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Il teatro anatomico di Annunciazione in metropolitana

Chiara Cretella - Annunciazione in metropolitana, Fazi, 2007.

martedì 29 maggio 2007, di Lisa Bentini

É la Morte la vera protagonista del nuovo romanzo di Chiara Cretella, Annunciazione in metropolitana (Fazi Editori) e per descriverla la giovane autrice e critica letteraria di adozione bolognese crea una scrittura che si nutre insieme di simbolismo ottocentesco e neoavanguardia, di atlanti di anatomia e body art. La pagina è densa, carica di rappresentazioni letterarie. Eppure nessun compiacimento, nessuna pesantezza. Le parole corrono leggere e uno stile minimale attraversa una contemporaneità reinventata alla luce di un immaginario tutto ottocentesco che porta i nomi di Poe, Gautier, Boito e Tarchetti – per citarne solo alcuni – fino a giungere nel cuore di una neovanguardia dimenticata: Giorgio Celli e Adriano Spatola.
Ma detto ciò non si creda che il romanzo sia accessibile solo agli addetti. Annunciazione in metropolitana è il racconto di un sentimento comune: la paura e il desiderio di morire, lo scorrere del tempo come emorragia e mutilazione e Leanna – giovane io narrante del romanzo – questo sentimento lo descrive sin dall’incipit del libro con gli occhi impietosi con cui osserva il funerale del padre, con una parola chirurgica che disseziona il reale. C’è infatti «una stretta connessione tra opera e operazione» – scrive la Cretella suggerendoci la chiave di lettura del romanzo. E la morte del padre rappresenta la prima operazione a minare la posticcia ed ipocrita pienezza della famiglia borghese. Idem per la madre: viva, ma praticamente morta, imballata dentro a un sacco di plastica come il divano delle belle occasioni.
Finalmente orfana, sullo sfondo di una Milano scapigliata, Leanna, per amore di un giovane dandy, dagli inquieti tratti femminei, trasformerà il proprio corpo in un teatro anatomico, spazio scenico in cui l’opera coincide con l’operazione. Di una cosa però l’ingenua Leanna non si accorge: la fuga nell’androgino dandy altro non è che il ritorno al Padre e la Madre. «La meraviglia della scoperta del mondo» dichiara il giovane (e di nuovo la Cretella ci offre un’importante chiave di interpretazione) «è quella che accomuna il bambino allo scienziato. E lo scienziato all’artista. Dividere è cercare di introiettare la diversa unicità del mondo. La completezza non può competerci perché siamo esseri mutili. Così abbiamo perso l’Altro e il nostro compito sarebbe ricercarlo nel mondo. Quando, in maniera così incredibile, avviene di ritrovarlo, non ci può essere amore. C’è solo la morte».
Ancora una scrittura densa di riferimenti, quali Roland Barthes e George Bataille, che si aggiungono alla topografia intertestuale della scrittrice. Ma soprattutto una riflessione sulla vita e sulla morte che con un sapiente montaggio la Cretella inserisce nella trama del suo romanzo.


Questa recensione è stata pubblicata in precedenza sul quotidiano il manifesto del 6 aprile 2007.