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03 - Traduzioni - Letterature

LA BOCCA (A Boca) di David Mourão Ferreira

venerdì 20 giugno 2003, di Alberto Sismondini

David Mourão Ferreira (1927 -1996) è una figura fondamentale della cultura portoghese del Novecento.
Saggista, poeta e narratore, ha cercato in Secreta Viagem di creare una continuità tra la tradizione classicista di Camoes e la modernità (Rilke, Proust, Apollinaire, Thomas Mann); specie sotto Salazar, ha cercato di essere il più possibile aperto alla cultura internazionale (fondò con questo scopo la rivista Távola Redonda). La notte della Rivoluzione dei Garofani (25 aprile 1974) si trovava ad Arezzo per un congresso su Petrarca e in alcuni suoi appunti parla di questo "segreto palpitar" di libertà.

Negli anni immediatamente successivi alla caduta di Salazar, fu Segretario di stato alla cultura, professore universitario, direttore di giornali e collaboratore della Fundação Gulbenkian (la più importante istituzione culturale del paese).

Tra le opere più apprezzate: Gaivotas em Terra (novelle), As Quatro Estações, Os amantes e outros contos (racconti), Um Amor Feliz. Tra la critica letteraria di sua produzione Hospital das Letras, Lâmpadas no escuro.

Questo racconto, tradotto in italiano per la prima volta, è tratto dalla raccolta Os amantes e outros contos, Lisbona, Bertrand, 1974 (2 ed.), pp. 93-105.
(as & lf)

Traduzione di Alberto Sismondini

Si videro per la prima volta all’uscita della Cinemateca. Era senza dubbio alla fine del pomeriggio; era forse verso la metà di ottobre. Parlarono del film che si aspettavano di vedere il giorno dopo e successivamente cenarono in un piccolo ristorante vicino alla Grand’Place: tacitamente entrambi scelsero, come dessert, un’estasi comune davanti alle opulente facciate coperte d’oro. Subito dopo si persero, intontiti di nardo e di gelsomino, attraverso i labirintici vicoli del Barrio de Santa Cruz. Solo tornarono a orientarsi quando, da un canto scorsero l’inconfondibile torre di Palazzo Vecchio. Allora s’incamminarono verso il centro: una folla densa e rumorosa ingombrava, a quell’ora, i marciapiedi di Kurfüsterdamm, le terrazze di Via Veneto, le vicinanze di Place Pigalle. E subito la sera lui l’accompagnò a casa - che era una specie di mansarda molto raffinata e quasi lussuosa, a due passi da Piazza di Spagna, a due passi da Saint -Sulpice. E già quella notte la passarono assieme.

Mentre si alzava, il mattino seguente, verso mezzogiorno, cominciò ad inciampare sul sifone del seltz e sulla bottiglia di whisky; in seguito, su uno degli altoparlanti del giradischi; più tardi su un mucchio di libri e di riviste. Anche nel bagno c’erano libri, mezza dozzina, per lo meno, impilati sopra uno sgabello: un volume di Freud, un altro di Teilhard, il diario di Pavese, l’Histoire d’O, una biografia di Lenin, uno studio sul barocco. Vicino alla vasca, dentro un portariviste, si facevano compagnia gli ultimi numeri di Epoca, di Time, di Stern, di Indice, di Jours de France.
Quando ritornò da Rossana, la ritrovò già sveglia seduta sul letto, a bere un succo d’arancia e a sfogliare la più recente commedia di Peter Weiss. Dagli altoparlanti del giradischi si dipanava l’Adagio di uno dei concerti di Albinoni per archi e oboe. Rossana aveva rimesso gli occhiali - quegli enormi occhiali che le davano un’aria da segretaria di una grande impresa - che la rendevano particolarmente eccitante agli occhi di lui. Ma lei sembrò indovinare i suoi segreti desideri e si affrettò a passargli un altro bicchiere di succo d’arancia, che riposava su un vassoio. Il vassoio, a sua volta, sparì tra un altro mucchio di libri che copriva il tappeto.

