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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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Le ferie di Licu

Italia 2006, 93 min., uscita: 04 maggio 2007, regia di Vittorio Moroni

martedì 31 luglio 2007, di Maura Delpero

Chi andrà a vedere Le ferie di Licu non vedrà la scena di cui si parla in queste righe, ma tutto il film la sottende. Ne vedrà altre che, a un certo punto della visione, complicheranno i dati nella sua testa.
Vittorio Moroni ha cercato di non emettere giudizi su quanto ha filmato, tratteggiando con discrezione la storia comune di due sposi tra il Bangladesh e l’Italia. Maura Delpero ha seguito il suo viaggio.

In Bangladesh è tradizione che il giorno successivo alle nozze la sposa sia ospite nella casa d’origine del marito.
Così, quel pomeriggio Fancy sedeva in un salotto gremito di nuovi parenti, composti sui divani lungo le pareti di lamiera. Costretta al centro dell’attenzione si guardava intorno, l’espressione a tratti di sorpresa, a tratti di una consapevolezza ancestrale, reclinava la testa gentile e abbassava lo sguardo, dopo aver sorriso ad ogni parente acquisito. I bambini tracciavano diagonali all’interno del quadrato, interrompendo i silenzi più imbarazzanti. Qualche metro più in là la madre di Licu occupava da sola una grande poltrona, una sorta di trono a fiori, la distanza della regalità, le mani aperte sui braccioli, lo sguardo sereno e impassibile.
Licu non stava mai fermo, l’aria di chi ce l’ha fatta ma ancora non osa liberare la fronte dal sudore, solo gli occhi vivacissimi parevano già registrare la vittoria. Quel passarsi e ripassarsi la mano tra i capelli ingellati tradiva la tensione di quegli ultimi giorni in cui aveva dovuto dimostrare alla famiglia di Fancy di essere un uomo affidabile e rispettoso. Un uomo tradizionale, nonostante la sua vita in Italia, una promozione sociale ed economica per la figlia grazie a quella stessa vita in Italia. Non era stato semplice. Ora Licu si muoveva sicuro nel suo ambiente, l’espressione compiaciuta, già prendeva le misure della sua nuova vita, lanciava a lei sguardi fugaci, cercando di trasmetterle un senso del “noi”, lei che ancora solo sorrideva, più confusa che serena.

Io e Vittorio avevamo messo telecamera e microfono a riposo, dopo le fatiche del matrimonio partecipavamo anche noi a quell’atmosfera di pericolo scampato. Eravamo come sempre, con o senza telecamera, gli ospiti preferiti, gli occidentali che fanno il video, riveriti a priori e rimpinzati di carne di montone.
Quando una nipotina ha acceso la musica io ho iniziato a ballare imitando ironicamente i balletti di Bollywood, complice il sari rosso, tutto veli, che mi avevano offerto le sorelle di Licu. Il clima si è fatto festoso e un po’ agitato, tutti battevano le mani e ridevano divertiti per me così bianca e bionda che facevo il verso alle loro star televisive. Ho incrociato lo sguardo di Fancy e ho visto un guizzo adolescenziale illuminare i suoi occhi scuri, sembrava risvegliarsi dal torpore. In quel momento ho pensato: “Ha diciotto anni”. Le ho sorriso. Un momento di complicità femminile.
È stato allora che ha commesso l’errore.
Fancy ha emesso un risolino coprendolo graziosamente con la mano e ha accennato un passo di danza. Abbiamo ballato una di fronte all’altra per qualche secondo, io con gesti larghi, lei più timidi, elegantissimi.
Poi tutto è stato veloce: Fancy che sparisce dal mio campo visivo tirata per un braccio, la voce di Licu, irriconoscibile, distorta nell’aggressività dell’urlo, una porta che sbatte.
Fancy e Licu sono rimasti chiusi nella camera accanto per qualche minuto. Da lì giungeva il suono attutito di una voce maschile dal tono molto arrabbiato, a cui non seguiva replica. Ho rivolto a Vittorio uno sguardo interrogativo, era più spaesato di me, allora ho scrutato i volti dei parenti, loro, invece, sembravano sapere.
Quando sono riapparsi, Fancy era semplicemente triste. Triste come una bambina appena sgridata. Abbiamo chiesto a Licu cosa fosse successo, lui mi ha risposto che nella sua casa Fancy doveva comportarsi in maniera decorosa, che si erano sposati solo il giorno prima e lei doveva dimostrare a tutta la famiglia di non essere “una di quelle…”. Licu era arrabbiato, compreso in un ruolo che lui sapeva essere il suo, mi parlava come se avessi potuto capire, ignaro di avermi appena dato implicitamente della poco di buono.
A volte sono attimi. Una frase, un aggrottarsi della fronte, un timbro di voce mai sentito prima, e vedi un’altra persona. Fino ad allora Licu era stato per me un bengalese simpatico e affettuoso, dalla parlata strana e dal ciuffo improbabile, uno che nella maglietta della Roma riversava aspettative di integrazione ma che poi in Bangladesh ci teneva a mostrare una legittima disinvoltura. Ci aveva aperto le porte di casa sua con generosità e fierezza e lì, nella sua terra, si comportava con noi come un mediatore culturale, ancor prima che linguistico. Fra noi tre c’era quella complicità che all’estero lega chi viene dallo stesso posto. Licu intuiva i miei stupori o le curiosità di Vittorio verso quel mondo così diverso perché lui aveva provato il corrispettivo qualche anno prima al suo arrivo in Italia. Nei giorni precedenti ci aveva confessato le sue paure, la sua agitazione, la sua contentezza. Dall’Italia aveva portato una valigia di regali per quella giovane sposa che sorrideva nella foto e alla quale sperava di piacere. Il loro incontro era stato tenero e lui, più goffo di lei, aveva tentato di metterla a suo agio mostrandole le mille funzioni del suo cellulare. Era sì, un matrimonio per procura con modalità per me inimmaginabili, ma nella sua trepidazione pre-incontro avevo riconosciuto quella di tutti gli innamorati del mondo.
Così, ingenuamente, non avevo preso in considerazione il suo ruolo di maschio musulmano.
Quel pomeriggio nella mia testa tutto si è complicato.


Le ferie di Licu, Italia 2006:

Sceneggiatura e regia: Vittorio Moroni
Musiche: Mario Mariani
Sceneggiatura e montaggio: Marco Piccarreda
Attrice: Giulia di Quilio
Produzione: Stefano Mancini

La trama:
Licu è nato in Bangladesh, è musulmano, ha ventisette anni e abita a Roma da sei, in una casa in affitto con altre otto persone. Da poco non è più clandestino e per vivere lavora 12 ore al giorno: magazziniere in un laboratorio tessile la mattina, cassiere in un negozio alimentare la sera. Capelli alla Elvis, camicie griffate, tifoso della Roma, Licu sembra molto integrato. Riceve da sua madre la foto di una ragazza di diciotto anni; si chiama Fancy ed è la sposa che la sua famiglia ha scelto per lui. Licu ottiene solo quattro settimane di ferie non pagate per andare in Bangladesh e organizzare il matrimonio con una persona che non conosce. Ma al suo arrivo i negoziati tra le famiglie dei promessi sposi si complicano… Il Bangladesh è sommerso dall’alluvione più imponente degli ultimi cinquant’anni…