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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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Il tarantismo oggi (1/3)

mercoledì 19 aprile 2006, di Giulio Castellano

Giulio Castellano ha cominciato a occuparsi di tarantismo almeno dai tempi della tesi in antropologia culturale discussa all’università di Genova. Attualmente risiede in Brasile dove sta per tenere un seminario sul tarantismo presso l’università Federale di Natal.
Le altre due parti del suo saggio verranno pubblicate sabato 22 e martedì 25 aprile.

In passato il tarantismo si delineava come un sistema culturalmente elaborato di liberazione dall’angoscia, un efficace processo di risoluzione dei conflitti psichici individuali e delle tensioni sociali. Il tarantismo offriva un preciso rituale terapeutico che prevedeva l’intervento della danza, della musica e dei colori. Il tarantato, incalzato dal potente simbolismo del ragno che morde, veniva accompagnato dai musicisti-terapeuti e dalla comunità tutta attraverso un violento quanto risolutore stato alterato di coscienza, momento cruciale del rito.
Il fenomeno del tarantismo riguardava quasi esclusivamente il mondo rurale salentino, ma si inseriva nel più ampio contesto di pratiche magico-prottettive che caratterizzava le civiltà contadine dell’intero Sud Italia (1) .
Già nel 1959 Ernesto De Martino intravide la profonda disgregazione culturale verso cui si avviava quello che lui definiva “esorcismo musicale-coreutico-cromatico”. L’antropologo napoletano imputava questo declino soprattutto all’azione omologante della religione cattolica, che, nel tentativo di sottomettere a sé forme di religiosità considerate pagane, aveva finito per frantumare “il tarantismo in una serie di grotteschi ibridismi senza avvenire, e soprattutto in una serie di crisi senza orizzonte”. Durante il culto cristianizzato della taranta San Paolo nella cappella di Galatina “il tarantismo si spogliava di ogni dignità culturale, di ogni efficacia simbolica [...]” (2) .
Anche quel tarantismo, già profondamente disgregato agli inizi degli anni Sessanta del XX secolo, è oggi del tutto scomparso.
Le motivazioni che hanno trascinato questo ultimo tarantismo ad una rapida e totale estinzione sono da iscrivere anche nel quadro degli impressionanti mutamenti socio-culturali degli ultimi decenni del XX secolo.
Le spiegazioni popolari (degli attori sociali che agivano nel tarantismo) ovviamente non fanno alcun riferimento all’analisi dei fattori di natura economica, storica e sociale che possono aver portato all’estinzione del tarantismo; esse sono piuttosto la logica conseguenza della convinzione, antica e indiscutibile, dell’esistenza della “famigerata” taranta. Alcune testimonianze raccolte non più di quindici anni fa mostrano come la scomparsa del tarantismo venisse imputata al fatto che la taranta non risultasse più nociva all’uomo perché i “veleni” contenuti nei moderni concimi avevano alterato l’equilibrio della fauna. Ancora nel 1993, il contadino novantenne Luigi di Acaya (intervistato dallo studioso Maurizio Nocera) affermava con convinzione: “Le medicine che gettano ora, che irrorano dentro le campagne con il ‘Seccatutto’, quanti animali ci sono tanti ne distruggono. Adesso tutto è stato distrutto con questo diavolo di medicine, perfino le taragnole, le civette, tutti gli uccelli che prima facevano del bene alla campagna”(3). Se non ci sono più tarante, non ci sono più nemmeno le tarantate, perché la tarantola è fredda, “non va in fecondazione per la generazione” e per questo motivo “non danneggia, non ostacola, non ti fa male”. Una volta, invece, “in tutti i terreni, che erano sani, le tarantole erano molte e siccome prima tutte le donne erano contadine, andavano a raccogliere le olive e andavano alle viti, maggiormente si sentivano male” (4) , ricordava il celebre violinista terapeuta Luigi Stifani.
Ma lasciato il campo dell’immaginario popolare (che pur conserva la sua dose di saggezza), in realtà sappiamo bene che ad essere mutato non è soltanto l’equilibrio ecologico delle terre salentine; è soprattutto il contesto economico e socio-culturale alla base dello stile di vita ad aver subíto le più grandi trasformazioni.
L’assoluta mancanza di certezze che caratterizzava la vita di una società prevalentemente contadina come quella coinvolta nel fenomeno del tarantismo si svuota oggi di ogni significato. Tutta una serie di monolitiche avversità diviene esclusiva materia dei racconti dei nonni: scompaiono i rischi legati all’incontro con animali pericolosi o la ciclica incertezza del raccolto; l’angoscia derivante da situazioni di indigenza, miseria e povertà perde consistenza; il tormento per un amore negato non esiste quasi più; la donna, spesso in posizione di estrema subalternità rispetto all’uomo, si è emancipata.

