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Il tarantismo oggi (3/3) - Tarantismo e transe

Sul rapporto tra transe religiosa e stati modificati di coscienza

martedì 25 aprile 2006, di Giulio Castellano

L’ultima parte (qui la prima e qui la seconda) del saggio di Castellano. Con in appendice una bibliografia ragionata.

Una corposa corrente dei più recenti studi relativi al tarantismo si prodiga nell’individuare una relazione tra le forme di transe “religiosa” che si scatenavano nell’antico rituale del tarantismo (e in altri culti di possessione tuttora esistenti in molte parti del mondo) e gli stati modificati di coscienza che oggi molte persone, soprattutto giovani, cercano di raggiungere attaverso la musica e la danza durante quelli che sono stati definiti i neo-riti metropolitani: i techno-rave-parties illegali, il rito del ballo del sabato sera in discoteca, e, quello che ci interessa maggiormente, il recente fenomeno dei grandi concerti di musica tradizionale salentina suonata in un contesto “tecnologico”. Nonostante le doverose differenziazioni tra queste diverse tipologie di happenings giovanili, esiste almeno un fattore comune che è rappresentato dall’elemento musicale: il ritmo, ossessivo e ripetitivo, della pizzica tarantata possiede notevoli affinità con la musica techno “pompata” dai sound system nei rave-parties e con la house-music “stordita” dal DJ in discoteca. Ripetitività che appare peraltro una delle caratteristiche fondamentali di tutte le “musiche da transe”.
Per transe o stato modificato di coscienza si intende uno stato di coscienza differente da quello ordinario. La transe può essere definita come una alterazione psichica, una riorganizzazione della coscienza, un cambiamento radicale del suo funzionamento abituale.
Nulla di incredibile o spaventoso: lo stato di sogno, lo stato di ipnosi, il dormiveglia, sono tutti stati modificati di coscienza che quotidianamente ognuno di noi sperimenta.
Per molti studiosi non è corretto, a differenza di quanto sostiene la psichiatria classica, considerare tutti gli stati modificati di coscienza come inevitabilmente patologici; essi sembrano piuttosto esperienze che presentano aspetti neuro-fisiologici particolari, poiché è fondamentalmente “la cultura, intesa come insieme di norme e credenze, che impone un contenuto e un significato; è la cultura e più precisamente l’immaginario sociale che, a seconda dei casi, può reprimere o facilitare la ricerca e l’espressione di determinati stati alterati di coscienza.” (12)
Per questo la ricerca di stati modificati di coscienza, lungi dall’essere caratteristica esclusiva delle società primitive (alla cui base troviamo sempre un culto di gestione di tali stati), è un comportamento universale connaturato all’essere umano. Essa dà luogo a pratiche diversificate a seconda dei diversi contesti culturali, perchè ogni società seleziona alcuni stati modificati e li socializza ritualizzandoli secondo forme specifiche. Secondo Gilbert Rouget “l’universalità della trance indica che essa corrisponde ad una disposizione psicofisiologica innata della natura umana, più o meno sviluppata, beninteso, secondo gli individui, mentre la variabilità delle sue manifestazioni deriva dalla diversità delle culture attraverso le quali essa trova una forma” (13) .
E se è vero che la transe è propria dell’indole umana e le sue manifestazioni si diversificano a seconda della cultura entro cui si produce, allora, la definizione di transe come “stato modificato di coscienza culturalmente elaborato, socializzato e ritualizzato” (14) , data da Bourguignon, Lapassade e Rouget è perfettamente coerente con questa affermazione.

