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05 - Scritture

Una lingua per non farsi capire

Parlando di romanesco

sabato 24 luglio 2010, di Paolo Morelli

Di Paolo Morelli, scrittore, critico cinematografico, sceneggiatore, cronista calcistico ecc., è appena uscito per le edizioni Nottetempo il romanzo "Il trasloco".

Forse esiste in questo paese una zona geografica che si chiama Padania. Sicuro esiste una malattia, che io chiamo padanìa, e consiste principalmente in un livore accanito e si direbbe congenito contro Roma, anzi in special modo contro i romani, il loro modo di essere e di parlare.
Così, all’inizio del Millennio che, si immagina, vedrà le lingue nazionali trasformarsi in dialetti di una non meglio identificata lingua globale (inglese, spagnolo, cinese? Un misto delle tre?), può apparire ridicolo occuparsi della lingua dei romani, proprio come può sembrare di scarsa rilevanza affidarsi ancora ai dialetti regionali per recuperare ricchezza di toni e fisicità alla letteratura. E ancora rischia di sembrare solo una operazione un po’ snob, in tempi di ‘coatti’ o ‘cafoni’ o ‘padani’, quella di cercare di far luce su un equivoco in fatto di dialetto romano. Al contrario a me pare utile e anzi necessario sostenere come il romanesco non sia e non sia mai stato un dialetto, ma poco più di un gergo della parte plebea, infima, quando non criminale della città, e tale rimanga oggi. E che l’equivoco nasce prima di tutto dal cinema, quel cinema della Cinecittà dei bei tempi che rappresentò oltretutto per tale plebe un’insperata fonte di sostentamento.
E pure ribadire che Belli s’è inventato tutto, quindi è ancora più grande.
Già il nome dovrebbe metterci sull’avviso: romanesco, o anche, come diciamo noi romanaccio. Non succede per nessun altro dialetto, non diciamo siculotto o napoletanesco, ma siculo o siciliano e napoletano, mentre per il vernacolo romano si parla di romanaccio, bonariamente spregiativo, o di romanesco, col suffisso derivativo in -esco, a rimarcarne l’origine più che popolare, il basso e infimo livello, come manesco, o forse meglio come furbesco. Già nell’introduzione a un poema del Seicento si parla di “parlata o lingua furbesca, lingua zerga: voci affatto oscure, le quali vengono praticate da quegli che parlan furbesco per intendersi fra di loro e non esser capiti”.
Infatti le testimonianze storiche sul romanesco sono scarse e poco significative. Se si eccettua però quella rilevante del De vulgari eloquentia: “Se il volgare italiano risuona in tante varietà, andiamo a cercare la lingua più bella e illustre d’Italia, e, per fare alla nostra caccia una buona strada, cominciamo a estirpare dal bosco i cespugli intricati e i rovi. Allora, dato che i Romani presumono di valere più degli altri, non sarà male in questa pulizia o sradicamento cominciare da loro, affermando che non sono da considerare in nessuna teoria dell’eloquenza volgare. Dico infatti che quello dei Romani non è un volgare ma un turpiloquio, certo la lingua più brutta fra tutte quelle d’Italia; né c’è da meravigliarsene, visto che sembrano essere i peggiori di tutti per costumi e usanze”.

Non credo che le parole di Dante si possano ascrivere al livore di cui sopra (che pure è antico e duraturo, basterebbe censire quanti bar o locali a nord di Roma fanno riferimento ad Annibale), e nemmeno si può dire che non colgano nel segno, per chi non c’è abituato il romanesco è davvero un tristiloquium. Eppure si tratta del covo privilegiato del latino popolare, situato a un di presso della fonte stessa delle lingue neolatine, il volgare latino definito da Leopardi ‘conservatore ostinato delle antiche proprietà della favella’, come dimostra tuttora la stessa desinenza in –accio e molte altre costruzioni, oltretutto mantenutosi a lungo e quasi uguale nel giudaico del ghetto a causa dell’isolamento coatto. Forse si potrebbe obiettare al Poeta Nazionale, ma con poca volontà di successo, con quel verso belliano che fa:
Scastagnamo ar parlà, ma aramo dritto (che altro non è poi che un travasamento del motto di Marziale: Lasciva est nobis pagina, vita proba).

Se come sappiamo nel resto d’Italia, almeno fino all’Unità, esisteva da una parte l’italiano letterario e dall’altra la lingua d’uso quotidiano e universale che era il dialetto locale (cioè si scriveva, per chi scriveva, in italiano e si parlava in dialetto), a Roma, dopo la ricchezza del volgare romano rinascimentale (una lingua, quella della mirabile Cronica di Anonimo o Vita di Cola che all’epoca aveva influenze italiche centro-meridionali e rischiò ed aveva tutte le caratteristiche per diventare lingua nazionale, al posto del toscano), il dialetto a Roma, per una serie di concause (come l’avvicendarsi dei papa Medici, l’impoverimento demografico, le invasioni con conseguente dispersione delle popolazioni alle campagne, etc.), è via via scomparso nell’uso della maggioranza dei romani, facendo posto a un toscaneggiamento inarrestabile.

