Sguardomobile

Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

Home > 04 - Recensioni (in ritardo, in anticipo, in perfetto orario) > Approfondimenti > Benedetto Benedetti, impubblicabile, profondissimo, illuminante

04 - Recensioni - Approfondimenti

Benedetto Benedetti, impubblicabile, profondissimo, illuminante

Benedetto Benedetti, "La signorina Notte" (Guaraldi, Rimini, 2007), postfazione di Giampaolo Proni

lunedì 27 ottobre 2008, di Luigi Weber

Benedetto Benedetti è, come si usa dire spesso ma spesso a sproposito, una forza della natura. Qui lo dico con cognizione di causa. Io lo conosco da poco meno di dieci anni, ossia da quando, giovane redattore delle pagine culturali di un quotidiano della provincia di Rimini, ebbi la fortuna di leggere e recensire due suoi racconti, L’invornita e La buona sposa, (poi confluiti in questo bellissimo La signorina notte, uscito a dicembre 2007 per i tipi di Guaraldi grazie alla sottoscrizione di venticinque esponenti della cultura romagnola, tra cui Sergio Zavoli, Paolo Fabbri, Piero Meldini, Giampaolo Proni, e molti altri), e di conquistare per il nostro foglio alcuni straordinari pezzi-ritratto di Pasolini e di Fellini, cose degne di ben più alta sede, che lui distribuiva con somma noncuranza, come un vero aristocratico dello spirito che proprio non riesce ad avere pensiero per l’accumulazione, il risparmio, e persino per l’oculatezza.

Di quello pasoliniano, lunghissimo, impubblicabile, profondissimo, illuminante, ne feci, ricordo, un mini-inserto di due pagine affiancate, una di quelle operazioni del tutto anti-giornalistiche nelle quali riuscivo solo io ancora a credere, illuso com’ero che dei quotidiani contasse il contenuto, e se il mio direttore la lasciò passare, tale uscita, fu perché tutti, al contrario, giudicavano le pagine culturali ininfluenti e inoffensive. Eppure, nei tre anni e più che trascorsi a lavorare in quella testata, e dove combinai alcune cose non disprezzabili, non pubblicai mai nulla di meglio. Con il senno di poi, mi rendo conto che lo scialo di quella gemma fu in pieno stile benedettesco. Anch’io non cercai di tesaurizzarla, magari facendola uscire a puntate, né di ridurla a misura, tagliandola sul letto di Procuste della nostra povera griglia, entro il miserabile aut-aut delle tremila-cinquemila battute. Uscì, semplicemente, un giorno qualsiasi, manoscritto nella bottiglia, incontro al suo destino. Quanto a me, avevo capito più Pasolini così, che in anni di corsi universitari.

Il libro di Benedetto, a lungo atteso, a me pare un libro formidabile. Disceso come Guerra nella Rimini di Amarcord dagli aspri rilievi del Montefeltro, cresciuto in «un paese di lanterne magiche», Perticara, all’ombra della misteriosa, arcana miniera di zolfo, dopo una vita dedicata al giornalismo, alla critica musicale, alla sceneggiatura, al cinema, eccolo finalmente al romanzo. Può sembrare di primo acchito una lettura molto difficile, quasi rondista in certi capitoli, eppure scoppietta come un pugno di castagne sul fuoco, è fitto di accensioni ed esplosioni irresistibili. Raramente il pasticcio tutto rurale di folklore e religione, la memorialistica e l’erudizione, l’aneddoto familiare, il temps retrouvé, la curiosità del poligrafo viaggiatore, registratore di fatti e detti memorabili, l’inclinazione alla visionarietà dell’auscultatore di luoghi in prospettiva, la provincia e la città, si sono fusi in un magma così felicemente complesso. Nel Savinio di Ascolto il tuo cuore, città accadeva qualcosa di simile. E non ho mai letto nessun altro capace di rappresentare l’estrazione dello zolfo come un incontro-scontro tra la forma mentis della Vecchia Europa e del Nuovo Mondo americano (come accade qui alle pagine 38-44). Nabokov, sì, Nabokov c’era riuscito, ma lui aveva messo in scena una bambina capricciosa e lubrica e un professore emigrato ossessionato dalla perduta gioventù. La metafora, permettetemi, era assai più facile.

Dirò una cosa forte, ma in cui credo: Benedetto mi sembra il primo, dopo la (troppo) lunga stagione dei nipotini di Gadda, che non fa del gaddismo volontario-velleitario. È il contrario del giovane Carlo Dossi, che già a diciott’anni scriveva libri letteratissimi e pareva aver già visto/vissuto/letto tutto. Lui non è proprio un enfant-prodige, con tutto il retrogusto di finzione, di esibizione e di coercizione familiare (Dossi escluso, s’intende) che ciò comporta, anzi: il suo mondo di parole/storie/sensi è così ricco perché dentro 84 anni vissuti con quella curiosità, quella voracità, quella incredibile facoltà mnemonica (fino a poco tempo fa Benedetto sapeva a memoria, oserei dire, tutta la letteratura italiana novecentesca, i cui protagonisti, specie romani, ha conosciuto e frequentato a lungo, e non poca dei secoli precedenti: nessuna occasione era inadatta al recupero di un’ottava ariostesca, di un passo del Belli o di Basile, di una frase di Bassani o di Moravia), ci sta un universo intero.

Di esordi tardivi la nostra maggior prosa romanzesca non è certo avara - penso a Tomasi di Lampedusa, a Meneghello, a Manganelli, a Satta - ma questo è davvero, anche dal punto di vista anagrafico, eccezionale.

E quando penso a ciò, sconsolato forse un po’, mi consolo con il sottotitolo del blog di un amico lettore e critico, Luca Tassinari (letteraturalenta), un motto che recita «non scrivere più nulla che non porti alla disperazione ogni genere di gente frettolosa». La gente frettolosa, in questo tempo frettoloso, ha avuto tutto, e ha portato tutto alla rovina. Non le spetta più alcun riguardo. Questo libro è per chi vuol riconquistare il gusto di una lingua che è colore, sapidità, ritmo, suono, e soprattutto vita. Non ci sono effetti speciali che reggano al confronto.


Qui la scheda del libro dell’editore Guaraldi.