Secondo Rouget la transe è uno stato inconsueto e passeggero che porta all’alterazione e all’intensificazione delle facoltà mentali e della forza fisica. In altre parole “la transe si presenta sempre [...] come un superamento di se stesso, come una liberazione [...], come un’esaltazione - talvolta autolesionistica - dell’io” (15) .
Lapassade, invece, si spinge oltre questa definizione capovolgendo paradossalmente i termini del discorso: la coscienza morale è quella veramente alterata perché deve assolvere alle esigenze della vita quotidiana, mentre “la coscienza cosiddetta alterata è al contrario originaria, è la coscienza dello stato primario, e non ‘secondo’, di fusione e di indistinzione. Ma dal momento che è tenuta sotto controllo, questa coscienza apparirà come alterata, ‘esplodente’ o anche ‘spezzata’ una volta che essa venga ritrovata e messa in libertà” (16) .
Gli stati modificati di coscienza sono dunque potenzialità insite in ciascun individuo perché ognuno di noi ha una coscienza “diversa” che spinge per uscire sopprimendo i confini fra reale e fantastico.
Accanto alla transe di origine religiosa che affonda le sue radici in epoche lontane, oggi, all’interno di una società altamente tecnologizzata, si sviluppano nuovi tipi di dissociazioni che sembra possano avere dei legami con quegli antichi culti di possessione.
La religione è stata da sempre il luogo deputato della transe, il suo spazio privilegiato. Ma da quando la religione, almeno in Occidente, ha perso il suo potere indiscusso, la transe si svincola dalla ritualitá sacra e affiora negli ambiti più diversi e “profani”.
Nuovi fattori, come la telefonia mobile, internet e le droghe sintetiche, hanno modificato profondamente il tempo e lo spazio soggettivo: “[...] vi sono situazioni nelle quali il tempo non scorre e altre invece in cui è enormemente accelerato [...]. In entrambi i casi si arriva a una situazione di tendenziale abolizione del tempo: la dilatazione illimitata dell’istante coincide con l’illimitata frantumazione del continuo [...]. La modificazione temporale introduce una dimensione inedita, corrispondente a quella che sostiene e forma uno stato estatico” (17) . Oggi le masse hanno la possibilità di accedere a quegli strati di esperienze prima riservati a piccole comunitá di iniziati. Diventano relativamente frequenti e diffusi, soprattutto fra i giovani, quegli stati alterati di coscienza che cambiano la percezione della realtà, che creano l’illusione di sospendere il tempo della vita quotidiana e di far recuperare all’io l’interezza perduta attraverso transe liberatorie.

Una delle esigenze che sembra muovere i giovani verso la transe è la ricerca di una dimensione inedita, autonoma o per lo meno alternativa alle forze espropriative della società contemporanea. Quello che prevale nelle feste metropolitane (rave, concerti di pizzica e quant’altro) è un carattere ludico ed edonistico, la voglia di fare festa, di divertirsi per dimenticare tutto il resto attraverso la ricerca di una “fusione collettiva”, ideale unione con una folla di “simili”. Le giovani generazioni compiono attraverso questo rito urbano “l’esperienza della solidarietà e dell’appartenenza e dell’integrazione ad una collettività nuova” (18) . E proprio nel concetto di “festa” convivono tre elementi essenziali: il gioco, la rottura col quotidiano e, non a caso, la trascendenza. Il bisogno impellente dei giovani è quello di sfuggire a tutti i codici sociali, alle regole del comportamento istituito, oltrepassando la propria condizione e la propria identità attraverso momentanei stati modificati di coscienza.

È dunque possibile paragonare la transe “etnica” e liberatoria del tarantato agli stati alterati di coscienza vissuti dai giovani in quei rituali della modernità che sono, con i dovuti distinguo, i concerti di musica “attarantata”, i techno-rave parties illegali o le notti in discoteca?
Secondo alcuni studiosi sì, è lecito tracciare un parallelo tra la possessione del tarantato come veicolo per la soluzione di problemi profondi e l’ottundimento sensoriale provocato dalla musica, dalla danza, dalla droga e dall’alcol, attraverso cui le nuove generazioni cercano di liberarsi dalle alienazioni della vita quotidiana.
Lapassade, che come si è visto dà al termine transe un valore positivo, non condivide in pieno questa posizione,