Sono insomma venute a mancare le condizioni che portavano a quella che De Martino definiva “crisi della presenza”: non riuscire a superare i contenuti critici dell’esistenza, sentirsi inadatti al presente.

Il rito del tarantismo costituiva allora una “forma di protezione culturalmente istituzionalizzata” che difendeva appunto la presenza, l’esistenza, oppressa dalle alienazioni individuali alle quali il tarantismo offriva un orizzonte di evocazione, deflusso e risoluzione. Grazie alla terapia coreutico-musicale-cromatica, il tarantismo reintegrava l’individuo sofferente all’interno della comunità.
L’attuale situazione economica e socio-culturale del Salento è ovviamente molto differente rispetto a quella di quasi mezzo secolo fa, all’epoca in cui De Martino registrava gli ultimi rantolii del tarantismo.
Oggi la “questione meridionale” (di cui proprio De Martino si faceva sostenitore culturale all’inizio degli anni Sessanta) ha radicalmente cambiato prospettiva. Un Sud Italia socio-economicamente arretrato è una immagine non piú troppo attinente alla realtá. Piuttosto, nonostante ancora oggi sussista un certo divario economico fra Nord e Sud, si registra un fenomeno (misurabile su scala mondiale) di livellamento culturale, dovuto in larga parte alla massiccia invadenza dei mass-media e all’acculturazione globale-informale.
Il Salento è oggi una “società post-industriale”: il settore terziario fornisce la prima fonte occupazionale, il lavoro puramente esecutivo tende a ridursi, crescono le mansioni intellettuali, informatiche, di marketing e di controllo.
A livello individuale i cambiamenti rispetto ad un non lontanissimo passato sono forse ancora più profondi: mutato è il senso morale, mutato il sentire religioso, i valori, l’ordine familiare; la condizione generale della donna nella società è migliorata.
Tuttavia nel Salento ancora esistono vaste aree di crisi economica. Come accennato poc’anzi, si espande sempre piú subdolamente la massificazione perseguita dai mezzi di comunicazione che, dietro l’apparente democrazia dei consumi, appoggiano un sistema essenzialmente monopolista, fonte di disoccupazione, emarginazione e insicurezza sul futuro.

In maniera efficacemente sintetica Luigi Chiriatti elenca le cause economiche e socio-culturali che hanno consegnato il tarantismo all’estinzione. Esse sono:
“evoluzione generale del Salento, migliore condizione di vita, migliore organizzazione del lavoro; emancipazione sociale, culturale, economica e politica del soggetto più a rischio del tarantismo: le donne. La famiglia si è trasformata da patriarcale a mononucleare; gli anziani e i vecchi rituali non costituiscono più punti di riferimento; ed il cerchio magico-rituale-difensivo di una comunità a base contadina si è definitivamente spezzato. La TV e un’informazione istantanea di tutto ciò che accade nel mondo, senza intermediazioni, hanno creato l’illusione di essere al centro del mondo, a torto o a ragione. Come sia sia, il fenomeno ha perso le sue radici rituali. Non si presenta più come una disgrazia ed un onere; abbiamo, in definitiva, superato la cultura della sofferenza. Sono scomparsi i vecchi saloni da barba, centri di cultura musicale e serbatoi materiali di suonatori di tarantate” (5) .

