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Harold Bloom - Gesù e Yahvè. La frattura originaria tra Ebraismo e Cristianesimo

"Se il padre di Amleto fosse Lear, il suo fantasma ci aiuterebbe a capire la nostalgia di Gesù per Yahvè"

domenica 21 maggio 2006

Chi l’ha detto che Gesù non ha mai riso? Lo aveva messo in dubbio Guglielmo da Baskerville, lo aveva smentito Brian di Nazareth - ed ora riecco Harold Bloom, il maggior critico letterario anglosassone, definire il suo Yehoshua (figlio o meno tanto Abba che lo si debba considerare) come il fondatore della “intera ironia occidentale”. Lo fa già in apertura del suo Gesù e Yahvè. La frattura originaria fra Ebraismo e Cristianesimo (ma l’originale sottotitolo è The names divine, che vuol dire un sacco di tutt’altre cose) e lo ribadisce per tutto il godibilissimo libro. Amore quello di Gesù? Bloom è disposto a concedere al massimo che si tratti “più di un amore ironico che di una amorevole ironia”, ma non transige sul fatto che “l’amore di Yahvè consiste nel serbare l’Alleanza, né più, né meno”. Conscio come nessun altro che qualsiasi critica della critica deve chiedersi, con Nietzsche, “chi è l’interprete e che potere cerca di ottenere sul testo”, il Minosse di Yale giudica la reinterpretazione neotestamentaria della Bibbia poco meno di una truffa (“Nessun testo successivo ha mai dato compimento a uno precedente o lo ha anche solo corretto”), gli evangelisti dei “tardivi che cercano la potenza e sacrificano la verità nel momento in cui la proclamano incarnata a trascendere la morte”, e di Giovanni (suo principale obbiettivo polemico) dice che “ha la tensione omicida dei testi antisemiti”. In piena moda “Codice da Vinci” Bloom pratica il supremo snobismo di dirci, nella più completa trascuratezza del best-seller di Dan Brown (o magari del film di Scorsese), che secondo lui il Gesù storico è addirittura “riuscito a sfuggire all’esecuzione” e si è rifugiato nelle regioni ellenistiche dell’India settentrionale dove secondo alcuni si troverebbe la sua tomba. L’ebreo Harold Bloom ha letto per la prima volta i vangeli, da ragazzino, in una traduzione yddish, e proprio non sopporta che si dica degli ebrei che “hanno mangiato la manna e sono morti” mentre i cristiani vivranno in eterno, e ancora meno l’esproprio a scopo cristologico del salmo del Servo Sofferente, alla lettera in effetti dedicato al vetus Israel.

Il madrelingua inglese Harold Bloom sopravvaluta come al solito le traduzioni nell’idioma di Albione, e qua arriva a dire che il Gesù di Tyndale mette in ombra Amleto, anche se poi rileva giustamente che nel mondo anglosassone la Bibbia ebraica non viene sussunta, come invece nel cattolicesimo, dal Nuovo Testamento. Si può lodare di lui, come Longanesi di Croce, l’enorme capacità di incomprensione, ma bisogna sempre ricordare che quel che interessa a Bloom è la letteratura - e che la religione gli interessa solo in quanto (nelle parole di Wallace Stevens) non oppio ma poesia dei popoli (mentre la poesia, come viceversamente ovvio, è la religione degli individui) - e in questo Bloom dà il suo meglio.

