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06 - Die Fackel e il fiammifero

Roberto Saviano - Alla luce del sole, Gomorra!

sabato 21 ottobre 2006, di Luigi Weber

Questo pezzo è stato scritto molto tempo fa, nella settimana immediatamente seguente alla pubblicazione di Gomorra, e per ciò tace sul suo straordinario successo. A differenza di molti best-seller, che vendono ma spesso rimangono intonsi, questo libro è stato un evento anche in quanto generato da - e generatore di - autentica lettura, un risultato che allora mi auguravo ma sul quale non avrei certo potuto confidare. Varie ragioni avevano confinato il mio scritto in un cassetto. Le notizie degli ultimi giorni mi hanno spinto a recuperarlo.

1. Sono stanco di eroi. E sono stanco di martiri. L’eroe, che giornalmente ci viene propinato, è per definizione postumo, ed è in questo che si incontra con il martire. Entrambi hanno una sola peculiarità simbolica forte, vale a dire il loro esser corpi, anzi bersagli. Il loro trovarsi, più o meno occasionalmente, sulla traiettoria di un colpo d’arma da fuoco.
L’eroe non fa altro che questo, l’eroe non ha mente, non ha logos, ha soltanto il petto, quasi fosse un enorme tacchino, e lo offre. Così, la retorica del baluardo difensivo sposa quella della passività, dell’inermità, che dice morte inspiegabile, ingiustificata. Nessuno mai pone la domanda, così volgare e intempestiva, del perché il giovane eroe si trovasse dove si trovava, e se era poi così giusto e necessario ciò che stava facendo, e se la sua presenza non era magari motivata da causali non esattamente nobili (tra le quali figurano anche l’idiozia pura e semplice, il lasciarsi indottrinare, mica son attenuanti, il non voler vedere le cose come stanno, lo sgombero di ogni domanda autentica in cambio di un ricco stipendio da missione all’estero).
Se l’eroe muore - e non può fare altro, è solo morendo che accede allo status in questione, il contenuto dei suoi atti è indifferente -, l’eroe si transustanzia in una parte del corpo della nazione, anzi è il corpo stesso della Nazione, è il figlio di tutte le mamme, il fidanzato di tutte le fanciulle, il modello di tutti i bimbi dai papà smidollati, l’amico vero di cui tutti si stimano. L’agiografia freme in agguato, la beatificazione a mezzo fiction che va così di moda incombe, così che l’eroe si converta in “santo”, altra merce prediletta dall’immaginario del paese.
Sembrano sarcasmi facili, rivolti contro una retorica militarista nazionalista e pietista fine ottocentesca, e invece da quelle medesime strutture di pensiero (se la parola “pensiero” si potesse usare, per certi rivoltanti processi viscerali arcaico-regressivi) siamo fittamente circondati e oppressi, proprio oggi, in questo disgraziato paese dove, ancora e sempre, è solo lo slogan che paga, solo la frase a effetto. L’eroe, appunto. La tragedia, il sacrificio, il sangue, la patria.

