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Movimenti di pensiero: biografie femministe africane tra diaspora e afrocentrismo

Tre intellettuali del nostro tempo a confronto. A seguire, i ritratti di ciascuna.

venerdì 14 settembre 2007, di Sara Tagliacozzo

"Ifi Amadiume, Werewere Liking e Amina Mama. Pur avendo percorsi biografici differenti, queste intellettuali sono accomunate dalla partecipazione a reti femministe internazionali e africane e dalla collaborazione con dipartimenti e centri di ricerca universitari africani, europei e americani. Le loro traiettorie permettono di mettere a fuoco la pluralità di articolazioni che ha caratterizzato il dibattito storiografico femminista su tradizione e modernità, e le diverse declinazioni della matrice transnazionale del loro pensiero."
Questo studio è comparso su Zapruder, 13, maggio-agosto 2007, il cui sito di riferimento (dal quale è anche possibile abbonarsi alla rivista) è www.storieinmovimento.org. Da vedere.

In un’intervista concessa alla rivista «Feminist Africa» nel 2002, Molara Ogundipe offre un bell’esempio della complessità, ricchezza e specificità della storia del pensiero e dei movimenti femministi nel continente africano (1) . Figlia della generazione di intellettuali “passeurs di culture” formati alle scuole coloniali e protagonisti delle lotte anticoloniali, Molara Ogundipe presenta, nella ricostruzione della sua storia di militante femminista nigeriana, interessanti spunti di riflessione. Vi è infatti il riferimento alla connessione costitutiva dei femminismi africani con i femminismi occidentali, secondo diverse articolazioni storiche e soggettive – mimicry, opposizione, decostruzione – : dall’esperienza di suffragetta della madre istitutrice, alla rivendicazione di una specificità e autonomia per i movimenti femministi africani. Vi è la ricostruzione di una biografia intellettuale diasporica, a cavallo fra l’Africa, l’Europa, l’America: un dottorato a Londra,

Molara Ogundipe

un matrimonio in Giamaica, la frequentazione dell’ambiente panafricanista europeo e africano-americano, l’insegnamento universitario in diversi paesi africani e negli Stati Uniti. Vi è la rivendicazione della matrice anticoloniale di un pensiero radicale; l’interrogazione critica di modelli di genere appartenenti a culture africane precoloniali; il difficile rapporto con i nazionalismi africani. La tensione fra la dimensione internazionale dei contesti di elaborazione ed enunciazione del pensiero femminista africano e la prospettiva afro-centrata/afrocentrica (2) delle sue applicazioni. Movimenti tra territori e tempi differenti.
L’intellettuale e poetessa nigeriana autrice del saggio Re-Creating Ourselves (3) potrebbe quindi rappresentare una figura paradigmatica del movimento femminista africano, se solo quest’ultimo fosse riducibile ad un fenomeno omogeneo e unitario. Ma così non è mai stato. Dall’unione femminista egiziana degli anni venti, alla “guerra delle donne” del 1929 in Nigeria; dai movimenti femminili di supporto alla decolonizzazione in Ghana, Camerun, Kenya, Algeria, Angola, alle lotte delle donne sudafricane contro l’apartheid; dall’associazionismo politico e sociale degli anni settanta e ottanta, alle differenti correnti di pensiero femminile e femminista interne al Cristianesimo e all’Islam; dalla crescita e diversificazione degli studi di genere nelle università durante tutti gli anni novanta, al recente protagonismo delle donne africane ai movimenti altermondisti ed ecologisti, il panorama della storia dei movimenti e delle teorie femministe africane è sempre stato troppo ampio e diversificato per poter essere rappresentato da una singola figura.
Per questo stesso motivo, nel mio contributo non propongo una sistematizzazione teorico-storica dei femminismi africani. Più semplicemente, intendo restituire le traiettorie di alcune intellettuali che si sono impegnate, secondo prospettive differenti ma convergenti, nella difficile opera di mediazione e gestione dei molteplici e differenti mondi che compongono la società postcoloniale africana.

