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Riflessioni sulla critica dei poeti. #1/4

Introducendo studi su Luzi, Bertolucci, Zanzotto

venerdì 5 maggio 2006, di Matteo Veronesi

Pubblichiamo le pagine introduttive* di uno studio attento sulla critica dei poeti, la quale superando alcune barricate di scuola che rischiano di rivelarsi controproducenti e “rifiutando ogni dogmatismo teoretico e scientifico, riesce a dar voce ad un’istanza che nasce ’dal corpo stesso vivente della poesia’”.
L’indagine si concentrerà poi su Luzi, Bertolucci e Zanzotto, dei quali sono stati negli ultimi anni edite o riedite le riflessioni critiche.

Matteo Veronesi è dottore di ricerca in italianistica all’università di Bologna, con una tesi sulla concezione del critico come artista nella cultura italiana dall’estetismo agli ermetici. Ha scritto fra gli altri a proposito di Gian Pietro Lucini, Francesco Flora e Gabriele D’annunzio.

Come suggerisce Giulio Ferroni nelle sue pagine, vibranti di risentimento e pregne di profonda humanitas, intorno alla «morte della poesia» e alla «condizione postuma della letteratura», lo stato di impasse in cui versano, da un paio di decenni a questa parte, tanto la critica accademica, soffocata dagli eccessi del filologismo, dello specialismo, del tecnicismo, affetta da un’inguaribile attitudine logorroica, dalla «superfetazione del metadiscorso» stigmatizzata da George Steiner, quanto quella militante, ormai incapace di pronunciare giudizi sicuri, di vagliare efficacemente la sterminata produzione creativa contemporanea, ed esposta a strumentalizzazioni di carattere sia ideologico che commerciale, potrà essere superato anche attraverso una attenta valutazione degli esempi offerti dalla produzione critica di poeti come Luzi e Zanzotto, che rivela una «fortissima coscienza del "fare", delle condizioni in cui si muove la parola», e «una particolarissima disponibilità all’"ascolto" delle voci altrui» (1) .
Si ha la sensazione che, fino ad ora, questa valutazione sia sostanzialmente mancata. Vari orientamenti metodologici hanno, per diverse ragioni, concorso a distogliere gli studi letterari da quel sottile e vitale rapporto di reciprocità e di simbiosi che lega una critica creativa, soggettiva, profondamente partecipe e simpatetica, insomma in senso lato ’poetica’, ad una poesia che, specularmente, tende ad accentuare la propria componente di autocoscienza letteraria, di consapevolezza teorica e tecnica delle forme e dei modi che le sono propri.
Anche dopo che è stato superato l’aprioristico rifiuto crociano - frutto, peraltro, non già di ottusità o di miopia, ma piuttosto «di dolore e di amore», come si legge nelle pagine, a loro modo alte ed intense, dedicate alla poesia pura in Letture di poeti - della «sentenza che nell’arte sia "immanente la critica"» (ed è, si noti, proprio questa ’immanenza’ della critica all’arte a caratterizzare molte delle maggiori e più mature esperienze letterarie otto-novecentesche, da Poe a Mallarmé, da Pirandello a Valéry), sembra si sia ancora piuttosto lontani dall’aver pienamente còlto le specifiche problematiche legate a questi aspetti e a queste connessioni, a questa galassia di esperienze vive e di questioni aperte, alla poesia dei critici e alla critica dei poeti.
Le metodologie critiche legate in vario modo al formalismo e allo strutturalismo, con la loro ricerca di impersonalità, oggettività, scientificità, tendono per loro natura a limitare e a reprimere la creatività del critico, il suo libero e vivo rapportarsi alla realtà testuale, e, parallelamente, a trascurare la componente poetica che può essere insita nell’atto critico, e nel contempo, per così dire, a riservare allo studioso, allo ’scienziato della letteratura’, il ’monopolio’ delle facoltà critiche, il dominio esclusivo della coscienza letteraria, abbandonando invece l’individualità del poeta al flusso, solo in parte controllabile, dell’’autonomia del Significante’, rispetto al quale il poeta sarebbe ’parlato’ più che ’parlante’, succube di una materia verbale che vive di vita propria, che lo domina, gli sfugge, che se ne serve come di uno strumento inconsapevole e passivo.
Si potrebbe quasi dire che, paradossalmente, come le estetiche e le poetiche di matrice romantica e idealistica additano la scaturigine profonda ed oscura, l’etimo prerazionale dell’espressione poetica nell’intuizione e nell’ispirazione, così la teoria e la metodologia del formalismo e dello strutturalismo pongono alla radice dell’atto poetico un movente di natura puramente linguistica, verbale, ugualmente precluso, nella sostanza, alla razionale autocoscienza dell’autore. In ambo i casi, ad essere lasciate in ombra sono proprio l’osmosi e la compenetrazione di facoltà creatrice e facoltà critica.

