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Raduan Nassar: Oggi, all’alba

Un racconto inedito in Italia

lunedì 14 luglio 2003, di Alberto Sismondini

Raduan Nassar nasce a Pindorama (Stato di S. Paolo) il 27.11.1935, settimo figlio di genitori libanesi, giunti in Brasile 15 anni prima. Trasferitosi a S. Paolo frequenta i corsi di Filosofia e Diritto, alternando queste attività con l’allevamento (da bambino furono piccioni, poi pesci rossi e da adulto conigli). Giornalista, dirige e poi abbandona il settimanale "Jornal do Bairro", giunto sotto la sua guida a una tiratura di 160.000 copie. Collabora con gli amici: Hamilton Trevisan, Modesto Carone, José Carlos Abbate.

In poco più di un decennio (dal ’68 al ’78) sorgono i testi da lui pubblicati: "Lavoura Arcaica" (1974), Rio de Janeiro, José Olympio, "Un copo de còlera" (1978), Rio de Janeiro, José Olympio, ("Un bicchiere di rabbia", tr. it. di Amina di Munno, Einaudi 2002) e una serie di racconti brevi raccolti poi sotto il titolo "Menina a Caminho", Sao Paulo, Companhia das Letras , 1997.

Da "Un copo de colera" è stato tratto il film omonimo di Aluizio Abranches che ha riscosso un grosso successo in Brasile e che si è affermato anche in Italia.

Successivamente dichiara di non voler più avere a che fare con la letteratura. Si ritira in una sua proprietà/fattoria, dove tuttora vive, muovendosi verso S. Paolo di tanto in tanto. Il racconto "Hoje de Madrugada" (Oggi all’alba) è del 1970, inedito fino al 1996 quando viene pubblicato nei
Cadernos da Literatura Portuguesa dall’Instituto Moreira Salles, e poi incluso nel "Menina a Caminho". Non ne esistono ancora edizioni italiane. Qui un saggio approfondito di Sismondini su Nassar (in francese).
(as & lf)

Traduzione di Alberto Sismondini

Quello che registro ora è accaduto oggi, all’alba, quando la porta del mio studio si aprì dolcemente, senza che lo avessi notato. Alzai per un istante gli occhi dalla scrivania e trovai lo sguardo smarrito di mia moglie. Scalza, entrava come un ladro. Indovinai subito il suo corpo osceno sotto la camicia da notte, così come la tensione nascosta nella mollezza di quelle sue braccia, energiche in altri tempi. Una volta entrata, rimase stretta, lì, contro un angolo, a guardarmi. Lei non diceva nulla, io non dicevo nulla. Sentii per un istante che mia moglie sosteneva appena la testa sotto il peso di cose così confuse, lei stava pensando che anch’io mi stessi sbagliando, in quell’ora assurda in cui raramente lavoro, io che non avevo lavoro.
Arrivai a pensare che lei arrivasse a crollare, ma continuai a non dire nulla, anche sapendo che qualsiasi parola banale avrebbe potuto, chissà, tranquillizzarla. Ad occhi bassi, passai a scarabocchiare il retro di un foglio usato, e continuammo, i due quieti: lei rincantucciata lì nell’angolo, gli occhi su di me; io qui, sulla scrivania, i miei occhi sulla carta che scarabocchiavo. In mezzo, prima uno e poi un altro scricchiolio del legno del pavimento.

