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Il cinema di Marco Ferreri: l’uomo, la donna, la bestia

venerdì 15 dicembre 2006, di Maurizio Buquicchio

Verso la fine degli anni ’40, Marco Ferreri lascia gli studi di veterinaria per dedicarsi al cinema.
La tentazione di stabilire un legame fra questo noto passaggio della sua biografia, e una peculiare predilezione per le figure pertinenti al mondo animale, è irresistibile: basta scorrere la filmografia dell’autore per rintracciare il percorso di una vera e propria tassonomia animalesca (dalla balena bianca de Il seme dell’uomo, 1969, al King Kong arenato sulla spiaggia di Ciao maschio, 1978).
Nei titoli delle prime pellicole italiane è già possibile intravedere uno dei temi fondamentali in tutta l’opera di Ferreri: la donna-animale o donna-bestia.
L’ape regina (1963, in seguito ribattezzato Una storia moderna dalla censura), primo lungometraggio italiano dell’autore, e La donna scimmia (1964), richiamano immediatamente quello che viene considerato il poema fondante di un ricco filone, come quello della misoginia letteraria.
Ci riferiamo al più noto dei brani di Semonide di Amorgo (poeta lirico del VII secolo a.C.), il cosiddetto Giambo contro le donne, o Il Biasimo delle Donne.
In esso, Semonide cataloga le donne in dieci tipi generali, derivati ciascuno da una differente razza animale, dalla terra, e dal mare, di cui vengono riprese di volta in volta, comparativamente, le caratteristiche.
Come Esiodo, anche Semonide si fa portavoce della diffusa tradizione misogina, con un lungo giambo, dedicato proprio all’origine del genere femminile, ma decisamente più articolato rispetto alla storia esiodea di Pandora. Fra gli archetipi tratteggiati dal poeta, spiccano proprio la donna-scimmia, la peggiore, quella brutta, derisa da tutti e astuta nel male, e la donna-ape, l’ultima, unica figura positiva della tagliente satira antifemminile. Allo stesso modo, è possibile rintracciare nelle figure femminili ferreriane altri paralleli con il poema: una donna-cagna (la Deneuve de
La cagna, 1972) e una donna-cavalla (la Schygulla di Storia di Piera, 1983, connotata della propria animalità dall’epiteto “forte come una cavalla”).
Il legame fra la figura di Maria, protagonista de La donna scimmia (ispirata a Julia Pastrana, donna gorilla morta durante il parto agli inizi del novecento), e quella descritta da Semonide, si fa evidente nei versi del poeta:

Bruttezza oscena: va per la città
una tal donna e fa ridere tutti.
È senza collo, si muove a fatica,
niente natiche, tutta rinsecchita.
Povero chi l’abbraccia, un mostro simile
.