Si sa che i vangeli sono “scritti male”, stesi come sono - in greco - da dei madrelingua aramaica, e l’imperfezione della Pentecoste si è attirata le ironie di Nietzsche (già che lo Spirito Santo aveva “insegnato” il greco agli apostoli, poteva anche insegnarglielo meglio); in italiano abbiamo un capolavoro “scritto male” come La coscienza di Zeno, Bloom indica invece Poe. Ma a prescindere dalla “bella scrittura”, Bloom individua ad esempio il principale nesso fra Nuovo e Vecchio Testamento, il tropo capovolto su cui si basa il sovvertimento del suo amato Tanakh. Mosè aveva chiesto a Dio il suo nome e questi gli aveva risposto: “Io sono colui che sono”. Qualcuno aveva chiesto a Gesù: “Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?” e Gesù aveva risposto “Amen amen dico: prima che Abramo fosse, io sono” (Gv 8:56-58), il che nell’ottica bloomiana serve a Giovanni ad ottenere “priorità, autorità e originalità” rispetto a Mosè, a far vincere a Giovanni come scrittore (e d’altronde è davvero il patrono degli scrittori) l’agone letterario con lo Yahvista (l’autore della Torah) come scrittore. A Giovanni viene d’altronde riconosciuto di essere un “miracolo di autocoscienza amplificata”, implicito modello per l’Amleto di Shakespeare, e la più bella trovata bloomiana di questo libro la si ha in tutto il parallelo Gesù-Amleto, con tanto di amplificazione che comprende i rispettivi padri letterari: Yahvè da una parte (e vabbè) e Re Lear dall’altra! “Amleto si vedeva come l’ambasciatore della Morte presso di noi, in un’ironica parodia del ruolo di Gesù come inviato divino” mentre “il tragico difetto di Lear è chiedere troppo amore come lo Yahvè dello Yahvista” e “se il padre di Amleto fosse Lear, il suo fantasma ci aiuterebbe a capire la nostalgia di Gesù per Yahvè”. Bellissima, ancora, l’assimilazione di Yahvè al principio di realtà freudiano (“il che fa sì che la sua adorazione costituisca una sorta di prova di realtà”), e l’identificazione di due mappe della mente concorrenti: una yahvistico-withmaniana, una bardo-freudiana (“l’uomo freudiano, come quello scespiriano, è radicalmente incompleto, deve innamorarsi o restare soffocato dal proprio ego ipertrofico” mentre “Withman imita la relazione di Yahvè con la Shekhinah - nel Cantico, secondo l’interpretazione di Akiba - interiorizzando la propria fantasia dell’Amante Interiore”).

Bellissime, infine, le pagine più schiettamente dedicate a quella che “per molti di noi” continua ad essere la “miglior risposta alla domanda: ‘Chi è Dio?’ (la rappresentazione più ovvia ma anche più convincente dell’alterità trascendente)”. Yahvè non è morto, per certi versi è tornato prepotentemente alla ribalta sotto forma di Allah, per altri si è oggi “autoesiliato dall’antica alleanza e ritirato nei cieli più remoti a coltivare la propria mancanza d’amore”. Bloom segue le orme del Suo autoesilio, a partire dalla Sua ultima apparizione, in Daniele 7:9-10, nella figura del Vegliardo, l’Anziano di Giorni, o già da prima, da quella Creazione che è avvenuta, forse, per “tzimt-zum”, per contrazione, con un “ritrarsi di Dio per creare il mondo”.
Yahvè non è un’entità teologica, è un “uomo” (forse per questo Bloom non sente la necessità di quell’idea bellissima, passataci col latte e col catechismo, per cui Gesù è la nostra immagine e somiglianza con Dio), un “uomo” che “non ha letto Platone” allo stesso modo in cui “Yeshua non era un cristiano, e senz’altro non un trinitario”. Le “formulazioni teologiche greche” vengono contrapposte alle “memorie esperienziali ebraiche” e quest’ultime, manco a dirlo, la vincono - pur nella consapevolezza che oggi come oggi “la Legge rimane ma chi l’ha data si è vaporizzato nella diaspora e nella sofferenza ebraica”; Auschwitz come l’ennesima distruzione del tempio. Persino in questa sua assenza “Yahvè, per quanto l’unica sua esistenza dimostrata sia quella di personaggio letterario, ci riduce allo status di caratteri letterari minori, semplici comparse attorno al protagonista supremo in un universo di morte”.


Harold Bloom, Gesù e Yahvè. La frattura originaria tra Ebraismo e Cristianesimo, Rizzoli, Milano 2006, traduzione di Daniele Didero, 280 pp., 18,5 €

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