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02 - SMS: SguardoMobileSaggi

Lo spazio e il linguaggio

Note a margine su ebraismo e scrittura

sabato 27 settembre 2008, di Marilena Renda

Dissero: «La tua chitarra è blu,
tu non suoni le cose come sono».
Rispose: «Le cose come sono
sono diverse sulla chitarra blu»

Wallace Stevens

L’identità ebraica, come aveva intuito Giacomo Debenedetti, è una “bocca d’ombra” (1) , ripiegata e nascosta come la scrittura ebraica; ed è dall’interrogazione di questa forma cava che occorre cominciare per un’indagine della relazione tra ebraismo e scrittura.
L’essere ebraico ruota intorno allo spazio, ed entrambi si configurano come “liminari”, inafferrabili, contraddittori. Lo spazio è il vero testimone della complessità dell’esistenza ebraica; a partire da esso sarà forse possibile studiare il portato ebraico nell’opera degli scrittori di origine ebraica; un portato che, a ben vedere, non è che una forma vuota scavata nel dolore dell’esilio e della privazione dell’identità. Tuttavia, è quantomeno curioso che galuth, parola ebraica per esilio, racchiuda anche il significato di «rivelazione», in virtù di uno di quei rovesciamenti di cui la lingua e la cultura ebraiche sono oltremodo ricche. Di fatto, relativamente poco sappiamo e possiamo dire di questa cosa oscura e intima in cui consiste l’essere ebreo ma, per usare le parole di Derrida, possiamo avanzare l’ipotesi che «questa problematica debba essere ripensata a partire […] dall’abisso nel quale ci trascina» (2) . A partire dall’abisso. Quindi, ancora una volta, da uno spazio vuoto: quello scavato nell’ebreo occidentale dall’assenza di terra e dalla negazione della sua identità.
Nel corso del XX secolo, sono soprattutto Jean-Paul Sartre e Hannah Arendt, da prospettive diverse, a tentare di tracciare una direzione nuova dell’ebraicità che non sia declinata esclusivamente in negativo, ma più palesemente e più “in chiaro” di come sia stato fatto fino ai loro giorni. Le loro osservazioni, soprattutto quelle contenute in Riflessioni sulla questione ebraica e Il futuro alle spalle, aiutano a districarci meglio nella vischiosità dell’argomento e a individuare una direzione possibile dell’ebraicità come “identità aperta”, complessa, minoritaria, laterale e critica, che continui a fare problema e ad inquietare le coscienze (3) .
Secondo Levi della Torre, infatti, compito dell’ebreo è incunearsi nelle pieghe della realtà per leggere «la possibilità nascosta» che si apre nello spazio tra gli eventi. Come l’eroe biblico deve leggere la possibilità nascosta degli eventi, allo stesso modo all’esegeta biblico tocca interrogare gli spazi bianchi che si aprono tra le parole e trovare, proprio lì, a margine o tra le righe del testo, il senso non ancora rivelato del discorso. Forse era proprio questo il senso del celebre aforisma di Kafka: «Ci è imposto di compiere il negativo; il positivo è già dato». Non a caso, il modo in cui l’ebraismo legge/vive/scrive la Bibbia è

basato su una continua proliferazione di sensi, basata sull’esegesi e l’interpretazione continuamente dinamiche del testo, rigorosamente inalterabile in ogni suo minimo dettaglio e però, posto questo rigore, luogo di infinite letture compresenti e proliferanti nel tempo, a seconda delle necessità dei tempi, dei luoghi e delle persone, in una evoluzione dinamica e creativa costanti che, conservando lungo i secoli e i continenti l’importanza, centralità e inalterabilità come il significante stesso della realtà […] ne elabora liberamente e creativamente il significato, sì da renderne sempre attuale il messaggio (4) .

L’ebreo legge il Libro praticando un incessante slittamento dal «presente del testo all’assente, dal testo nel suo darsi come evento al suo avvenire». In linea con una lunga tradizione del negativo, ciò che per un lettore/scrittore ebreo (non a caso, forse, lettura e scrittura condividono in ebraico la stessa radice) più conta nel testo sono gli spazi vuoti piuttosto che gli spazi pieni, i bianchi piuttosto che i neri, la parola assente piuttosto che quella presente. Come l’identità ebraica si definisce in relazione alla sua assenza, possiamo ipotizzare che accada lo stesso per lo spazio e per il linguaggio; anzi, potremmo affermare che è tanto più un dato è presente quanto più è, o sembra, assente, latente o negato dalla pratica di scrittura, come accade nei casi, piuttosto eclatanti, di Svevo o Saba (5) .
L’ebraicità è un segreto che ripugna di essere manifestato e portato alla luce del sole; ci colpisce e ci intimidisce, costringendo alla cautela o a uno strano timore superstizioso, l’estrema prudenza e riserbo con cui intellettuali e scrittori ebrei si avvicinano sempre al cuore pulsante della loro personale questione ebraica. Come Derrida, che invitato a parlare della propria ebraicità, si risolve a «confidarvi quel che in me, da tanto tempo, si sente allo stesso tempo confidato e confinato al mutismo […] davanti al soggetto così formulato, davanti alla cosa “ebraica”»:

È un po’ come se un certo modo di tacere o stare zitti, come se un certo segreto avesse rappresentato una sorta di custodia, e ciò da sempre, in riferimento all’ebraismo, all’ebraicità, alla condizione o alla situazione di essere ebreo […], e tuttavia è come se tale riserva ostinata avesse rappresentato, dicevo, una sorta di custodia, di vigilanza, di salvaguardia: un silenzio che si protegge e che protegge, un segreto che forse protegge dall’ebraismo ma allo stesso tempo mantiene una certa ebraicità in sé – qui, dentro di me. (6)

È stato Harold Bloom ad enucleare una linea negativa della tradizione ebraica che attraversa le figure centrali di Freud, Kafka e Scholem. Leggendo l’operazione di questi scrittori di una nuova «Torah eretica» attraverso la lente del “meno” come condizione del “più”, Bloom si imbatte nelle peculiarità più originali non solo del pensiero e della scrittura di questi autori ma anche, più in generale, dell’intera tradizione ebraica, che egli legge all’inverso: quindi nella giusta direzione. Individuando nel procedimento della rimozione il nucleo centrale del pensiero freudiano, nell’elusione dell’interpretazione da parte del lettore il cuore pulsante di quell’«assalto alle frontiere» che è la scrittura kafkiana, e nel nascondimento della tradizione come unico modo di manifestarla e tenerla viva l’ossessione della ricerca cabalistica di Gerschom Scholem, Bloom infrange i limiti della critica letteraria escogitando un nuovo modo di leggere la tradizione: partire dalle pieghe e dalle forme cave di essa per re-inventarla. E, nel re-inventarla, delineare un modo di essere ebrei che, a partire dalla modernità e dai suoi intrecci con l’ebraismo, non può che essere ambiguo, parziale, minoritario (7) , anche e soprattutto nell’uso del linguaggio (8) .
Ci può essere utile per chiarire questo gioco di specchi tra nascosto e manifesto, una notazione del sociologo francese Alain Médam, il quale sottolinea come nella mistica ebraica « “monde” – qui en hébreu se dit olam – peut être vocalisé de telle manière qu’on puisse le lire elèm qui signifie “caché”» (9) . Dunque “mondo” e “nascosto” in ebraico condividono la stessa radice. Allora, dov’è realmente il mondo?:

Se tient-il où il est à l’endroit: où il est présent, substantiel, peuplé de vie, de chair, de réciprocité entre les êtres ? Où réside-t-il plutôt là où il est caché, renversé, là où la présence fait défaut, où la substance est louche, où la vie disparaît dans des camps ou des trous de mémoire, où les échanges de coups servent à communiquer, où les injures valent parole et les persécutions tiennent lieu de liens ? (10)

Médam arriva al nocciolo della questione che ci sta a cuore : se da sempre l’ebraicità non è definibile se non in negativo, se l’esperienza atroce, direttamente o indirettamente vissuta, dello sterminio di un intero popolo ha provocato un drastico rovesciamento dei nostri modi tradizionali di concepire cose come l’uomo, la civiltà, il linguaggio, allora in che direzione deve andare il nostro sguardo di lettori di testi, ebraici e non? Esso dovrà di necessità rivolgersi alle pieghe del discorso narrativo, nei luoghi dove il detto si ripiega o si nasconde nel non-detto, dove la parola si accartoccia nella sua stessa impossibilità, dove il manifesto custodisce una verità, un segreto troppo bruciante per essere esposto alla luce del sole (11) . La radice ebraica, allora, dovrà essere letta attraverso la filigrana del linguaggio, e quindi nella relazione composita che esso intrattiene con lo spazio.
Nei suoi Dieci aforismi astorici sulla Cabala, Scholem ammonisce che «i segreti sono più protetti dal discorso e dalla scrittura che dal silenzio» (12) . Ovvero, la parola e la scrittura nascondono più di quanto sappia farlo il silenzio. Di questo doveva essere ben consapevole Leo Strauss quando elaborò il concetto di “scrivere tra le righe” (13) per definire l’operazione letteraria degli scrittori a cui è necessaria una consegna di segretezza. Per usare le parole di Trigano:

Le discours juif ne peut être qu’une aventure dans la marge d’un texte déjà établi, presque un commentaire, un ensemble de bouts de textes épars qui se feraient vecteurs du transfert de la masse du texte à sa marge, à lui-même vu de dehors, de «derrière» son apparence (14) .