Osserva Alberto Scandola nel suo Castoro su Ferreri: «L’ape regina e La donna scimmia. I titoli non ingannano: la donna è fin da subito un animale aggressivo e selvaggio, capace di mimetizzare la propria natura barbarica nella gabbia delle convenzioni sociali».
In molte esternazioni, Ferreri sottolinea l’importanza del periodo spagnolo nel consolidamento della propria visione: «L’unico periodo di lettura è stato il periodo spagnolo: praticamente conosco più i classici spagnoli che autori italiani o francesi».
È nota, l’importanza del filone letterario misogino nella cultura spagnola: ci riferiamo ai canzonieri medioevali castigliani, nonché a Garcia Lorca, da cui Ferreri trasse Yerma (1978).
Nonostante ciò, come vedremo, la misoginia di Ferreri non consiste in un odio (misein) per la donna (gyne). Essa risiede altresì nella presa di coscienza forte, di un punto di vista fatalmente legato al retaggio di una cultura maschile.
Nel primo lavoro italiano, l’episodio del film collettivo Le italiane e l’amore, dal titolo Gli Adulteri (1961), Ferreri realizza una sceneggiatura che ha per tema l’aborto. Sarà Zavattini, a capo del progetto, ad impedirgli di filmare questo soggetto perchè trattato in modo reazionario, contrario allo spirito del film. La condanna dell’aborto vista da Zavattini, e mai confermata da Ferreri, stonerebbe con un’epoca di donne, cui la sola società maschile predica l’emancipazione. «È la donna apparentemente liberata - scrive Baudrillard ne La società dei costumi - che si confonde con il corpo apparentemente liberato. Si dà da consumare la Donna alla donne, i Giovani ai giovani, e in questa emancipazione formale e narcisistica si riesce a impedire la loro libertà reale».
La sensibilità dell’autore nei confronti del mondo femminile, è evidente nella ricorrenza della donna in numerosissimi titoli emblematici: Non toccare la donna bianca (1974), L’ultima donna (1976), Yerma (1978), Storia di Piera (1983), Il futuro è donna (1984).
Nel 1978, Cristina Trivulzio di Belgiojoso l’autore dichiarerà: «Per le donne c’è il problema di ricostruire la loro vecchia identità, prima ancora di inventarsene un’altra nuova. Ma penso che la posizione della donna sia molto più vitale di quella dell’uomo, perchè più cosciente e combattuta. Mentre l’uomo si sgretola, la donna diventa più potente, cresce».
Ciò risalta proprio nello specchio delle figure maschili ferreriane, decadenti: mentre il corpo del maschio si autodistrugge (vedi le ricorrenti immagini di castrazione nell’opera di Ferreri, o la regressione allo stadio infantile) quello della donna assurge, col passare dei film, allo statuto di icona animale, idolatrata da maschi di cui, oltre a prosciugare la linfa vitale (L’ape regina), divora l’identità. Oltre che all’uomo-fuco, interpretato dal Tognazzi de L’ape regina, pensiamo alla lotta contro il vuoto e alla catalogazione, come ultima illusione di fermare il tempo ne Il seme dell’uomo. La battuta più emblematica è però in Ciao maschio, laddove Flaxman, figura decadente e malinconica, afferma: “l’impero del maschio è finito, i barbari sono alle porte”.
I rapporti di forza, apparentemente penalizzanti per la figura femminile, si invertono proprio grazie al ribaltamento dei valori ne La donna scimmia: l’animalità esteriore della donna nasconde un’umanità solo apparente nel maschio, rappresentante di una società marcia e morente.
Ferreri, come sottolineato da Scandola, si conferma dunque uno dei rari cineasti in grado di indagare le nebulose che oscurano il dialogo della donna con il proprio corpo, troppo complesso per essere soddisfatto (L’ultima donna), ma anche nemico, avversario nella disperata ricerca di una trasformazione sociale (Yerma).
La donna resta, in Ferreri, una superficie impenetrabile, in quanto filmata come Altro, in un’ottica “maschile” che ce la restituisce, se possibile, ancora più vera.
Non c’è maschilismo, ma coscienza dello scacco: ciò che interessa è il conflitto tra l’immagine che l’uomo ha della donna, e il corpo con cui entra in contatto, senza mai possederlo veramente.
_ Il dolore non esce dalle labbra, ma resta dentro, sotto i sorrisi e soprattutto dentro i silenzi su cui rimbalzano le parole del maschio.
In un’intervista del 1965, Ferreri descrive così la dialettica fra uomo e donna:
La donna vive adesso un momento difficile, un momento disperato, comincia a sillabare, a usare le parole per riuscire ad esprimersi. La vita di un uomo e una donna è una vita di antagonismo; anche perchè la donna scarica sull’uomo tutti questi secoli di oppressione o di misconoscimento che le pesano addosso e l’uomo trova difficile avere delle possibilità di intendimento, di conoscenze in comune. Sono due modi completamente diversi, non per colpa della donna, forse per colpa dell’uomo o per colpa di una società che è stata finora una società portata avanti per lo più dagli uomini.

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