Non mi mossi nella sedia quando mi resi conto che mia moglie abbandonava il suo canto, non alzai gli occhi quando vidi la sua mano prendere il blocnotes che tengo tra le mie carte. Fu una calligrafia rapida e nervosa, fu una frase corta che lei scrisse, spingendomi il blocnotes intero, senza staccarne il foglio, affinché potessi metterlo a fuoco: "Sono venuta in cerca d’amore" era scritto, e in ogni lettera era facile udire una richiesta gridata di soccorso. Non dissi nulla, non feci un movimento, continuai con gli occhi inchiodati sulla scrivania. Ma poco dopo potei vedere la sua mano prendere di nuovo il notes per restituirmelo quasi subito al mio sguardo: "Rispondi" aveva scritto più in basso con caratteri disperati, era un gemito. Rimasi un tempo senza muovermi, anche se sapevo che lei soffriva, che chiedeva in supplica, che mendicava affetto. Cercai di collocare al suo posto (e fu uno sforzo) la sua immagine remota, illuminata, provocatoriamente altera, che ora offriva la nuca al colpo di grazia. E lì, dall’altro lato della scrivania, mia moglie si stringeva le mani, e aspettava. Interruppi lo scarabocchio e scrissi senza fretta: "Non ho affetto da dare", non avendo cura nemmeno di spingerglielo indietro, ma non ce ne fu bisogno, la sua mano, con l’avidità di un becco, si lanciò sul mangime amaro che io, per noncuranza, avevo lasciato scappare tra le mie dita. Mantenni gli occhi bassi, mentre lei posava il notes sulla scrivania con calma e zelo sorprendenti, era così forse che cercava di rifarsi del suo impeto.

Non si attardò, mia moglie fece il giro della scrivania e subito la sua ombra dietro la sedia, le sue unghie sul dorso del mio collo, accarezzandomi le orecchie, mentre vi passava sopra, raspando il mio cuoio capelluto, le sue dita tremule penetravano tra i capelli dalla nuca.

Senza voltarmi, alzai il braccio, chiusi la mia mano in alto, ritirando la sua da laggiù come se ritirassi un oggetto putrido, ma improvvisamente freddo, perduto tra i miei capelli. Feci scendere lentamente le nostre mani fino a dove arrivava la lunghezza del suo braccio, e fu in quel momento che io, con un gesto chiaro, abbandonai la sua mano in aria. L’ombra alle mie spalle si mosse, il panno della camicia da notte abbozzò un volo largo, fu in un solo slancio verso la finestra, c’era addirittura del vero in quel punto di teatralità. Ma le veneziane erano chiuse, lei non aveva di che vedere, neanche attraverso le fessure, l’alba ancora risuonava là fuori.

Spiai per un istante: mia moglie era di spalle, la mano sospesa sulla bocca, si mordeva le dita.

Quando venne alla finestra, rimanendo nuovamente di fronte a me, dall’altra parte della scrivania, non mi sorpresi per il laccio disfatto della scollatura né per i seni flaccidi tristemente esposti, e neppure per il tratto di demenza che ne pervertiva il volto. Ripresi a scarabocchiare mentre lei stendeva le mani sulla superficie e, sotto la scrivania, dove avevo i piedi scalzi sulla trave poggiapiedi, né mi sorprese l’abilità del suo piede, che toccava con la punta delle dita la pianta del mio, sondando come un clandestino, la mia pelle nel sottosuolo. Più sicuro, fiorente, licenzioso, il suo lungo piede si perse sotto il panno del mio pigiama, sfregandosi tra la densità dei peli, salendo baldanzoso, lambendo la mia gamba come una fiamma. Feci il tentativo dolcemente, il suo piede dall’inizio si attraccò testardo alla barra, e brigava, resisteva, ma senza fretta mi staccai da lui, raccogliendo i miei piedi che incrociai sotto la sedia. Tornai ad alzare lo sguardo, la sua postura, sebbene eloquente, era di pietra: la testa gettata con uno slancio all’indietro, i capelli sciolti senza che le toccassero le spalle, gli occhi chiusi, due fregi umidi e brillanti circondando l’arco delle palpebre, la bocca spalancata, io non mento quando dico che non erano le labbra pallide, ma erano i suoi denti che tremavano.

In una partenza improvvisa, lei si diresse quasi solenne in direzione della porta, presto però frenando il passo. E si fermò. Ci siamo arrestati molte volte nella vita, ma supponendo che quella non fosse una fermata qualsiasi, non sarebbe stato facile scoprire che cosa aveva interrotto il suo andare. Può darsi che semplicemente si assoggettasse a un compito triviale da assolvere quando il giorno si fosse fatto chiaro. O era anche possibile che lei non intendesse la progressiva oscurità che s’installava per sempre nella sua memoria. Non importa che fosse per questo o per quel motivo, so solamente che, passato l’istante della supposta riflessione, mia moglie, le spalle cadenti, lasciò la stanza come una sonnambula.

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