Le due finestre della stanza, ognuna all’estremità, erano già semiaperte: da una si vedeva molto lontano, la cima di un monte, coronata di neve, e l’altra si gettava, in pieno, sulle rovine di un tempio.

Rossana continuava a leggere. Aveva sostituito in quel mentre la commedia di Peter Weiss con l’ultimo numero dei Cahiers du Cinéma. Al concerto di Albinoni si era succeduto, sul giradischi, un preludio di Bach, eseguito in stile jazz. La massa ondulata dei capelli di Rossana - come un piumaggio nero durante la notte - si faceva bionda ora, sempre di più, sul lino dei cuscini che le mantenevano il tronco eretto.
Le labbra, molto fini, accompagnavano anche loro la lettura, sottolineando, a distanza, con un rosso fattosi pallido, appena i passi che era importante ricordare. Ma era soprattutto il collo, incredibilmente vulnerabile nella sua incredibile fragilità, quello che in quel momento più lo turbava.

- Aqui, ao meu lado… Et sois gentil! Ho bisogno di lavorare…

Senza rudezza, ma con determinazione, lei si era limitata ad indicargli l’altra metà del letto. Poi giunse proprio al punto di dargli spazio tra le lenzuola ancora tiepide, lasciando ben chiara, in quel momento, l’idea di una frontiera invisibile. Infine gli concesse il cuscino. Ma lì acconsenti che lui rimanesse, attraverso la seta della camicia da notte, con le labbra accostate al tiepido volume della sua anca sinistra.

E da subito Rainer si senti stranamente riconciliato. Arrivò a pensare che l’anima di Rossana fosse caduta da quel fianco, mentre lo spirito si librava molto più in alto. Fosse come fosse, non erano più quello che erano stati durante la notte, stesi sulla schiena, a lato, con le teste allo stesso livello; già non erano due cinema contigui, ma ermetici e insonorizzati, nei cui schermi avessero iniziato a scorrere film differenti: erano prima due chiese, uguali come gocce d’acqua, con servizi religiosi meravigliosamente identici e sincroni all’interno di ognuna.

"Amore, mio amore…", cominciò egli a sussurrare, come se avesse scoperto un orecchio nell’anca di Rossana; e continuando, sempre segretamente: Voy por tu cuerpo como por el mundo, / tu ventre es una plaza soleada, / tus pechos dos Iglesias donde oficia / la sangre de tus misterios paralelos… Ma non poté continuare: alla fine, non doveva essere l’anima di Rossana quella che era caduta da quel fianco. E da subito sentì tra la seta, altre labbra schiacciare le sue labbra, la sua bocca vertiginosamente invasa da un’altra bocca, da altre labbra, da altra lingua. Un bacio? Era un bacio? Sembrava più un bavaglio; e collocato con violenza così abile che Rainer ebbe l’impressione di perdere i sensi.

Quando ritenne di essere tornato in sé, la terra aveva già ruotato per un po’. Solo la casa di Rossana conservava una sua testarda fissità. Ma da una finestra si distingueva ora l’assolato versante di una duna, dall’altra la facciata di un palazzo rinascimentale. E Rossana si era spogliata della camicia da notte: solo le luceva, sulle spalle, il fascio, come una sciarpa, violetto di luce pomeridiana. Aveva abbandonato anche il libro; continuava tuttavia nella stessa posizione, molto eretta, seduta in cima al letto, in una contratta imitazione della pietra : era forse un esercizio di yoga quello che in quel momento la rendeva assorta.