Gli spazi bianchi, i silenzi sono altrettanti rimandi ad un al di là del testo tanto inafferrabile (quasi illeggibile) quanto insostenibile per le sue implicazioni e diramazioni esistenziali:

Il silenzio – la morte – che sono il fondo inesplorabile – non possono essere espressi direttamente. Non saprebbero essere – oh paradosso – che tradotti, denunciati insidiosamente, di sbieco, attraverso il loro contrario. (15)

In due scrittori come Giorgio Bassani e Primo Levi, passati attraverso le prove dell’antifascismo, della Resistenza attiva e del carcere l’uno, dall’orrore di Auschwitz l’altro, il racconto dell’esperienza storica e personale e l’apprendistato ad un ebraismo dimenticato, benché si svolgano “in chiaro”, ad un livello generalmente esplicito e manifesto, che vuole tutto mostrare e niente nascondere, tuttavia occulta, come un segreto che è troppo rischioso portare alla luce, delle zone d’ombra e degli angoli di silenzio: zone a margine del discorso centrale in cui, a livelli e con modalità diverse, la parola arretra di fronte all’incandescenza del vissuto. Tra gli altri scrittori di origine ebraica, Bassani e Levi, nel tematizzare esplicitamente la persecuzione, lo sterminio, la riscoperta dell’identità ebraica, mostrano al tempo stesso come una parola giunta sull’orlo dell’abisso non possa che ritrarsi nel pudore o nel silenzio, scavando nell’esperienza, e di conseguenza nella scrittura, delle zone di silenzio in cui il dovere di testimonianza o l’esigenza di verosimiglianza, vengono sospesi per fare spazio al silenzio dell’indicibile. Mentre Levi è pienamente erede della tradizione culturale ebraica nello scegliere uno stile che, specialmente quando deve testimoniare la tragedia della Shoah, sceglie di sottrarre peso all’insostenibile, il modo bassaniano di affrontare i traumi personali e storici passa invece attraverso l’ambiguità, la sfumatura, l’elusione, il chiaroscuro, i puntini di sospensione: cioè attraverso una parola pudica che oscilla tra detto e non-detto, «quasi che, pur parlando, non parlasse e lasciasse invece parlare quello che non si può dire in quello che c’è da dire» (16) . Da prospettive diverse, di testimone indiretto e sopravvissuto quella di Bassani, di sopravvissuto e testimone diretto quella di Levi, essi affrontano la difficoltà di scrivere dopo il trauma delle leggi razziali e della guerra, e soprattutto dopo Auschwitz, facendo i conti in maniera individuale e con esiti diversi con una questione – lo scrivere dopo la Shoah – che in molti paesi, a partire dal celebre anatema di Adorno sull’impossibilità di fare poesia dopo Auschwitz, è stata ampiamente dibattuta, al contrario di quanto è accaduto in Italia, in cui solo in tempi recenti le questioni relative all’identità, alla pratica della memoria e alla letteratura post-Shoah hanno trovato spazio e ascolto.
È forse in questo luogo interstiziale tra nascosto e manifesto, che nasce quella che è stata definita da Blanchot una «parola neutra», una parola che «non copre né scopre» e «in cui le cose, pur senza mostrarsi, non si nascondono», in cui certe parole sono messe in risalto non già valorizzandole, bensì ponendole tra virgolette o tra parentesi, «con un singolare modo di nascondere che è tanto più efficace in quanto non si fa notare». La «parola neutra» porta quindi il segno di un nascondimento e di una sottrazione, in quanto privilegia la domanda rispetto alla risposta, lo spazio vuoto rispetto allo spazio pieno, il bianco delle «vertiginose interlinee» di Jabès rispetto al nero della scrittura. Perché il vissuto ebraico, con il suo fardello di ombre, di attese, di angosce, di mancanze, di silenzi, non può non insediarsi, malgrado l’ebreo stesso, nel cuore della sua scrittura, della sua musica, della sua arte.



