Sguardomobile

Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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"Il demone distratto" di Marco Federici Solari, Le Lettere, Firenze 2008

L’alba che c’è ne "Il demone distratto"

Il saggio di MFS secondo un io

lunedì 29 settembre 2008, di Lorenzo Flabbi

Il primo volume della collana SguardoMobile è di Marco Federici Solari, zoccolo duro del sito come MFSC (il suo "ego scriptor" cartaceo economizza tre sillabe) e anima cruciale* del progetto editoriale per "Le lettere".
250 pagine che coniugano innocenza e condanna, e di cui qui si dà una possibile testimonianza di lettura.
Come si farà con gli altri libri della collana, presentiamo in rete copertina, quarta di copertina, introduzione, indice, estratti e tutto ciò che può contribuire a capire di cosa parla il saggio e - nel caso in cui avanzi un "bel mila lira in saccoccia desmentegà"** - indurre a comprarlo qui o in libreria, o altrove in rete, o a leggerlo di straforo la mattina in metropolitana.

Chi ha letto Kafka e ancora crede che la verità sia un monolite costruito nella pietra nera di una tradizione, una forma univoca che si dà al di fuori del discorso, è che non l’ha capito.
Io, ad esempio, Kafka non l’ho ancora capito, ma mi consola il fatto che il libro di MFS saprà accompagnarmi nella vecchiaia, e che alla verità non credo, perlomeno se declinata al singolare.
Non ho capito Kafka perché Kafka è un continente, e delle improvvide letture della mia prima giovinezza non mi resta che l’impressione di averne scalfito una costa, anche terribile. Meno male allora che la mia vecchiaia si accompagnerà con “Il demone distratto”, perché l’ampiezza di sguardo di MFS dà le vertigini, e la sua scrittura critica ne è una testimonianza: in un paesaggio di dottrina, magari anche accomodante e sicuramente mai repulsiva, trovi abissi che fanno male agli occhi. E poi scopri una plausibile salvezza, la salvezza, provvisoria e perfettibile, che viene dal saper leggere con precisione l’inconcludenza, mia, nostra, di quasi tutti noi. Noi inconcludenti e sottodimensionati, noi che “avevamo da essere” altro e altrimenti, noi che altrimenti ci siamo pensati. Abbiamo avuto appena il tempo di cominciare a cantare che ci siamo trovati addosso un’inanità bovina che senza rendercene conto assumeva la forma della nostra resistenza all’assurdo.
Poi di questa inazione abbiamo scoperto alcuni prìncipi, augustei nel passo eppure anche osceni nella voce, e tra questi il mago Kafka. MFS di tutto questo se n’è accorto quando, per dirne uno, io mi agitavo nei boschi sacri del modernismo e se pensavo a Kafka mi veniva in mente la necessità di una riforma del sistema giudiziario o le ripercussioni antiecologiche degli insetticidi. Poi li vedi scritti lì, la paralisi, l’ambizione che fallisce, il ridimensionamento del potere della parola, la cabala che muore, il personaggio che si annebbia e svanisce nei fumi dell’indicibile. Che scompare. Scoprire o – per i molti più avveduti di me – riscoprire la nobiltà di quel gesto di sparizione, è uno degli approdi più gioiosi del percorso di MFS.
Che i grandi fallimenti rappresentassero il versante sincero dei trionfi, magari lo sapevamo già.
Che cosa voglia dire “sincero” in questa frase, è una discussione aperta, seduti attorno a un tavolo con posacenere e lunghe ore davanti dilatate e, in mancanza di MFS, il suo libro è un interlocutore capace di spiegare con generosità, un interlocutore che continuerà a restare seduto a tavola nel tempo, finché si saprà resistere alla tentazione del monolite in pietra nera.


*"Anima cruciale"?
** Enzo Jannacci, ’L’era tardi’, "La Milano di Enzo Jannacci", 1964.