La bocca stava là, nell’anca sinistra, grande, gonfia, dalle labbra carnose, con due piccolissime saette di trionfo e di scherno nelle commessure degli angoli lievemente alzati. Non si trattava forse di una bocca d’intelligenza superiore; ma si vedeva bene che non gli mancava il senso pratico né un’istintiva sapienza: e in tutto si mostrava sana e complicata, sebbene fosse, com’era conveniente pensarla, una sorta di quisquilia misteriosa. Sarebbe stata sicuramente capace di ridere, di sorridere, di parlare, di cantare di gridare, di gemere, di mordere, di inghiottire, di sputare…E di baciare, come aveva già dimostrato. In ogni modo tutto questo era ovvio, visto che non era altro che una bocca. La cosa più straordinaria era, nel frattempo, che ancora riunisse succursali invisibili dei sensi restanti: senza dubbio vedeva, ascoltava, annusava… E, soprattutto, non c’era dubbio che si divertisse intensamente per la circostanza di essersi installata nel corpo di Rossana, per vivere lì, nascosta a tutti, senza che nemmeno Rossana si accorgesse di lei. Aveva d’altronde, l’aria di chi rapidamente aveva appreso le più diaboliche arti del camuffarsi. E lì c’era un’altra cosa che la rendeva simpatica: quella candida espressione d’esperienza precoce. Ah! Si… Doveva essere molto più giovane di Rossana.

Già cadeva la notte: o già si trovavano, probabilmente al crepuscolo del giorno seguente. Così intimi! Così intimi che alla fine che nel frattempo erano divenuti… Alla fine la bocca non rideva, non gemeva, non cantava,; si limitava a emettere luminosi segnali di tutto quello, senza aver bisogno di ricorrere a nulla di questo. E solamente rientrava nell’anca di Rossana quando Rainer si dimenticava di baciarla. Era allora che vagamente lui si ricordava di un’isola dove aveva passato consecutivamente le ferie , di un’isola che ti tanto in tanto spariva, che di tanto in tanto ritornava alla superficie.

Tra giugno e settembre la pensione si riempiva di turisti estivi. Ma a ottobre, alla fine di ottobre al più tardi, tutto riscompariva nell’acqua. Agnès, la proprietaria della locanda, non aveva più di trent’anni; e viveva circondata da fatture, da ricevute, da raccoglitori, da fogli di cartone pressato che ostacolavano il suo passaggio, di minuscole carte che la riempivano di tedio, che la riempivano di sonno.
L’ufficio si trovava in una specie di soffitta: ed era lassù su una vecchia ottomana rivestita di cuoio, che Agnès e Rainer generalmente si amavano; lui si sentiva odiato dagli altri ospiti, perseguito dal sarcasmo delle cameriere, assurdo e intruso in mezzo a tante carte. E un pomeriggio, dopo l’amore, erano stati sorpresi dalla sorella di Agnès.

Piena notte. Da tutti i cabaret di Zeedijk uscivano marinai barcollanti che puzzavano di gin; e per tutte le scalette del quartiere della Plaka ruzzolavano aliti forti di ouzo e masticha. Ad ogni angolo di Schwabing bisognava prestare la massima attenzione per non mettere i piedi in pozzanghere di birra: non dovevano essere lontani dall’Oktoberfest. Ma Rossana aveva deciso di divertirsi, gli aveva proposto di andare in una boîte.

Ne visitarono qualcuna fino alle sette del mattino: il Billbouquet, il Lorry, La Buena Sombra, lo Smog, il Pipistrello… Mentre ballavano, Rainer cercava subito di portare la sua mano ai fianchi, di palparle l’anca sotto la gonna, di sentire immediatamente tra le dita l’umidità divoratrice di quelle labbra clandestine: la bocca gli mordicchiava il pollice , gli leccava il palmo, per poi triturargli le dita, uno a uno, dalla radice fino alla punta delle unghie e , in seguito, tutti assieme, a mo’ di fodero.