Già nel ‘500 era un residuo appannaggio solo degli strati inferiori e delle generazioni più vecchie (come notiamo nel personaggio della serva Perna in Stravaganze d’amore di Cristoforo Castelletti), e da allora si è ridotto sempre più a linguaggio di una parte marginale della popolazione romana.

Nel ‘600, quando il dialetto in vari luoghi d’Italia entra frequentemente in letteratura, a Roma il poema eroicomico di Berneri, considerato il maggior poeta romanesco prima del

Giuseppe Berneri
Meo Patacca illustrato da Bartolomeo Pinelli

Belli (autore del Meo Patacca) o quello di Peresio (Jacaccio, ovvero il Palio Conquistato) sono scritti con una pallida imitazione a modo del volgo, con vocaboli coniati di sana pianta, in quanto gli autori non potevano far altro che inventare o aggiungere qualche inflessione gergale al linguaggio della stragrande maggioranza dei romani, che era il toscano o l’italiano, con appena un po’ di ‘cadenza’ locale.
"El palio conquistato e le sgherrate
famose io canto, e li bizzarri affronti,
amori e sdegni e risse ingarbugliate
che fece un sbravo de rion dei Monti
" (Jacaccio).

Il giorno in cui Giuseppe Gioacchino Belli, altrimenti detto 996 o Peppe er Tosto, scrive il suo primo sonetto non in lingua, e siamo intorno al 1830, Roma aveva una popolazione di circa 160.000 persone, di cui 20.000 più che poveri disgraziati che sopravvivevano in comunità di rione quasi tribali. Dobbiamo immaginarcela come una città buia, l’amministrazione papalina appena tornata al potere dopo la parentesi napoleonica aveva per prima cosa eliminato l’illuminazione a gas e chiuso le osterie. Le leggi sull’ordine pubblico erano rese più o meno severe a seconda che le poche fabbriche avessero bisogno di manodopera gratuita. I pochi che avevano un lavoro venivano pagati con una paga settimanale che bastava al massimo un paio di giorni. È chiaro che in quelle condizioni il furto, la prostituzione e il malaffare fossero generi parecchio praticati. Un deserto della Restaurazione insomma (testimoniata dal Leopardi nel suo viaggio tanto sospirato e così deludente, infatti chiama “bestie” perfino i letterati che frequentava Belli), ed è solo fra questi derelitti, mantenuti nell’ignoranza e nell’estrema indigenza da un regime papale feroce e idiota che alligna il romanesco.
“Favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e eppure romana, ma romanesca”, come afferma lo stesso Belli, ma anche solerte e viva, come è necessario anche di più per un gergo, e lo dimostra ad esempio la perdita della doppia r, divenuta poi così caratteristica, per furba e divertita imitazione dopo l’avvento dei francesi (prima di allora si diceva terra, non tera).

Dicevamo di Belli come responsabile del fraintendimento che ha fatto del romanesco il dialetto romano. In realtà il più grande, il più inventivo, il più pusillanime e misogino tra i rarissimi scrittori romani di Roma non c’entra nulla. C’entra semmai quella lettura di Belli per la quale è stato lui a portare a nobiltà, a dare coerenza a un linguaggio gergale facendolo diventare il dialetto di Roma. Nessuno a Roma, né prima né dopo, ha mai parlato la lingua del Belli, e la sua è stata un’opera allo stesso tempo più grande, letterariamente, ma molto meno verista di quello che si può credere. E, nonostante gli intenti dichiarati, a ben vedere è lo stesso Belli che ce lo suggerisce, quando dice di questi sottoproletari che “non parlano a lungo in discorso regolare ed espositivo”, “limitate ne sono le forme del dire e scarsi i vocaboli”, o quando afferma che il romanesco è “una lingua a cui meritoriamente manca in Italia un posto”, o anche che è “del tutto mancante il romanesco delle qualità e di dialetto e di vernacolo”.
Invece poi lui ci ha scritto sopra 2279 sonetti, arrivando a toccare, in certi periodi, la media di 12 al giorno.