2. Dopo aver letto, commentato, segnalato in giro, per oltre un anno, i pezzi sconvolgenti che Roberto Saviano pubblicava sulle pagine di Nazione Indiana, sono rimasto comunque sorpreso nell’incontrare sui banchi delle librerie l’organismo che quei frammenti così autosufficienti stavano lentamente andando ad erigere. Trecentotrenta pagine di libro, con un titolo potente, Gomorra, e l’editore più importante d’Italia, Mondadori, a portarlo in giro, a diffonderlo in pile che non dovrebbero passare inosservate, come accade invece a quelle dei piccoli stampatori cui gli esordienti devono di solito rivolgersi. Qualcuno, forse l’autore stesso, ha prudentemente aggiunto in copertina, per scongiurare l’impressione che si tratti di un romanzo, un sottotitolo che recita «Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra».
E così, ecco che credete di saperne qualcosa. Ah, sì, certo, ho capito, un libro-reportage. Forse un libro-saggio, quelle cose ibride però ben confezionate che scrivono i giornalisti. Magari un istant-book.
Invece no, non ne sapete niente. Ma basta la prima pagina, trentadue righe in tutto, a gettarvi in un incubo di cui nessuno, prima, sospettava la profondità. E gli incubi di cui questo libro è stipato, insopportabilmente, sono tutti accomunati da un elemento che li rende ancor più scioccanti: non c’è tenebra, qui. Tutto avviene alla luce del sole. Basta camminare, ascoltare, guardare, e si vedono.
Antonio Moresco in una piccola ma giusta lettera aperta a Saviano comparsa ne Il primo amore (prima che scoppiasse una polemicuzza letteraria sulla quale glisso, avendo sempre trovato miope o in malafede chi faceva questioni narratologiche intorno a un testo del genere) ha detto una cosa sacrosanta: «È un libro che fa onore a te e a chi, in Mondadori, te l’ha pubblicato. Dovrebbero farne avere una copia al Presidente della Repubblica, ai presidenti dei due rami del Parlamento e a ogni neoeletto deputato, perché sappiano com’è veramente il paese dove vivono e che rappresentano».
Moresco non esagera di una virgola. Io di mio aggiungo, sarà forse maramalderia, che magari i politici sono tra i pochi a saperle, certe cose, e piuttosto Gomorra dovrebbe diventare un libro di testo alle scuole dell’obbligo, insieme a Dante e Manzoni. Non invece di, sia chiaro, ma insieme a. Chi non lo ha letto non può che trovare scandalosa una simile affermazione, è evidente, tuttavia chi scrive queste righe ritiene che nessun altro libro pubblicato in Italia da un secolo e mezzo a questa parte dica altrettanto sul carattere e sulla storia recenti del nostro paese. Astenersi puristi e amanti di canoni e classifiche, per favore. Non ho detto che è il più bello, ho detto che è il più importante.
Quando leggevo Gomorra, ripensavo all’inizio straordinario del Pasto nudo di Burroughs: «Quasi nessuno ricorda il delirio nei dettagli. A quanto pare io ho preso appunti dettagliati sia sulla malattia che sul delirio. Non ho un ricordo preciso degli appunti presi e ora pubblicati con il titolo Pasto nudo. Il titolo mi è stato suggerito da Jack Kerouac. Non ho capito che cosa volesse dire fino alla mia recente guarigione. Il titolo significa esattamente ciò che le parole esprimono: Pasto NUDO - l’istante, raggelato, in cui si vede quello che c’è sulla punta della forchetta».
Ecco, Saviano ha scritto il Naked lunch dei nostri tempi, e non nel senso del delirio, ma esattamente al contrario. L’esperienza di cui parla Burroughs non è obnubilazione, bensì esattezza, percezione improvvisamente definitiva, sfrondata di ogni illusione. Vedi quello che c’è sulla punta della forchetta, e che per lo più ci si ostina a non voler riconoscere.
Saviano nel suo libro guarda, per la prima volta, il mondo com’è, e ci insegna che l’Italia è una allucinazione collettiva. Tutta, da ogni punto di vista. L’Italia povera dove non c’è lavoro, l’Italia sfaticata che comunque non lo cerca o non lo vuole, l’Italia dominata dal Nord dove il potere sta di casa a Milano e a Torino, tutt’al più a Roma, l’Italia marginale sullo scacchiere internazionale, l’Italia belpaese, rovinato sì ma appena un po’, l’Italia dove in campagna comunque si vive bene e l’aria e l’acqua son buone, l’Italia che il peggior cancro malavitoso è la mafia siciliana, l’Italia degli italiani brava gente, l’Italia di quelli che si arrangiano ma in fondo son sempre un po’ pasticcioni e devono imparare dagli americani o dai tedeschi o dai giapponesi come si fanno le cose.
Leggetelo, e capirete che è tutto falso. Dire che questo libro è apocalittico è ancora poco.

3. Da qualche anno, la nostra letteratura sta cominciando a raccontare il Sud con voci finalmente diverse. Tre dei libri più importanti usciti negli ultimi anni sembrano, in vari modi, aver preparato la strada a Gomorra, e mi piace ricordarli qui, insieme, perché non se ne è parlato quanto avrebbero meritato.
Il primo - li cito in ordine casuale, né cronologico né di valore - è Passa la bellezza di Antonio Pascale (Torino, Einaudi 2005), un romanzo di una intensità fuori dal comune, molto superiore ai racconti che lo stesso Pascale aveva pubblicato ne La manutenzione degli affetti. Un libro sul lavoro nero, e sull’incredibile forbice differenziale che s’apre tra il mondo reale e la patinata immagine da telefilm che ogni discorso sul Sud, anche quando si vuole critico, ripropone corrivamente.
Il secondo è Sandokan (Torino, Einaudi 2004), di Nanni Balestrini, una sorta di Sentiero dei nidi di ragno dove, invece di una guerra partigiana, troviamo una guerra spietata tra clan, e al sommo della vicende - che un ragazzo dal basso osserva e racconta - lontano, quasi fuori quadro, si erge il feroce capoclan casalese Francesco Schiavone, detto appunto Sandokan, di cui anche Saviano riferisce a lungo.
Il terzo è Occidente per principianti di Nicola Lagioia (Torino, Einaudi 2004), specie nella sua ultima parte, ossia nel capitolo dedicato a Ciccio Fracasso, un pezzo di strepitosa intelligenza in cui si parla del contrabbando di cd e dvd masterizzati. Il boss Ciccio Fracasso (alias Fracanzano, alias è perfino inutile dirlo...) insegna ai suoi incauti e casuali ospiti che se una volta le Nazionali finte di contrabbando sapevano di sabbia, ed erano terribili da fumare, oggi la duplicazione di un originale crea un altro originale, non una copia. Altro che aura benjaminiana! Quell’episodio, in cui la prosopopea della malavita organizzata spiffera a noi illusi lettori che non è più soltanto con le armi la droga e la prostituzione, che si costruiscono gli imperi del crimine, lo trovo un preciso antefatto di quanto Saviano sarebbe venuto raccontando.