Anche uno studioso come Cesare Segre, che pure non ha mancato, negli ultimi anni, di cogliere i segnali del malessere della critica, e in pari tempo ha dialogato in modo abbastanza aperto, pur mantenendo inalterata la sua proverbiale fedeltà a valenze testuali il più possibile ’oggettive’, con l’estetica della ricezione e con la Decostruzione (2) , ha da ultimo ribadito la funzione «subalterna» - per quanto «nobilmente subalterna» - che la critica svolge rispetto alla creazione (3) .

Per Pier Vincenzo Mengaldo (uno studioso che sarebbe certo sbrigativo ascrivere tout court alla galassia dello strutturalismo, ma comunque incline, sulla scia della grande lezione di Contini, a soddisfare nel severo rigore dell’indagine filologica, stilistica e storico-linguistica un’esigenza di ’scientificità’ e di ’oggettività’), un approccio che voglia mettere in relazione i versi di un poeta con la sua produzione critica conterrebbe in sé addirittura «qualcosa di irrimediabilmente contraddittorio», poiché una critica capace di «illuminare» la poesia di quel dato autore non potrebbe essere «indipendente» e «affrancata» da tale poesia, e perderebbe dunque «autonomia» e «validità» (4) (ove sarebbe forse lecito obiettare che la critica dei poeti, per non dire ogni vera critica, è ’autonoma’ e ’valida’ proprio in quanto strettamente legata e prossima all’esperienza poetica, alimentata dalla forza, dalla profondità e dalla libertà della stessa passione intellettuale ed umana, della stessa limpida ed incondizionata volontà di scandaglio introspettivo e conoscitivo e di conseguente e coerente ricerca stilistica, che animano la creazione poetica).

Anche la critica psicoanalitica, pur annoverando fra i suoi modelli e iniziatori Giacomo Debenedetti, che praticò e teorizzò un discorso critico inteso come autobiografia, narrazione, ’romanzo di un romanzo’, è stata in molti casi incline a trascurare la componente consapevole e razionale della creazione letteraria, vedendo quest’ultima come manifestazione simbolica, in massima parte irriflessa, di contenuti psichici latenti, e, in pari tempo, a considerare il critico non già come artista e come scrittore, ma come ’analista’, come ’scienziato’ in possesso di metodi d’indagine oggettivi. In questa tendenziale svalutazione di quella che Adorno chiamava la «razionalità estetica», la critica psicoanalitica sembra essersi spesso dimenticata che, come osservava Jung in Il problema dell’inconscio, accanto ad opere (si pensi alla «scrittura automatica» dei surrealisti) che «s’impongono all’autore», «sgorgando» dalla sua penna «come un tutto unico», e che «portano con sé la propria forma», ve ne sono però altre (e fra queste, aggiungo io, la maggior parte dei testi chiave della modernità letteraria) che nascono «dall’intenzione e dalla decisione cosciente dell’autore», che in esse esercita «il suo giudizio più acuto» (5) .