Si può quindi dire che Belli ha tratto e inventato una lingua a partire da scarsi suoni, umori, parole tronche, relitti della potenza scultoria della lingua antica, gesti vocali scomposti. I continui ripensamenti ortografici avvertono non soltanto della difficoltà di trasferire, per la prima volta, una parlata in una lingua scritta, ma pure e soprattutto la formazione di una lingua quasi ex-novo. Dal ceppo di un vernacolo plebeo e pagano Belli costruisce il monumento (è questo il suo monumento alla plebe) di una lingua sontuosa e dispendiosa, spesso anche angusta e faticosa, mentre il romanesco era e resta una lingua indolente, accennata, catarrosa, e l’inflessione romanesca, che sopravvive nel romano, è ergonomica, pigra o stoica a seconda dei punti di vista, tutta giocata al risparmio, particolare da questo punto di vista anche ammettendo la generale laconicità dei dialetti. Si ha l’impressione che il romanesco tenda a parlare servendosi esclusivamente della laringe, come uno che fosse troppo stanco (o avveduto magari) per mettere un po’ di fiato nelle parole.
È un’opinione che ci rafforza lo stesso Belli quando afferma che “l’ortoepia dei Romaneschi non cede in vizio alla grammatica: il suono della voce è cupo e gutturale, la cantilena molto sensibile e varia. Tradotta la prima nella ortografia dei miei versi, mostrerà sommo abuso di lettere”.
Una lingua certo più adatta alla poesia che alla prosa: ricca com’è di tralsati, metafore, modi di dire figurati. Tagliente, scaltra, vivificata dallo spirito di contraddizione ha la sua ragion d’essere nella complicità, la sua apoteosi nella pointe epigrammatica, si esaurisce nel motto o al massimo cerca riscatto nella cantilena e nella poesia, difatti colpisce l’atavica carenza di prosatori nativi. Uno di questi, Antonio Baldini, parlando del personaggio di Rugantino dice: “A parole, Rugantino er duro è terribile di tutta la terribilità d’una lingua di malagrinta come la romanesca fatta apposta per la ruganza sfregiosa dei fumantini ammazzaquattordici”.
Ahò, risponderebbe un romanesco al suddetto sciupìo (o scialo) vocale.

Il romanesco (lingua) è l’espressione di uomini abbacinati, sazi, quasi immobili. Il romanesco (uomo) è chiassoso, turbolento, rissoso, manesco, insofferente, strafottente, provocante, scroccone, conservatore e indolente, diffidente e alieno dalle novità, pronto, per esperienza plurisecolare a cogliere il lato ridicolo, specie dei pedanti.
Per tornare a Belli, si vede come nella tarda produzione la lingua che usa si addolcisce e si smorza, e dopo, dopo di lui, al di là del valore dei singoli autori il romanesco torna pian piano a essere romano (cioè “non un dialetto ma una diversa patina dell’italiano”, come notava Montale), e quando si affaccia lo fa in senso moderno, letterario (come in Gadda e Pasolini, per esempio).

Per questo si può anche dire che Belli, come una specie di Nerone, al posto dei suoi sonetti che avrebbe voluto bruciare, ha bruciato la propria lingua. Anche la storia letteraria di questo dialetto coincide con Belli, dopo si hanno soltanto delle produzioni spesso poco più che pittoresche.
Al nord, si sente che Porta ad esempio è figlio di una tradizione di Bosini busecconi colti, invece prima di Belli non c’è nulla e quasi niente dopo, quando quella lingua inventata si ammorbisce, diviene preda di un blando virus linguistico e, diremmo, scompare. Non c’è dialetto (presunto) in Italia che è stato più labile, con testimonianze scarse e poco significative. Il primo vocabolario, quello del Chiappini, è del 1933.
Belli era un pusillanime, un pessimista, un moralista accanito che condannò la sua opera alle fiamme per ragioni morali. Egli non ha valori, condizione da sempre assai favorevole alla scrittura, e allora la lingua diventa per lui l’unico valore. Per lui si può ben parlare di poesia narrativa, di un Dante o un Joyce che rimane all’inferno e in fondo ci si diverte, tanto non c’è redenzione.

E infatti vediamo che subito dopo, per Cesare Pascarella che gli succede e che ne è l’epigono nella narratività, la parlata romana torna pian piano a essere per molti versi l’italiano pronunciato differentemente, sebbene, per lo stesso Pascarella, una lingua più concreta dell’italiana perché “non è stata per secoli da sublimi menti adoperata a speculazioni metafisiche e ogni

Cesare Pascarella

parola dà immediatamente l’idea della cosa da essa figurata, senza che altre rappresentazioni vengano a indebolirne la sicurezza”.

Quindi il romanesco letterario si mischia alla lingua, in un processo osmotico sempre più esasperatamente perfetto, dove il dialetto perde la grevità della sua origine popolaresca e l’italiano si dialettizza unicamente nel troncamento e nel suono, nella tipica calata.
Comunque il romanesco sopravvive: scambiato per il dialetto di Roma è invece un gergo, un gerico avrebbe detto Belli, una specie di argot della marginalità e della povertà. Se come dicono la lingua è un dialetto con un esercito, allora forse il dialetto potrebbe essere un gergo che ha una polizia. E non è solo una battuta: se ci si vuole tenere aggiornati sui mutamenti lessicali del romanesco, piuttosto che gli improbabili e passatisti vocabolari in circolazione gioverà consultare le ricerche lessicali che periodicamente la Direzione Generale della Pubblica Sicurezza compila e pubblica sul linguaggio della cosiddetta piccola criminalità o, come si diceva una volta, malavita.