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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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06 - Die Fackel e il fiammifero

Questi qui di anni diciannove

martedì 26 settembre 2006, di Lorenzo Flabbi

Sull’autobus per Siena guardo fuori e mi chiedo dove siamo. Nel disvelamento del senso, deliquio insipido e sciapo trasportare gli anticorpi. Sballottato dalle curve sento vincere istanze di deriproduzione. Lo scavo si è esaurito, senza purezza. Dispero.
Sul treno Milano-Firenze del 5 giugno 2006 ho conosciuto Nasim A.: iraniano senza documenti, si è fatto passare per iracheno (che idea? Consigliato da chi? E a quale scopo?) alla frontiera con la Francia, dove l’hanno fermato tre volte. Vuole andare in Inghilterra. Non parla inglese (ne gestisce un vocabolario di una ventina di parole) né altre lingue a me note (ma ne padroneggia almeno tre o quattro). Deve assolutamente arrivare a Roma dove qualcuno che lui ancora non conosce può forse ospitarlo un po’ e passargli qualche soldo. L’indirizzo dell’appuntamento è segnato su un foglietto che mi mostra come prima cosa. C’è scritto pasu pupuli. Piazza del popolo, suppongo, ma non c’è segnato altro. La piazza è grande, big, big, e faccio ampi gesti con le braccia.
Ha quattro euro in tasca. Io venticinque. All’inizio non vuole che gli offra la colazione, poi accetta. È stato, scopro poco a poco, per 190 giorni prigioniero della Naj, il servizio segreto iraniano, in quanto attivista del partito socialdemocratico (conosce infatti i nomi di Marx, Engels, Lenin, Mao, storpia graziosamente quello di Guevara in un modo che ora non ricordo), è stato torturato con fuoco e sigarette (ne vedo i segni sul dorso della mano sinistra, me ne mostra altri su entrambi gli avambracci).
Non ha il biglietto. Il primo controllore - partiti da poco da Milano - ha nicchiato un po’, sul tipo non voglio problemi, ma fate pure. Ci sediamo uno affianco all’altro in direzione di marcia. Ne arriva uno tra Bologna e Firenze, giovane e dall’aspetto dell’italiano del sud, tipo siciliano: molto scuro di carnagione, testa piccola, alto e slanciato. Lo intercetto prima che entri nel nostro vagone, gli spiego la situazione. Dice subito che Nasim deve scendere “io questi qui decido io, e scendono”. Ha l’accento emiliano. Va da Nasim e gli chiede il biglietto. Nasim mi guarda: Che faccio? Poi gli chiede i documenti. Gli mostra il foglio di via della polizia di Modane. Il controllore gli richiede i documenti. Per fortuna arriviamo a Firenze e il controllore deve compiere i gesti consueti di ogni stazione, e per il momento lo lascia al suo destino, il che significa che, non essendoci altre fermate intermedie, almeno arriverà a Roma, pagando il biglietto sotto forma di ennesima umiliazione pubblica.
Prima, viaggiando, Nasim mi aveva recitato a memoria (in iraniano? In arabo? Lui comincia a parlarne dopo che io gli dico il nome di Omar Kayyam. Per lui è una vera
sorpresa sentire quel nome: è da lì che si accende un po’. Nasim non è un intellettuale: è un ragazzo di 19 anni) qualcosa che non riusciamo a spiegarci - di uno scrittore che dice di essere francese: “Carò” lo chiamava . A me fa un po’ ridere, ma non lo mostro, il pensiero che non conosca Dante (avevo il Purgatorio sul tavolino. È da lì che passiamo a Kayyam) ma che possa conoscere Annibal Caro o Elme-Marie Caro. Altri Carò non mi vengono in mente.
Scendo a Firenze. Non ho la prontezza di chiamare subito Massimo per chiedergli qualche numero utile: FILEF, Amnesty, altre associazioni che sappiano consigliarlo. Quando lo faccio è troppo tardi, il treno è già ripartito. Un po’ fuori di me voglio continuare a credere al mondo e chiedo a delle guardie giurate cosa sarebbe meglio che faccia, una persona nella sua situazione: nell’esporla faccio notare che lui combatteva contro gli iraniani cattivi, che sono anche nemici nostri e degli americani. Loro (uno sulla quarantina, l’altro qualcosa di più) dicono ridendo che quello lì andrebbe arrestato anche qui.
In viaggio con Nasim abbiamo parlato di come varcare la frontiera con la Francia. Lui diceva a piedi, forse è una buona idea. Scendere a Bardonecchia (o Oulx) e farsela tra le montagne. Non dovrebbero esserci troppi controlli. Non è come tra Messico e Usa. Io gli suggerivo di comprare il biglietto del treno, magari giusto da Torino a Chambery, di radersi e mettersi tranquillo con un giornale italiano davanti, facendo finta di dormicchiare, magari scegliendo un posto in mezzo ad altri italiani o francesi di circa la sua età, per dare l’impressione di essere con loro in comitiva. Capace che passa il controllore, ma i doganieri non gli dicono nulla. A me il documento non lo chiedono quasi mai.

L’autobus per Siena arriva a Porta Nuova. Soffro sempre gli spostamenti su gomma, e questo tragitto intramaremmano in particolare. A quest’altezza ogni volta sono verde di carnagione, e oggi non fa eccezione. Penso a tutte le cose che abbiamo saputo nella nostra adolescenza e che abbiamo perso o dimenticato. Nasim sarà già arrivato a Termini. Peggio: che ci siamo ingegnati di contraddire, smentendole prima con la vita, poi con il pensiero, adattando questo a quella e in questo adattare stancandoci, deludendoci, fino a stancarci delle nostre delusioni, e così vivere in sospeso, basculando di incertezze, chiamando io qualcosa d’altro ormai e straniero, dopo aver mutato la posizione d’equilibrio fino al punto più vicino al suolo, preferendo andare slogati di baricentro basso che rischiare la quotidiana ecatombe di chi aspira a una libertà con pochi compromessi, e a quella tensione non rinuncia. Mi chiedo chi lo stia aspettando in pasu pupuli.

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