È vero che il rapporto fra le generazioni di intellettuali africani e di africanisti occidentali non è sempre stato dei migliori: intralciano il dialogo le accuse di etnocentrismo e razzismo da un lato e di ideologismo e approssimazione scientifica dall’altro (4) ; oltre che l’inevitabile questione della minacciata crisi dell’universalismo dei paradigmi delle scienze sociali di fronte alla rivendicazione della validità scientifica di altri paradigmi (5) .
Tuttavia, questo non dovrebbe impedire a chi si vuole occupare di femminismi africani di cominciare la propria ricerca partendo, oltre che dalla letteratura africanista disponibile su tale argomento, anche dalla letteratura – militante, scientifica, artistica – prodotta da esponenti del pensiero femminista africano. Soprattutto se questa stessa letteratura si pone in conflitto con la produzione femminista occidentale (6) .
Le autrici di questa letteratura sono intellettuali che, a partire dagli anni settanta, all’indomani del processo di decolonizzazione, hanno maturato un sentimento di disincanto nei confronti dell’evoluzione dei rapporti di genere nelle società africane delle Indipendenze, inaugurando una riflessione sul rapporto esistente fra la normatività dei modelli femminili contemporanei africani e le narrazioni della “tradizione” attive nella retorica delle identità nazionali postcoloniali (7) .
Alla base delle loro analisi sulle intersezioni di imperialismo, sessismo e classismo all’opera nei «sistemi di oppressione delle donne africane» (8) vi è infatti il dibattito storiografico sul rapporto fra tradizione e modernità nelle società africane postcoloniali, e la critica dei processi di cristallizzazione e naturalizzazione di una tradizione monolitica e monoculturale di matrice patriarcale, funzionale, dai tempi della colonizzazione, al consolidamento di un dominio maschile e all’esclusione delle donne da molti ambiti della vita pubblica e politica africana (9) .
Il loro è stato chiaramente un lavoro di militanza, teso a contrastare non solo i sempre vivi modelli della tradizione coloniale maschile, ma anche gli emergenti modelli dei programmi di sviluppo delle agenzie internazionali (10) , in parte connessi con le rappresentazioni femministe occidentali della cosiddetta “donna del terzo mondo” come un soggetto che «conduce una vita fondamentalmente limitata per via della sua appartenenza al genere femminile (si intenda: repressione sessuale) e al “terzo mondo” (si intenda: ignoranza, povertà, mancanza di educazione, peso della tradizione, relegazione nello spazio domestico e familiare, condizione di vittima, ecc.)» (11) .
Interpreti delle pratiche femminili di resistenza che bell hooks ha sinteticamente descritto, riferendosi al contesto africano-americano, con il termine di «estetica dell’esistenza» (12) , hanno metabolizzato le delusioni nei confronti

bell hooks

dell’evoluzione dei nazionalismi africani ridefinendo la loro mobilitazione in rapporto alle istanze di resistenza e di cambiamento dei movimenti femministi della diaspora africana e più generalmente dei femminismi del cosiddetto “Terzo Mondo”. Hanno proposto polemiche “auto-etnografie” capaci di restituire analisi “più corrette” della storia dei rapporti di genere nelle società africane. Hanno esplorato forme dell’enunciazione capaci di sovvertire non solo i contenuti culturali ma anche le strutture delle rappresentazioni dominanti sulle donne africane. Si sono dedicate all’interpretazione e all’attualizzazione di esperienze e saperi non egemonici, plurali, irriducibili alle categorie opposte e speculari di “moderno” e “tradizionale”.
La sistematizzazione e pubblicazione dei loro lavori in libri a diffusione internazionale è cominciata nei primi anni ottanta, e prosegue fino ai giorni attuali.

***

Fra le numerose biografie e teorie che compongono la costellazione dei femminismi africani ho deciso di concentrarmi sul lavoro di tre intellettuali contemporanee: Ifi Amadiume, Werewere Liking e Amina Mama. Pur avendo percorsi biografici differenti, queste intellettuali sono accomunate dalla partecipazione a reti femministe internazionali e africane (13) e dalla collaborazione con dipartimenti e centri di ricerca universitari africani, europei e americani. Le loro traiettorie permettono di mettere a fuoco la pluralità di articolazioni che ha caratterizzato il dibattito storiografico femminista su tradizione e modernità, e le diverse declinazioni della matrice transnazionale del loro pensiero.