Appare quindi del tutto comprensibile come l’interazione fra istituzione ecclesiastica e mutato contesto socio-culturale abbia accelerato l’estinzione del rito magico-religioso del tarantismo, divenuto ormai incongruente alle sue funzioni sociali.

L’attuale civiltà globale dei consumi non lascia dunque spazio al fenomeno del tarantismo classicamente inteso, avendo estinto le sue connotazioni di miseria economica. Ma è anche vero che alla trasformazione di un determinato modello di società si accompagna spesso una risemantizzazione dei significati di un prodotto culturale, una diversa maniera di connotare un oggetto sociale. Tali cambiamenti presuppongono una defunzionalizzazione, ossia una perdita di significato del segno, a cui può seguire una rifunzionalizzazione che, nel nostro caso, apre il tarantismo a nuove connotazioni comunicative.
Di fatto attualmente é in corso un processo di recupero e riadattamento delle antiche modalità rituali del tarantismo. Esse vengono rielaborate, mescolate, inserite dentro un nuovo contesto socio-culturale per mezzo di quelle che M. J. Herskovits definisce dinamiche di ritenzione, reinterpretazione e sincretismo.
Per ritenzione si intende la conservazione di un arcaico schema culturale. La reinterpretazione consiste nella rielaborazione della definizione di quell’oggetto sociale. Il sincretismo, che nel tarantismo permetteva al rito “pagano” di sopravvivere alla religione cristiana, oggi è la dinamica per mezzo della quale la società salentina si costruisce un’identità culturale creata attorno al tema del tarantismo.
La società salentina sta esplorando da qualche anno a questa parte quella fase detta della “liminalità”, una periodo di transizione da una struttura sociale data ad una sostanzialmente nuova. La nozione di “liminalità”, studiata a fondo dall’antropologo Victor Turner, indica quella zona di confine che si viene a creare tra contesti socio-culturali già definiti e nuovi assetti. Turner asserisce che la liminalità consista “nella scomposizione della cultura nei suoi fattori costitutivi e nella ricomposizione libera o ludica dei medesimi in ogni e qualsiasi configurazione possibile, per quanto bizzarra” (6) .
La sorgente di questi processi di trasformazione sociale sgorga da quello che Turner definisce “dramma sociale”, il limbo della creatività dove non sempre la potenzialità diventa atto: “un dramma sociale si manifesta innanzitutto come rottura di una norma, come infrazione di una regola della morale, della legge, del costume o dell’etichetta in qualche circostanza pubblica [...]. [Questa rottura] produce una crisi crescente, una frattura o svolta importante nelle relazioni fra i membri di un campo sociale, in cui la pace apparente si tramuta in aperto conflitto e gli antagonismi latenti si fanno visibili [...]. La fase finale consiste o nella reintegrazione del gruppo sociale dell’irreparabilità della rottura fra le parti in conflitto” (7) .
In quest’ottica l’analisi della società salentina si inscriverebbe agevolmente in una chiave di lettura che la vede rappresentata come un campo di tensioni, un luogo di conflitti e di contraddizioni in cui componenti tradizionali vengono rimescolate e ridistribuite in modo che accendano nuove dinamiche culturali.
Il “dramma sociale” costituirebbe quindi la scintilla del rinnovato interesse per il fenomeno del tarantismo, sia nell’immaginario collettivo che nell’ispirazione degli esperti del settore: musicisti, antropologi, operatori culturali.
[continua...]



Note

1 - Ernesto De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 2001 (1959)
2 - Ernesto De Martino, La terra del rimorso, Net, Milano, 2002 (1961), p. 112
3 - Giorgio Di Lecce, La danza della piccola taranta, Sensibili alle foglie, Roma, 1994, p. 194
4 - Ibidem, p. 164
5 - Luigi Chiriatti, Morso d’amore. Viaggio nel tarantismo Salentino, Capone, Lecce, 1995, p. 29
6 - Victor Turner, Dal rito al teatro, Il Mulino, Bologna, 1986, p. 61
7 - Ibidem, p. 131

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