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04 - Recensioni

La voce del fiume - “Due fratelli” di Milton Hatoum

Milton Hatoum, Due fratelli, trad. Amina Di Munno, Marco Tropea Editore, Milano, 2005, pp.224.

venerdì 30 giugno 2006, di Mirko Francioni

In un’immaginaria geografia del romanzo, Due fratelli di Milton Hatoum potrebbe ritagliarsi un proprio spazio in un ideale capitolo dedicato ai corsi d’acqua. Il Rio Negro nel libro di Hatoum, le cui vicende si svolgono tutte nella città di Manaus che da quel fiume è lambita, è qualcosa di più di un semplice sfondo: sebbene quasi mai rappresentato direttamente sembra essere presente a tutti i livelli, come una sorta di matrice, per un romanzo che vive tutto nello svolgersi della trama, nell’evoluzione dei personaggi, nel moto di reciproco e progressivo allontanamento che li interessa, più che nella singola pagina. La città di Manaus d’altro canto, raccontata nel pieno del suo sviluppo sociale, politico ed urbanistico - la vicenda copre tutta la seconda parte del Novecento - non è meno presente, con il suo groviglio di relazioni e storie.
Un tempo ed uno spazio che sono in parte anche quelli della vita di Milton Hatoum [di cui qui un’intervista su SM di Alberto Sismondini, Ndr], nato a Manaus poco più di cinquant’anni fa da una famiglia di origini libanesi come quella dei protagonisti del romanzo. Non si pensi però al racconto di una vicenda autobiografica, piuttosto semmai alla radicale reinvenzione letteraria di certe atmosfere familiari e di elementi del vissuto, che il percorso intellettuale di Hatoum, segnato da una lunga permanenza in Francia e in Spagna, dagli studi di architettura e poi, delusa l’aspettativa di poter contribuire al progresso del Brasile con l’attività di architetto, dall’insegnamento universitario di letteratura francese e dalla traduzione di autori come Flaubert e Schwob, mette al riparo da qualunque spontaneismo.
È così che la nostalgia, pure presente nella scrittura di Hatoum, non si traduce mai nel rimpianto di paradisi perduti o in un facile esotismo di maniera. Si ha l’impressione piuttosto che motivi, da una parte, una maggiore accuratezza della rappresentazione - di qui la presenza di un lessico legato alla vita fluviale e al retroterra libanese -, dall’altra invece, che venga messa in scena: nel riaffiorare nella coscienza di chi invecchia di un legame forte con il passato arabo e mediterraneo, che le nuove generazioni non sono più in grado di percepire e alla luce del quale i tropici si fanno allegoria del proprio sradicamento.
Questa sensibilità, rispetto al lavoro ineguale del tempo e della storia sulla vita dei personaggi, trova una sua ragion d’essere nell’evoluzione che il narratore ha nel corso del romanzo.

A raccontare la storia di Due fratelli è Nael, una figura ad un tempo interna ed esterna al cerchio familiare che fa da teatro al conflitto di Omar e Yaqub, i due gemelli da cui il libro prende il titolo, figli di Zana e Halim, gestori di origini libanesi di una piccola ma redditizia attività commerciale. Nael è il figlio della serva, di Domingas, che la giovane coppia di sposi, adotta ancora bambina e che resterà per tutta la vita, riluttante ma incapace di andarsene, legata alla famiglia. Lo sguardo di Nael è quello di chi vede i padroni dall’interno, mantenendo però una distanza emotiva, di chi, fin dalla nascita, ha avuto modo di scaltrirsi in quella microfisica del potere, fatta soprattutto di non detto, in cui maturano l’obbedienza e la percezione della propria vita come colpa. Nael è perciò, in virtù di questa distanza e degli studi che riesce fortunosamente a svolgere, non solo testimone ma medium: è l’unico in grado di dar voce a conflitti che non trovano modo di verbalizzarsi. Così non solo il desiderio di libertà sepolto nel “cuore semplice” della madre, ma anche lo scontro dei gemelli, che si alimenta di un’incomunicabilità reciproca, troverà una voce, postuma, in quella del narratore. I due infatti vivono uno scontro che il linguaggio offerto dai mondi a cui appartengono, cifra del loro essere, non è in grado di tradurre: l’uno, all’apice della sua parabola esistenziale, trova un mezzo di espressione nella poesia simbolista, nell’aspetto sensuale del linguaggio; l’altro, ingegnere edile, parla invece la lingua muta delle formule matematiche.
È proprio in virtù di questa voce narrante allora, che il loro scontro acquista senso e verosimiglianza: la voce di Nael, naturalmente critica e politica, finisce per caricare questo conflitto di una valenza storica che lo trascende e per farlo oggetto di letteratura, della ricerca di un’unità perduta e di una verità a venire. È un conflitto che rispecchia quello più generale dei tempi che si intrecciano reciprocamente nel romanzo: un tempo della natura, legato al ritmo lento della vita del fiume ed un tempo storico, che arriva come un’eco a Manaus dalle città della costa e che alla fine, avrà la meglio: «Guardavo con stupore e tristezza la città che si mutilava e cresceva al tempo stesso, lontana dal porto e dal fiume, irriconciliabile con il suo passato».
A manifestarsi, nel romanzo di Hatoum, è quindi il potere del linguaggio nel suo duplice aspetto consolatorio e critico, di fronte al lavoro che il linguaggio del potere, dall’altro lato, attua su cose e persone, mutando il volto delle città, costringendo certe esistenze, anche solo con l’apposizione di un nome, alla marginalità e allo sfruttamento. Il romanzo di Hatoum è anche la messa in scena di come il potere del linguaggio maturi nel narratore, nutrendosi non solo di relazioni umane, di cultura, ma anche, più in profondità, dell’ascolto di una prosodia naturale. Alcune immagini, che potrebbero riassumere il ritmo del romanzo, dicono proprio di un momento in cui il giovane narratore riconosce all’esterno quella misura, che, solo molto più tardi, saprà ritrovare nella solitudine, abitata di presenze, della scrittura:

«Osservavo il fiume. L’immensità oscura e lievemente increspata mi dava sollievo, mi restituiva per un momento la libertà perduta. Respiravo solo nel guardare il fiume. Ed era molto, era quasi tutto nelle serate di riposo. A volte Halim mi dava qualche spicciolo e per me era una festa. Andavo al cinema, udivo il vociare della platea, provavo una sorta di stordimento nel vedere tante scene movimentate, tanta luce nell’oscurità. Dopo mi assopivo e dormivo, uno, due spettacoli, e mi svegliavo con la maschera che mi scrollava una spalla. Era la fine. La fine dell’ultimo spettacolo, la fine della mia domenica».


Questa recensione ?® stata precedentemente pubblicata su "L’immaginazione", n. 219, marzo 2006, p.50-51.

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