Georges Lapassade

convinto che le condizioni sociali metropolitane non favoriscano l’emergenza di nuove pratiche di transe. Anzi, secondo l’etnologo francese, l’estrema tecnologizzazione e la razionalizzazione sociale del nostro tempo distruggono le transe tradizionalmente intese, tramutandole tutto al più in forme di alienazione, caratterizzate da una sorta di torpore intellettuale, di deprivazione sentimentale. L’individuo alienato delle metropoli, desensibilizzato dalla super-alfabetizzazione tecnologica, vive transe oggettivanti, possessive e antiestetiche, ostili alla comunicazione. Distruzione del sentimento e del contatto. Trionfo della necrofilia tecnologica e della deprivazione sensoriale.
L’unico legame realmente esistente fra l’antica transe “agricola” e questa metropolitana sembra essere la costante umana nel cercare delle dimensioni “altre”, per oltrepassare la normalità e accedere al trascendente, quand’anche questo legame non venga messo in discussione: il già citato Vincenzo Santoro, per esempio, categoricamente rifiuta “che si possa spiegare la crescita del movimento della pizzica con la ricerca di ‘stati modificati di coscienza’, in esplicito collegamento con la ‘transe’ del ‘tarantismo’ ma anche con il fenomeno metropolitano del ‘rave’. Nel Salento i concerti e le feste non sono frequentati solo da giovani, ma anche i vecchietti, le mamme con i bambini [...], insomma le famiglie al completo. La gente cerca il divertimento, la socializzazione, la musica e il ballo, e non certo la transe. [...] Ci troviamo di fronte all’espressione di un bisogno di socialità, alla riscoperta di un modo particolare di ‘stare insieme’ e del valore comunitario della festa, della musica e della danza” (20) .
È possibile forse trovare, forzando magari un po’ i termini, un’ultima, ulteriore affinità fra i due tipi di transe (arcaica e moderna) sul piano curativo e terapeutico. In fin dei conti l’essenza della transe, sia che essa si manifesti in un ritrovo rave o in un rito domiciliare di tarantismo, è sempre la “guarigione”, seppure temporanea e diversamente intesa, da ogni sorta di male di cui l’individuo soffre.

In definitiva, se il fenomeno, tutto moderno, del recupero metropolitano del “rito della taranta” sia più o meno collegabile, nell’ambito della transe terapeutica, all’antico culto di guarigione salentino, è una contesa tutt’ora aperta, fonte di numerosi convegni e dibattiti. Di certo sempre più diffuso sembra l’interesse verso la cultura, la società e la taranta salentina. Salvatore Colazzo, profondo conoscitore del Salento e delle sue “cose”, tenta di dare un riscontro a questo interesse:
“La taranta si propone come idonea accompagnatrice di chi cerca dimensioni di conoscenza ulteriore e forme di coscienza altre [...]. Sembra di intravedere nella diffusa passione per la taranta, specie tra i più giovani, un bisogno di riaprire il vettore del tempo, appiattitosi sull’unica dimensione del presente che, attraverso la potenza dei nuovi mezzi di comunicazione, attualizza il passato e rende impensabile pensare il futuro se non come perpetuazione dell’oggi.
Certo, c’è anche lo sfruttamento consumistico del fenomeno, il suo intersecarsi col business d’un turismo più o meno avido di esotismo a buon mercato; ma togliendo la scorza è possibile leggere un’ansia profonda, quella di una civiltà che è presa dall’inquietudine di recuperare l’uomo in un ordine più vasto, in un sistema di equilibri più complessi, nell’ambito dei quali tutto il rimosso da una ragione preordinata e orientata alla prassi efficace possa riemergere per essere integrato in una forma di conoscenza che oggi, in cui pure la comunicazione è sovrana, è quasi del tutto inattinta. La taranta e i suoi rituali sono percepiti come se in essi sia celato un messaggio remoto, [...] come se in essi vi sia la risposta a quell’inquietudine, che il più ampio benessere materiale, le più alte conquiste scientifiche e tecnologiche, pure avvincenti, non possono tacitare, l’inquietudine che accompagna come ombra l’umano errare, che solo ad avvertirla è in grado di rovesciare il senso delle cose” (20).



Note
Le note proseguono la numerazione della prima (qui) e seconda (qui) parte del saggio.

12 - Gilberto Camilla, Per una scienza degli stati di coscienza, introduzione ad “Altrove” (Annuario della Società Italiana per lo studio degli stati di coscienza, Sissc) 1, 1983, p. 14.
13 - Gilbert Rouget, La musica e la transe, Einaudi, Torino, 1986, p. 11.
14 - Georges Lapassade, Stati modificati e transe, Sensibili alle Foglie, Roma, 1993, p. 41.
15 - Gilbert Rouget, op. cit., p. 26.
16 - Georges Lapassade, Saggio sulla transe, Feltrinelli, Milano, 1980, p. 169.
17 - Elvio Fachinelli, La mente estatica, Adelphi, Milano, 1989, p. 91.
18 - Astrid Fontaine - Caroline Fontana, Raver, Sensibili alle Foglie, Roma, 1997, p. 28.
19 - Anna Nacci (a cura di), Tarantismo e Neotarantismo, Besa, Nardò, 2001, p. 43.
20 - Salvatore Colazzo, La taranta, oggi in www.amalteonline.com



Ernesto de Martino

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