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Topos e grafia dell’indistinto. “Condomino” di Danilo Soscia

domenica 14 settembre 2008, di Giovanni Burali

Titolo: Condomino (con effetto straniante perché giocato sull’equivoco lessicale con condomìnio); sottotitolo: Storie per 36 interni; autore: Danilo Soscia; editore: Manni, Lecce, 2008; copertina: una fotografia in bianco e nero fortemente contrastata, la porzione di un palazzo spettrale, uno stabile danneggiato dalla guerra, una prigione, un ospedale bombardato, un manicomio dimesso, un lager; le ampie finestre sono riquadri neri, schermi bui su scrostate e ingrigite pareti crivellate.
Le 36 storie sono precedute da due brevi testi posti in esergo. Il primo è una citazione tratta dal libro della Genesi (6, 14-16); il secondo è un testo poetico composto da due strofe. Le due epigrafi sono in antitesi. Nella citazione biblica Dio dice a Noè come costruire l’arca: «La farai a piani». La seconda epigrafe al contrario è un testo poetico, in cui si dice del crollo di un palazzo e del salvataggio del suo unico abitatore (nella poesia lo scrivente istituisce un destinatario, una seconda persona puramente grammaticale, la cui sostanza è astratta ed intellettuale, una proiezione intensamente artificiale dell’io. Tutti i personaggi che si incontreranno nelle storie seguenti, tutte le personificazioni sono dei camuffamenti, nascondono in realtà una prima persona).
Se l’arca simboleggia la costruzione salvifica, il crollo della poesia ne è il rovesciamento; se all’arca si può associare un’idea di ordinata convivenza, il Tu fittizio della poesia è solo e immerso nel disordine. I due testi solidarizzano nell’idea di salvezza: come gli abitanti dell’arca, anche il Tu scampa alla catastrofe; ma passato il diluvio il regno degli uomini potrà rifiorire, evitata la morte per crollo il Tu si trova immerso in un pantano di cose senza armonia.

Il libro presenta una struttura forte. I trentasei interni fanno parte di un grande condominio costituito da tre palazzine (A, B e C); ogni palazzina ha 6 piani; in ogni piano ci sono 2 interni. Le storie procedono dall’ultimo piano e via via scendono nei piani inferiori. Georges Perec nel preambolo de La vita istruzioni per l’uso, ricorre alla metafora del puzzle per indicare la struttura frammentata dell’opera. Non è così per il libro di Soscia; i titoli delle singole storie non paiono le tessere di un puzzle, che una volta composte svelano l’enigma; costituiscono, invece, un repertorio di immagini irrelate, discontinue, chiuse, una costellazione impropria di simboli sospesi.
Anche a questo livello, come per le due epigrafi, si stabilisce una tensione: tra l’esattezza geometrica della cornice e l’opacità, l’invisibilità delle relazioni tra le 36 storie. L’esattezza topografica sul piano narrativo è infatti completamente assente. Non esistono transizioni da un piano o da un interno all’altro, lo spazio è radicalmente simbolico; non è di tipo relazionale (si noti come la struttura non preveda quasi mai spazi intermedi, che poi in un condominio sono gli spazi condivisi: scalinate, ascensori, pianerottoli, cortili), ma è lo spazio assoluto e chiuso di ciascuno dei 36 interni, che così risultano tra loro perfettamente equivalenti e narrativamente autonomi.