È proprio su questo terreno, sul piano di questa fusione tra istinto creatore e coscienza riflessa della creazione, che il poeta ed il critico possono conciliare ed unire le loro attitudini e le loro facoltà.
Il solo approccio metodologico che, a mio avviso, possa consentire di cogliere appieno il significato e il valore della critica dei poeti - o, più in generale, di ogni critica che si ponga come attività creativa e come forma di scrittura letteraria - dovrebbe nascere da una fusione, accortamente e cautamente eclettica, fra gli strumenti offerti dalla fenomenologia di matrice anceschiana e alcune vive suggestioni giunte, negli ultimi decenni, dal post-strutturalismo americano.
Era proprio Luciano Anceschi a segnalare la peculiarità della «critica dei poeti», una critica che, muovendosi entro il «recinto sacro del fare», rifiutando ogni dogmatismo teoretico e scientifico, riesce a dar voce ad un’istanza che nasce «dal corpo stesso vivente della poesia» (6) . E Geoffrey Hartman, in quella sorta di vangelo della decostruzione che è La critica nel deserto, ravvisa proprio nella grande critica dei poeti e degli artisti (da Poe a Baudelaire, da Wilde a Mallarmé) una diretta anticipazione della «prosa libera», della «densa écriture» di Derrida «terapeuta del linguaggio» (7) , che, come si avrà modo di vedere, eserciteranno un certo influsso su Zanzotto.

Se, come detto, la critica ufficiale non sembra aver dedicato alla critica dei poeti e all’interazione tra critica e poesia l’attenzione che meritano, certa recente editoria, maggiore e minore, ha invece, molto opportunamente, dato spazio e risalto proprio alla prosa critica e saggistica di alcuni fra i massimi poeti italiani del secondo Novecento.
È stato proprio il succedersi di alcune recenti edizioni e riedizioni, e non già la volontà di proporre un’ennesima, fallace ’triade’ a livello di storiografia letteraria, ad occasionare l’accostamento di Luzi, Bertolucci e Zanzotto; accostamento che, comunque, può forse suggerire una possibile linea evolutiva della critica dei poeti, che parte da due esponenti della cosiddetta ’generazione di mezzo’ per arrivare ad una grande esperienza poetica, sostanzialmente isolata e tuttora in fieri, che muove da premesse surrealiste ed ermetiche per poi dialogare - in modo personalissimo e anche apertamente polemico - con lo sperimentalismo e l’avanguardia, senza peraltro venire mai meno ad una persistente valenza significativa, conoscitiva, in certi repentini e folgoranti squarci anche lirico-evocativa, della parola poetica.



Note

1 - GIULIO FERRONI, Dopo la fine, Torino, Einaudi, 1996, p. 43.
2 - Mi riferisco a CESARE SEGRE, Notizie dalla crisi, Torino, Einaudi, 1993.
3 - Si veda CESARE SEGRE, introduzione a ID., Ritorno alla critica, Torino, Einaudi, 2001, p. VIII.
4 - PIER VINCENZO MENGALDO, Appunti su Fortini critico, in ID., La tradizione del Novecento, seconda serie, Torino, Einaudi, 2003, p. 359.
5 - CARL GUSTAV JUNG, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna, Torino, Einaudi, 1964, pp. 38-39.
6 - LUCIANO ANCESCHI, Gli specchi della poesia, Torino, Einaudi, 1989, pp. 116-117. Si può vedere anche, dello stesso, Fenomenologia della critica, Bologna, Patron, 1966, pp. 20-25.
7 - GEOFFREY H. HARTMAN, La critica nel deserto, Modena, Mucchi, 1991, pp. 200 e 211 sgg.


Lo studio, che qui proponiamo suddiviso in quattro parti, è comparso come saggio unico sulla rivista "Atelier". Questa la referenza bibliografica precisa: Matteo Veronesi, "Riflessioni sulla critica dei poeti (Luzi, Bertolucci, Zanzotto)", in "Atelier", IX, 2004, n. 33, pp. 57-73.

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