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Indigeni

Omaggio ai soldati dell’impero coloniale francese che si sono sacrificati per la "madre patria". Un film di Rachid Boucharab

venerdì 3 novembre 2006

Siamo nel 1943, nel cuore della seconda guerra mondiale. Mentre l’esercito tedesco domina i tre quarti d’Europa, la Francia è spaccata in due. Una metà si è alleata con i nazisti, l’altra organizza la resistenza con gli Alleati. Il generale de Gaulle, Simbolo di questa resistenza alla capitolazione, si rivolge agli africani e li incita a raggiungere le fila dell’esercito francese. Per cacciare i tedeschi dall’Hexagone la Francia ha bisogno di uomini, di tutti i suoi uomini, che siano bianchi, neri o meticci, cristiani, ebrei o mussulmani. Nel 1943, dunque, come altre migliaia di soldati originari dell’Africa del Nord o dell’Ovest, quattro indigeni - Saïd, Abdelkader, Yassir e Messaoud - lasciano i loro villaggi per rispondere all’appello della “madre patria”. In Italia e in Provenza, nella foresta dei Volgi e in Alsazia, queste quattro comparse della Storia affronteranno il nemico tedesco. Primi a partire in combattimento, ultimi a lasciare il campo di battaglia, spiccheranno per coraggio e spirito di sacrificio. Ma terminata la guerra, a questi uomini saranno destinati soltanto l’indifferenza e l’oblio. Una volta liberata, la Francia arriverà addirittura a volgersi contro quegli stessi uomini che contribuirono a salvarla, fino ai massacri di Sétif del maggio 1945.
Indigènes, l’ultimo film di Rachid Bouchareb, uscito in Francia il 27 settembre, non è un documentario di guerra, ma un film sulla guerra. Non racconta soltanto il destino di quattro giovani algerini arruolati nell’esercito francese; è anche e soprattutto un omaggio toccante, e talvolta persino divertente, a quei circa 130.000 soldati dell’impero coloniale che vennero usati come carne da cannone durante la Seconda guerra mondiale. Nel maggio scorso, a Cannes, la prima proiezione pubblica è stata accolta da una standing ovation di una buona decina di minuti. Due giorni più tardi, davanti alla giuria e a una nutrita rappresentanza dello star system, i quattro attori, Jamel Debbouz, Samy Naceri, Roschdy Zem e Sami Bouajila, ricevevano ex aequo il premio della migliore interpretazione maschile, promettendo al film un bell’avvenire.
Da più di una decina di anni, l’idea di raccontare le sorti dei soldati magrebini non ha smesso di assillare il regista Rachid Bouchareb, nato in Fracia da genitori originari di Tlemcen (nell’Ovest dell’Algeria). “Questo film, è la mia storia. È da là che provengo” ha spiegato, “sono i racconti della mia famiglia che ascoltavo quando ero bambino, e una volta adulto mi sono accorto che era una storia che nessuno conosceva, una storia che non veniva insegnata a scuola e che nessun film sulla Seconda guerra mondiale aveva mai realmente raccontato. È un omaggio alla memoria di questi uomini che amavano la Francia, e che oggi sono ignorati tanto dai loro nipoti quanto dall’insieme dei francesi”.
Per Bouchareb il progetto di Indigènes risultò quindi un’impellenza tanto ovvia quanto urgente, ma portarlo a termine ha richiesto sforzi inauditi. Scrivere la sceneggiatura, andare in cerca di documenti tanto rari quanto parziali, procacciarsi i necessari finanziamenti e infine girare le riprese in Marocco e in Francia è stata una vera e propria epopea, tormentata ma anche eccitante. La ricerca dei materiali per scrivere la sceneggiatura è durata più di un anno. Bouchareb e il cosceneggiatore Olivier Lorelle hanno passato al setaccio parecchie città africane e francesi per raccogliere testimonianze dei reduci. Le biblioteche e i centri di ricerca possiedono ben pochi testi e documenti su questi africani venuti a combattere e morire nel freddo nella neve delle campagne del Belgio o dell’Alsazia. E una volta preparata la sceneggiatura, è iniziato il valzer delle esitazioni da parte delle istituzioni contattate per ottenere i finanziamenti. “Abbiamo dovuto insistere, insistere e ancora insistere, spiega Bouchareb. Alla fine abbiamo bussato a tutte le porte”. Jamel Debbouz, in un’intervista alla rivista francese di cinema Première, ha riassunto così questa impasse: “Mi sono accorto finalmente che una commedia dove volano le torte in faccia è mille volte più facile da finanziare che film mille volte più importanti”.
I dubbi e le incertezze sui finanziamenti hanno tenuto l’équipe in sospeso fino all’ultimo minuto, al punto che il primo giorno di riprese i fondi non erano ancora stati stanziati ufficialmente. “Non era neanche da prendere in discussione l’idea di girare un film di guerra con quattro soldi,” afferma Bouchareb. “Indigènes ha il respiro di una produzione da 25 milioni di euro, ma alla fine è costato dieci milioni in meno. Jamel in questo è stato fondamentale perché è riuscito a convincere il Marocco a mettere il suo esercito a nostra disposizione, e una compagnia aerea a prestarci la sua flotta.” Per non ipotecare i fondi di Indigènes, Jamel Debbouze, che è anche coproduttore, ha rinunciato al suo statuto di “attore più pagato di Francia”: la star che non pronuncia una battuta prima di aver incassato un assegno da 1,7 milioni di euro, ha accettato di ricevere un salario di 3000 euro al mese, ossia il minimo sindacale per la categoria. [...]
Il desiderio intimo del regista è che il film non serva solamente a divertire lo spettatore e a riabilitare la memoria dei suoi avi. Deve anche contribuire a riaprire un dibattito sul passato coloniale della Francia, così come sul presente e l’avvenire dei figli dell’immigrazione, i figli degli “indigeni”.

Foto di Gilles Perrin tagliata da Claude Duneton. "Méfiez-vous des morceaux choisis..."


Questo articolo ?® comparso sul bellissimo settimanale "Jeune Afrique", 30 settembre 2006, n. 2358. Trad. di lf.

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