crescer o acto.
O actor actifica-se.
É enorme o actor com sua ossada de base,
com suas tantas janelas,
as ruas –
o actor com a emotiva publicidade.
Ninguém ama tão publicamente como o actor.
Como o secreto actor.

Em estado de graça. Em compacto
estado de pureza.
O actor ama em acção de estrela.
Acção de mímica.
O actor é um tenebroso recolhimento
de onde brota a pantomima.
O actor vê aparecer a manhã sobre a cama.
Vê a cobra entre as pernas.
O actor vê fulminantemente
como é puro.
Ninguém ama o teatro essencial como o actor.
Como a essência do amor do actor.
O teatro geral.

O actor em estado geral de graça.

IV

As vacas dormem, as estrelas são truculentas,
a inteligência é cruel.
Eu abro para o lado dos campos.
Vejo como estou minado por esse
puro movimento de inteligência. Porque olho,
rodo nos gonzos como para a felicidade.
Mais levantadas são as arbitrárias ervas
do que as estrelas.
Tudo dorme nas vacas.
Oh violenta inteligência onde as coisas
levitam preciosamente.
O campo bate contra mim, no ar onde elas
dormem –
vacas truculentas, estrelas – e a inteligência, afinal
selvajaria celeste sobre a minha respiração.

Eu penso mudar estes campos deitados, criar
um nome para as coisas.
Onde era estábulo, na doce morfologia,
fazer
com que as estrelas mugissem e as poeiras
ressuscitassem.
Dizer: rebentem os taludes, enlouqueçam as vacas,
que minha inteligência se torne terrífica.
Unir a ferocidade da noite ao inebriado
movimento da terra.
Posso mudar a arquitetura de uma palavra.
Fazer explodir o descido coração das coisas.
Posso meter um nome na intimidade de uma coisa
e recomeçar o talento de existir.
Meto na palavra o coração carregado de uma coisa.
Eu posso modificar-me.
Ser mais alto que a corrupção.

Campos abanados pelo silêncio. Alguém como eu
mergulhando no que é o obscuro
das vacas dormindo.
Estrelas giradas, de repente mortas
sobre mim. Penso alterar tudo,
recuperar agora as colinas do mundo.
Falando de amor, eu falo
de génio destruidor. Falo que é preciso
criar a velocidade das coisas.
Que é preciso caçar flores, golpear estrelas,
meter o sono nas vacas, desentranhar-lhes
o sono,
dar o sono às estrelas.
Enlouquecer.

Que é preciso recriar o criar, meu Deus, ser truculento.
Ser simples e não o ser.
Abandonar os campos, rodopiar
a inteligência, a crueldade.
Abro a porta para não esquecer esta
absurda tarefa.
Esta tão particular necessidade.
Porque agora deixei totalmente de ser puro.
Levanto-me para dar de comer quentes
estrelas às vacas.
Sou tão puro, meu Deus, tão truculento.
É preciso principiar.

Digo baixo o nome. Corto os pés das estrelas.
Deixá-las na sua seiva estremecente.
Digo baixo que é talento envenená-las.
Minha alegria furibunda é a pureza do mundo.
E é tão belo agarrar com os ossos
que há dentro das mãos
na ponta de um nome, e desdobrá-lo.
Arrancar essa alma apertada.
Porque eu sei o estilo de uma alma
precisamente original.
Corto as estrelas das vacas.
Trago candeias para os campos extraordinários.

Porque eu bato na porta com meu júbilo furioso.
O amor acumula-se.
É para dar o ardor em doce dissipação.
Deus não sabe e sorri, esmigalhado
contra o muro humano.
Respiro, respiro. As coisas respiram.
Esta oferta masculina vocifera na treva.
Criar é delicado.
Criar é uma grande brutalidade.
Porque eu sou feliz. Durmo
na obra.
Só eu sei que a loucura minou este ser
inexplicável
que me estende nas coisas.
A loucura entrou em cada osso,
e os campos são o meu espelho.
Esta imagem perfeita arromba os espelhos.
Os nomes são loucos,
são verdadeiros.

V

As barcas gritam sobre as águas.
Eu respiro nas quilhas.
Atravesso o amor, respirando.
Como se o pensamento se rompesse com as estrelas
brutas. Encosto a cara às barcas doces.
Barcas maciças que gemem
com as pontas da água.
Encosto-me à dureza geral.
Ao sofrimento, à ideia geral das barcas.
Encosto a cara para atravessar o amor.
Faço tudo como quem desejasse cantar,
colocado nas palavras.
Respirando o casco das palavras.
Sua esteira embatente.
Com a cara para o ar nas gotas, nas estrelas.
Colocado no ranger doloroso dos remos,
dos lemes das palavras.

É o chamado rio tejo
pelo amor dentro.
Vejo as pontes escorrendo.
Ouço os sinos da treva.
As cordas esticadas dos peixes que violinam a água.
É nas barcas que se atravessa o mundo.
As barcas batem, gritam.
Minha vida atravessa a cegueira,
chega a qualquer lado.
Barca alta, noite demente, amor ao meio.
Amor absolutamente ao meio.
Eu repiro nas quilhas. É forte
o cheiro do rio tejo.

Como se as barcas trespassassem campos,
a ruminação das flores cegas.
Se o tejo fosse urtigas.
Vacas dormindo.
Poças loucas.
Como se o tejo fosse o ar.
Como se o tejo fosse o interior da terra.
O interior da existência de um homem.
Tejo quente. Tejo muito frio.
Com a cara encostada à água amarela das flores.
Aos seixos da manhã.
Respirando. Atravessando o amor.
Com a cara no sofrimento.
Com vontade de cantar na ordem da noite.

Se me cai a mão, o pé.
A atenção na água.
Penso: o mundo é húmido. Não sei
o que quer dizer.
Atravessar o amor do tejo é qualquer coisa
como não saber nada.
É ser puro, existir ao cimo.
travessar tudo na noite despenhada.
Na despenhada palavra atravessar a estrutura da água,
da carne.
Como para cantar nas barcas.
Morrer, reviver nas barcas.

As pontes não são o rio.
As casas existem nas margens coalhadas.
Agora eu penso na solidão do amor.
Penso que é o ar, as vozes quase inexistentes no ar,
o que acompanha o amor.
Acompanha o amor algum peixe subtil.
Uma estranha imagem universal.
O amor acompanha o amor.
É preciso uma existência de uma dureza lenta.
As barcas gritam.
A água é geral sobre a cara que respira.

Posso falar às mãos.
Posso extremamente falar às palavras.
É nas palavras que as barcas gemem.
Nelas se estabelece o rio.
Falo da minha vida quente.
Palavras – digo – é tão quente a noite
que atravessamos.
Barcas quentes.
Geral calor no meio da carne.
E agora o rio tejo acende-se no meio
de muitas palavras.
Amor da vida do tejo com a minha
grande vida pura.
Com meu amor completo como um rio.