Note

1 - L’intervista è consultabile all’indirizzo http://www.feministafrica.org/01-2002
2 - I due termini rispecchiano il conflitto tra la posizione degli studiosi africani che indicano con questo termine il radicamento nella storia e nella cultura africana del loro lavoro intellettuale e quella degli studiosi occidentali che hanno criticato l’essenzialismo della prospettiva afrocentrica. Per una rassegna di questo dibattito si veda Stephen Howe, Afrocentrism: Mythical Pasts and Imagined Homes, Verso, 1998.
3 - Molara Ogundipe Leslie, Re-Creating Ourselves. African Women and Critical Transformations, Africa World Press, 1994.
4 - Per avere un esempio della delicatezza dei rapporti fra le due “sponde” basti leggere questa riflessione di Bogumil Jewsiewicki sulla corrente di storiografia africana ispirata ai lavori di Cheikh Anta Diop: «Molti storici occidentali che sarebbero preparati a discutere le questioni relative alla teoria della negritudine faraonica, se questo dibattito potesse essere condotto nei giusti termini, non lo fanno perché non vogliono offendere la sensibilità degli altri colleghi africani» (One Historiography or Several? A Requiem for Africanism, in Bogumil Jewsiewicki e David Newbury (a cura di), African Historiographies, Sage Publications, 1986, p. 10, questa come le altre traduzioni sono a cura dell’autrice se non indicato diversamente).
5 - Nel corso delle recenti giornate svoltesi al CNRS di Parigi su «Les Etudes Africaines en France», l’antropologo Jean-Loup Amselle ha sostenuto con forza tale posizione, anticipando nella sua comunicazione parte del suo prossimo saggio.
6 - La querelle del pensiero femminista non occidentale nei confronti di quello occidentale e ancora più specificatamente dell’antropologia femminista occidentale non riguarda ovviamente solo il continente africano. La questione è abbastanza complessa e meriterebbe ampia trattazione; mi limiterò a riportare una riflessione sull’argomento dell’antropologa francese Nicole-Claude Mathieu che, in risposta alle accuse di etnocentrismo rivolte all’antropologia femminista occidentale, scrive: «le accuse di etnocentrismo alle donne che insistono sull’oppressione delle donne da parte degli uomini nelle società altre, non sono in effetti che una nuova metamorfosi, colpevolizzata, dello stesso etnocentrismo: considerare le società occidentali come ‘a parte’, con il pretesto che esse opprimono altre società...» (Nicole Claude Mathieu, Critiche epistemologiche sulla problematica dei sessi nel discorso etno-antropologico, «DWF», n.10-11, 1989, p. 47). Per una lettura delle tesi del femminismo non occidentale si legga Chandra Talpade Mohanty, Under Western Eyes. Feminist Scholarship and Colonial Discourses, in Bill Ashcroft, Gareth Griffiths, Helen Tiffin, The Post-Colonial Studies Reader, Routledge, 1995, pp. 259-263. Per una descrizione articolata e al tempo stesso sintetica dell’intera problematica si consultino le belle pagine che Mila Busoni ha scritto in Genere, sesso, cultura, Carocci, 2000.
7 - Commentando il principio del “first things first” contenuto nella poesia di Felix Mthali «Letter to a Feminist Friend», secondo il quale la priorità delle donne africane doveva essere la decolonizzazione e non l’emancipazione, Ogundipe Molara Leslie scrive: «Non si sa bene come, per chissà quale miracolo, sia possibile liberare una società o un paese, mentre la liberazione delle donne di quella società deve avvenire solo in un secondo momento – prima le cose importanti!» (Re-Creating Ourselves, cit., p. 72).
8 - A. M. Iman, Amina Mama, Fatou Sow (a cura di), Engendering African Social Sciences, CODESRIA, 1997.
9 - Sulla “tradizione coloniale maschile” si veda: Denise Paulme (a cura di), Femmes d’Afrique Noire, Mounton, 1960; Caroline Ifeka-Moller, Female Militancy and Colonial Revolt, in S. Ardener (a cura di), Perceiving Women, Malaby Press, 1975; Terence Ranger, L’invenzione della tradizione nell’Africa coloniale, in Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger (a cura di), L’invenzione della tradizione, Einaudi, 1987 [1983].
10 - Sui limiti degli studi e delle politiche per lo sviluppo applicate alla questioni di genere portate avanti nel continente africano dalle agenzie internazionali dello sviluppo, in programmi come il WID (Women in Development), il WAD (Women and Development) e il GAD (Gender and Development), hanno scritto molte studiose femministe africane, tra cui il gruppo di ricercatrici attive sulla scena sudafricana. Cfr. Ruth Meena, Gender in Southern Africa: Conceptual and Theoretical Issues, SAPES Books, 1992; Amina Mama, Women’s Studies and Studies of Women in Africa During the Nineties, CODESRIA, 1996.
11 - C.T. Mohanty, Under Western Eyes, cit., p. 260.
12 - Cfr. bell hooks, Elogio del margine, Feltrinelli, 1998. A questo proposito Werewere Liking, intellettuale e scrittrice camerunese, afferma: «La maggior parte delle donne che mi hanno ispirata sono donne tradizionali... donne della strada, donne che si battono quotidianamente per fare andare avanti le cose, donne dei mercati africani che si svegliano alle quattro del mattino e vanno a dormire alle due di notte perché la vita continui, donne anonime: sono loro ad avermi dato molte lezioni sul potere della donna» (mia intervista del 11/05/2002, Rouen, Francia, inedito).
13 - Si tratta ovviamente di reti informali e formali. La prima rete formale e internazionale delle donne africane è stata l’AAWORD-AFARD, associazione delle donne africane per la ricerca e lo sviluppo, fondata negli Stati Uniti nel 1977 da femministe africane-americane, africane anglofone, francofone e lusofone. Negli anni successivi sono nate reti a base nazionale, come “Women in Nigeria”, “Zimbabwe Women’s Action Group”, “Tanzanian Media Women’s Association”. Cfr. a questo proposito A. Mama, Women’s Studies and Studies of Women in Africa During the Nineties, cit.