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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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11 - Che il gallo canti pure. Ritratti

Herberto Helder de Oliveira

lunedì 27 settembre 2010, di Daniele Corrotti, Elisa Scaraggi, Sara Quarantani

Una presentazione dell’autore di Poematto, tradotto e pubblicato qui.

Nato nel 1930 a Funchal, sull’isola di Madeira, Herberto Helder de Oliveira è una figura di rilievo nella poesia portoghese contemporanea. È autore di tre romanzi e di numerosi libri di poesia raccolti nell’antologia Poesia Toda, pubblicata per la prima volta nel 1981 e in seguito modificata per le edizioni successive. La sua riluttanza a rilasciare interviste e ricevere premi, come è avvenuto nel 1994 in occasione dell’assegnazione del Prémio Pessoa, negli anni gli ha procurato la fama di misantropo ed inoltre ha alimentato intorno alla sua figura un’atmosfera dalle sfumature misteriose e indecifrabili.

Nonostante sia legato al movimento surrealista per ragioni di carattere generazionale, Helder si è gradualmente allontanato da questa poetica, tendendo sempre più al raggiungimento di esattezza e rigore verbali, e all’approfondimento di una ricerca metaforica minuziosa e di una frantumazione stilistica. Ciò che maggiormente distingue il poeta è il suo potere visionario, l’impulso di trasfigurazione di temi cosmici e il senso dell’originario o del poema come realtà originaria.

Poemacto, scritto nel 1961, è composto da cinque canti contrassegnati da un numero romano. In questa composizione, l’esperienza poetica trascende in un atto assoluto – um canto absoluto – e il componimento diviene il luogo in cui esistenza e spirito, materia e anima si incontrano e si fondono. La poesia si fa gesto e, come la vita, Poemacto diventa un oggetto insidioso che ricrea tutto dal principio, che esige la relativizzazione di tutte le cose e un loro riposizionamento generale. Non è la narrazione di un evento, bensì l’evento stesso, il luogo dove il cantare si realizza, e come atto incide sulla trasfigurazione continua degli elementi che compongono la scrittura e le realtà configurate.

Per Herberto Helder la poesia “è sempre outra coisa, uma só coisa coberta de nomes”. La poesia è “una cosa sola”, inseparabile dal tutto, e anche da questa convinzione discende l’organizzazione stessa del proprio corpus in grandi accorpamenti, come la collezione di diversi libri raccolti nel singolo volume Poesia Toda, o la volontà di riunire cinque poesie sotto il titolo unico di Poemacto. Inoltre la stessa inclinazione emerge nella selezione di parole che, pur suonando apparentemente disperse alla stregua di molecole o atomi, fanno invece parte di un unico “gomitolo”, dello stesso caos, e stabiliscono relazioni che oltrepassano la grammatica stabilita delle analogie e, in tal modo, si fondono in neologismi: poematto, casinfanzia, casassoluta, rosapesce. Del resto, come afferma il poeta stesso, si “può mutare l’architettura di una parola”.
In quest’ottica anche il montaggio dei blocchi di significazione di cui ogni poesia è composta appare come un procedimento di selezione dell’informazione in cui spiccano sia il flusso caotico della memoria, che una concatenazione di materiali di diversa provenienza. Essi danno vita a un poema lungo, unico, capace di funzionare come processo comunicativo continuo e come un coro di voci comunicanti; il Poematto diviene pertanto il veicolo di un’immaginazione in movimento, centripeta, truculenta, in cui “la penna della poesia si dissolve nel senso primordiale della poesia”.

Il potere ipnotico e incantatorio della poesia di Herbert trascende la sua solo apparente inaccessibilità: pur governata da un criterio oscuro, che una prima superficiale lettura indurrebbe a credere comprensibile solo al cervello ermetico dell’autore per il quale “la poesia non esce dal potere della pazzia”, essa si rivela dettata da una voce organica in grado di modellare l’esistenza.