Intanto Rossana gli parlava di un articolo che aveva letto quel pomeriggio, sull’illusione e della citazione come elemento strutturale nel cinema d’avanguardia. Era bello ascoltarla; ma era ancora meglio, mentre l’ascoltava con quella bocca segreta che alloggiava tra i suoi fianchi.
La sorella di Agnès si chiamava Eurydice. Era molto più giovane; e era muta: aveva perso la parola, da bambina, durante la guerra, quando una granata era esplosa sull’edificio dove allora abitavano. Lì alla pensione occupava un cubicolo, a piano terra, nella parte più umida del piano terra, pareti condivise con la cisterna. Raramente appariva nei locali frequentati dagli ospiti; ma era solita spiarli, dalla finestrina del suo cubicolo, dietro i vetri, quando questi attraversavano il giardino andando verso la spiaggia. Altre volte, in fondo a un corridoio, in cima ad una scala, spuntava inaspettatamente il suo volto. C’erano momenti in cui sembrava sorgere dal pavimento. Accadde così, in quel pomeriggio, quando apparve all’ingresso della soffitta.

- Let’s go home- disse Rossana. - Sono tanto stanca… Sais-tu qu’il me faut? Dormir o dia inteiro.

Arrivammo a casa tua; e tu sei veramente così stanca che senza una parola subito ti spogli, che senza una parola subito entri nel letto. Dormi? Non dormi? Che cosa importa, se la bocca della tua anca non dorme! Lei ed io rimaniamo attenti ai multipli rumori della città che si sveglia, ai minimi rumori della campagna che circonda la città. - aranceti a perdita d’occhio, aranci, aranci carichi di pomi dorati - al concerto universale che tra gli alberi in questo momento inizia.

Tôdas las aves do mundo d’amor cantavan… E la bocca della tua anca già non si accontenta della mia bocca, già le mie mani non la soddisfano, già tutto è poco se non fosse il tutto, già il tutto è nulla de non fosse molto di più. À travers ces lèvres nouvelles, / Plus éclatantes et plus belles…

Agnès si era addormentata in un angolo dell’ottomana aveva appena una blusa di seta sulle spalle e si era tirata sugli occhi una cartellina, a mo’ di paralume, per proteggersi dalla luce che veniva dal soffitto, attraverso i vetri color arancio di un rotondo lucernaio. Rainer continuava ad essere completamente nudo: si era disteso, all’altra estremità della soffitta, su una stuoia di rafia - ma era sveglio.

Il coperchio della botola né arrivò a cigolare; e sorse Eurydice, tutta silenzio, come di chi è dentro una campana di vetro di silenzio. Rainer al vederla, abbozzò ancora un gesto di ridicolo pudore; subito dopo si ricompose, mantenendosi in attesa allo stesso posto, nella stessa posizione, mentre Eurydice, lentamente, si disfaceva dell’accappatoio in cui era avvolta. E lentamente si accorcia la distanza tra i due, lentamente avanza la campana di vetro del silenzio. E Eurydice in ginocchio, Eurydice, bocconi, Eurydice a baciargli i piedi, a baciargli le ginocchia, a camminare e a scoprirlo come un sole implacabile.

Tôdas las aves do mundo d’amor cantavan… Il sole esplode: è un’arancia. Apriti Sesamo! Apriti mondo! Si linguam clauso tenet in ore, / Fructus proicies amoris omnes! Mi muore un grido in gola… Che vale liberarlo? Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel / Ordnungen? Che importa? Ora, si forse si: L’amor che move il sole e l’altre stelle… Non smettere, non smettere! Oh, amore mio… Oh my America, my new found lande. / My kingdome…/ My myne of precious stones, my Empiree. / How blest am I in this discovering thee.
E venne poi l’Estate, con terrazze di luce, con terrazze di luce aperte sul mare.

Tratto da : Os amantes e outros contos, Lisbona, Bertrand, 1974 (2ª ed.), pp. 93-105

Inserti poetici:

Octavio Paz, Piedra de Cristal

Nuno, Fernández de Torneol, Canzone nº 292 del Canzoniere della Biblioteca Vaticana (Levad’, Amigo, Que Dormides...)

Charles Baudelaire, Les fleurs du mal, A celle qui est trop gaie

Catullo (55, vv.18-19)

Rilke, Prima Elegia duinese

Dante, Divina Commedia, Paradiso

John Donne, To his mistris going to bed

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