4. Le tonnellate di merce cinese che vanno a stipare edifici sventrati dal pianterreno al tetto, i falsi Armani e Versace in passerella, le discariche abusive, i ristoranti in terra inglese, le spiagge esotiche usate per lo stoccaggio dei rifiuti tossici, la contro-cultura della camorra, e naturalmente il cemento, più di ogni altra cosa il cemento: ognuna di queste voci riceve in Gomorra un trattamento narrativo indimenticabile. Il generale russo che inventò il Kalashnikov e gli diede il nome, visitato nella sua casa e omaggiato come un divo, il delirio parahollywoodiano della villa di Schiavone (non Francesco, suo fratello, posseduto dal mito di Scarface), e la profanazione che Roberto racconta di averne fatto, gli efferati connubi tra superstizione, fanatismo religioso e prassi criminale, la scena sconvolgente dei così appellati «Visitors», ossia dei tossici all’ultimo stadio convocati in una piazza per provare su di loro, cavie vive, il taglio e la tollerabilità di una partita di eroina - potrei ricordarne moltissime altre - sono epifanie di una contemporaneità che partecipa del carattere implausibile della peggior fiction, in qualche misura ne è prodotto, mentre vi si pone agli antipodi in quanto a crudezza. Così, le scene di Gomorra si muovono sempre sul fil di lama dell’intollerabile, ci strappano gli occhiali ipocriti che siamo avvezzi a indossare, quelli attraverso i quali vediamo un mondo moderato anche nell’orrore. Qui ogni pagina partecipa della dismisura.
La frase più angosciosa e ricorrente che un lettore medio di Gomorra dovrebbe ripetersi è: «ma dov’ero io mentre succedeva tutto questo?». Perché non è il giovane Saviano a poter sapere ciò che sa grazie al suo esser nato e cresciuto nei territori della camorra, al suo lavoro minuzioso di osservazione, di ascolto, di catalogazione, di interpretazione. Questa è solo una parte della verità, quella comoda. Siamo tutti noi, al contrario, che non abbiamo voluto sapere.

5. In un passo di Gomorra che apparve nel 2005 su «Nuovi Argomenti», un numero monografico dedicato a Pasolini e intitolato Io so, in omaggio al più famoso degli Scritti corsari, si misura appieno la distanza assoluta tra Saviano e Pasolini. «Io so - gridava il futuro Poeta Assassinato dalle colonne del “Corriere” - ma non ho le prove». Quello era il segno, inequivocabile se anche non ne fossero stati approntati mille altri in precedenza, che Pasolini si offriva come un martire. Aveva ragione, ma è indifferente. Perché con un martire non si dialoga. Tutt’al più lo si rimpiange, esattamente ciò che è avvenuto in Italia nei trent’anni successivi alla tragica notte di Ostia. Ma le lacrime, o l’offerta votiva a un altare, sia pure laico, sono una non-comunicazione. Vox clamantis in deserto, questo era Pasolini, e questo gratificava il suo narcisismo. Saviano riscrive il pezzo di Pasolini con un incipit folgorante, che ne rovescia totalmente il significato: «Io so, e ho le prove». L’uno speculava sulla sua credibilità di diagnosta politico, sul suo prestigio di commentatore, sul riconosciuto acume dei suoi occhi, sulla maieutica della sua parola onnipervasiva. Cioè parlava di sé, chiedeva fiducia, fede. L’altro no, si mette completamente da parte. Sono le prove che parlano.
Roberto Saviano non è un eroe, e non è un martire. È uno scrittore di straordinario coraggio e di non comune potenza, che ha deciso di metter da parte a un tempo l’astuzia e la viltà, due delle marche più tipiche degli intellettuali di questo paese. Non è con i proclami o con gli slogan o con la commozione che gli saremo di qualche aiuto, sebbene io sia certo che lui andrà avanti, se necessario, anche da solo, come ha fatto finora. In un tempo in cui le armi e il denaro paiono onnipotenti, Saviano ha rimesso a nuovo il potere deflagrante, inarrestabile, della parola. Una parola significante, non frustrata o imbelle o peggio imbellettata. Una parola che vuol dire dialogo, cioè civiltà.

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