Opere citate

Arendt Hannah, Il futuro alle spalle, Bologna: il Mulino (1981) 2006.
Blanchot Maurice, La scrittura del disastro, Milano; SE, 1990.
Id., L’infinito intrattenimento: scritti sull’“insensato gioco di scrivere”, Torino: Einaudi, 1977.
Bloom Harold, Kafka, Freud, Scholem, Milano: Spirali, 1989.
Brunazzi Marco, Fubini Anna Maria (a cura di), Ebraismo e cultura europea del ‘900, Firenze: Giuntina, 1990.
De Angelis Luca, Qualcosa di più intimo. Su Svevo e su altri scrittori ebrei italiani del Novecento, Firenze: La Giuntina, 2006.
Debenedetti Giacomo, 16 ottobre 1943, Torino: Einaudi.
Derrida Jacques, Abramo, l’altro, Macerata: Quodlibet, 2005.
Jabès Edmond, Il libro dei margini, Firenze: Sansoni, 1986.
Médam Edmond, Mondes juifs. L’envers et le droit, Paris :PUF, 1991.
Sartre, Jean-Paul, L’antisemitismo : riflessioni sulla questione ebraica, Milano: Mondadori, 1990.
Strauss Leo, Scrittura e persecuzione, Venezia: Marsilio, 1990.
Trigano Shmuel, Le récit de la disparue. Essai sur l’identité juive, Paris: Gallimard, 1977.



Note

[1] Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, Torino: Einaudi, 2001, p. 69.
[2] Jacques Derrida, Abramo, l’altro, Macerata: Quodlibet, 2005.
[3] «L’ebraismo, insomma, si presenta nella Storia come l’elaborazione di un punto di vista di minoranza; è un’elaborazione così straordinariamente prolungata nel tempo, e così riccamente declinata secondo le varie circostanze e le varie epoche, da costituire “una visione minoritaria del mondo”». Stefano Levi della Torre, Riflessi ebraici nella cultura europea, in Marco Brunazzi, Anna Maria Fubini (a cura di), Ebraismo e cultura europea del ‘900, Firenze: Giuntina, 1990, p. 31
[4] Anna Brawer, Introduzione a Marco Brunazzi, Anna Maria Fubini (a cura di), Ebraismo e cultura europea del ‘900, cit., p. 15.
[5] Si veda ad esempio il recente Luca De Angelis, Qualcosa di più intimo. Su Svevo e su altri scrittori ebrei italiani del Novecento, Firenze: La Giuntina, 2006.
[6] Jacques Derrida, Abramo, l’altro, cit., p. 40.
[7] Ivi, pp. 53.
[8] Paul Sherwin, Introduzione a Harold Bloom, Kafka, Freud, Scholem, Milano: Spirali, 1989, p. 13.
[9] Alain Médam, Mondes juifs. L’envers et le droit, Paris :PUF, 1991, p. 168.
[10] Ivi, p. 169.
[11] «E’ noto il legame profondo, e che non è soltanto etimologico, che si può mettere in luce tra la custodia e la verità. Come se, paradosso che non cesserò di sviluppare e che riassume tutto il tormento della mia vita, mi fosse sempre risultato necessario guardarmi dall’ebraismo per mantenere in me qualche cosa che soprannomino provvisoriamente l’ebraicità. La frase, l’ingiunzione contraddittoria che avrebbe così ordinato la mia vita, mi avrebbe detto, in francese: guardati dall’ebraismo – o anche dalla stessa ebraicità. Guardatene per custodirlo, guardatene sempre un po’, guardati dall’essere ebreo per conservarti ebreo o per conservare l’Ebreo in te. Custodisci l’ebreo che è in te, prenditene cura. Pensaci bene, sii vigilante, usa riguardo verso il tuo ebraismo, e non essere ebreo a qualunque prezzo». Jacques Derrida, Abramo, l’altro, cit., p. 41.
[12] Gerschom Scholem, Dieci aforismi astorici sulla Cabala, in Harold Bloom, Kafka, Freud,
Scholem, cit., p. 66.
[13] Leo Strauss, Scrittura e persecuzione, Venezia: Marsilio, 1990.
[14] Shmuel Trigano, Le récit de la disparue. Essai sur l’identité juive, Paris: Gallimard, 1977.
[15] Edmond Jabès, Il libro dei margini, Firenze: Sansoni, 1986, p. 193.
[16] Maurice Blanchot, L’infinito intrattenimento: scritti sull’“insensato gioco di scrivere”, Torino: Einaudi, 1977.