La cornice nella sua geometrica topografia, nella sua studiata varietà multiplanare, va intesa come metafora dell’io, come edificio-alveare dell’interiorità. Il mondo interiore del narratore è policentrico, prismatico. L’identità si rifrange scomponendosi e ricomponendosi tante volte quanti sono gli interni che abita. Il suo raggio d’azione non si limita al suo appartamento; sua dimora è il condominio tutto. L’io narrante il più delle volte racconta, fa una cronaca di un’esperienza passata o in presa diretta, altre volte ricorda, altre pensa a voce alta, dialoga con un interlocutore immaginario, ecc. Le storie, i ricordi, i pensieri fanno riferimento a fatti enigmatici che, si intuisce, hanno un’importanza decisiva nella vita dell’io. Un io vorace, agitato da una fame bulimica di ricomposizione che investe il tempo, le cose, gli animali, gli altri condomini, li aggredisce, li vampirizza. Sul mondo del condominio si posa uno strato di materia psichica, che penetra in profondità. È una specie di possessione: le cose inanimate subiscono una trasfigurazione quasi feticistica, si animano, parlano e interagiscono, riplasmate a portavoce della malattia che affligge l’io (la presenza perturbante di animali domestici come il cane e le formiche, o incongrui come i pinguini, tutti investiti dal violento processo umanizzante, vanno a comporre un microcosmo allucinato in cui viene meno la stessa tripartizione cose-uomini-animali).
In tutte le storie pare decisivo il rapporto che si stabilisce tra io narrante e gli altri uomini. La fenomenologia sarebbe ricca (il padre, la madre, la sorella, l’amico del cuore, l’uomo che entra dalla finestra, il bimbo sapiente e logorroico, la moglie incestuosa, il vecchio travestito, ecc), ma qui interessa mettere in luce come questo rapporto sia massimamente equivoco, fatto di non detti, complicità sottaciute, sensi di colpa, morbosità, perversioni. Rapporti ambigui in cui le identità si confondono, le voci si contaminano, i ruoli si invertono (in diverse storie, la prima persona, già di per sé polimorfa, slitta grammaticalmente nella terza). Ad imporsi sono le logiche e le temporalità dell’inconscio. Gli accadimenti narrati non hanno movente, sono narrativamente disinnescati e si sviluppano in un tempo narrativo spurio che imprime salti, si duplica, subisce improvvise contorsioni.

In fin dei conti, il libro non risolve nessun enigma; anzi, mostra un’indecifrabilità. L’esattezza geometrica della cornice esalta per converso l’assenza di una trama narrativa coerente. Il vero elemento unificatore delle 36 storie è allora questo io polimorfo, labirintico e molteplice che abita delle sue ossessioni, delle sue fobie, dei suoi traumi i 36 interni, ma che, malgrado tutto, resta polverizzato, disintegrato, dotato di una storia che non prende forma, s’inceppa; la sua voce resta indecidibile, svariate le sue maschere dolorose. Questa inservibilità narrativa produce poi un’altra risposta, che è tratto peculiare del libro, quella dello stile. La cifra stilistica, al pari della funzione svolta dalla cornice, funge da dispositivo d’ancoraggio. La voce è monocorde, quasi impersonale, teatralizzata, artificiale. La scrittura non ha la freschezza del vissuto, eppure è agile, di una fluidità però costretta, controllata. La ricorrenza di medesimi schemi sintattici rende il ritmo ossessivo, quasi meccanico, castigato. L’effetto è quello del congelamento, di una levigatezza tesa, estenuata da nodi di tensione, sottoposta a pressioni interne, segnata da quasi incrinature.
Così, sul piano esclusivo della creazione letteraria, il materiale indistinto ed eteroclito risulta neutralizzato, disinnescata la sua energia disgregatrice. L’ansia ricompositiva si sposta però sulle qualità formali, e la fragile allegoria del condominio (avocata dalla dislettura del titolo) precipita: luogo in origine deputato alla convivenza, al significato partecipato (l’arca), si converte nel suo opposto, luogo della reclusione, struttura perversa (lager, manicomio) la cui funzione è mostrare l’incomunicabilità tra gli abitatori. Il suo crollo, di cui il libro è cronaca, non è una catastrofe collettiva, ma, per il condomino, la rivelazione - la notificazione! - di una smarrita solitudine.


Qui il link alla puntata di Fahrenheit dedicata a Soscia, con intervista all’autore.