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06 - Die Fackel e il fiammifero

E i francesi che si incazzano...

Il movimento anti-CPE: "Perch?© il giudizio universale non passa per le case..."*

domenica 26 marzo 2006, di Lorenzo Flabbi

Tutto ciò che è altrove è a Parigi (1). Così Victor Hugo , nel secolo precedente a quello scorso. Paris c’est une idée. Così Léo Ferré nel 1970. “Parigi. Pietre e bottiglie scagliate contro i poliziotti dai giovani manifestanti”. Così Repubblica, nel giorno precedente a quello scorso. Per dire, le evoluzioni del mito parigino.
La copertura mediatica italiana del movimento francese contro il Contratto di primo impiego (CPE) ha qualcosa di sorprendente e che induce al sospetto anche un’anima poco maliziosa e con scarse tendenze alle dietrologie. Mettiamo che uno sia in Francia e che accenda la televisione all’ora di pranzo: vede il telegiornale di France 2 - rete nazional-popolare, non certo con nomea progressista - che apre con ampi servizi sulle manifestazioni, e sottolinea l’estensione a macchia d’olio delle occupazioni nei licei. Degli scontri si parla il giusto e sempre distinguendo tra casseurs e manifestanti: addirittura si mandano in onda le immagini di un CRS (il locale reparto celere) che rassicura un gruppo di giovanissimi contestatori: «da una parte ci siete voi - spiega, per quanto le capacità dialettiche di uno vestito come nella foto possano risultare sminuite dall’ampiezza dei paraavambracci - e dall’altra quelli che han voglia di menar le mani. Lo sappiamo benissimo che non siete gli stessi».
Se poi, in pieno rituale informativo, quell’uno spegne la televisione e accende il computer, allora legge gli articoli di repubblica.it dedicati alle stesse identiche manifestazioni: “Francia, si allarga la protesta. Scontri e disordini a Marsiglia. Incidenti nella marcia contro la legge sul primo impiego voluta dal governo. Cariche, i giovani lanciano bottiglie”. I quasi trecentomila manifestanti sono relegati in occhiello (due giorni prima la cifra era stata analoga, il sabato precedente erano cinquantamila di più solo nella capitale) e nell’articolo non se ne fa praticamente menzione.
Alla sera, poi, i telegiornali italiani mostrano esclusivamente macchine in fiamme e volti coperti. Le problematiche sociali sollevate dalla gioventù francese non sono neanche abbordate. A uno allora (mettiamo che viva in Francia, sia stato in manifestazione, e una volta in salotto riceva telefonate inquiete dai suoi cari) gli viene da interrogarsi, e allora abbozza qualche risposta.
Certo, la spettacolarizzazione dell’informazione miete vittime tra gli approfondimenti e si consacra alla visione della bottiglia infiammata (imprevedibile, saettante, il colpo d’occhio, il simbolo, l’immediatezza). Questo ovunque, e sia. Però non spiega tutto.
Più contingente e circoscritta alla situazione italiana è probabilmente una parola d’ordine che serpeggia sotterranea: non spaventare l’elettorato moderato. Il che in questo caso si traduce in un approccio deformante che trasforma le vicende francesi in un pastrocchio sociale confinato alle banlieues, le rivendicazioni politiche in scomposte grida vandaliche, l’interlocutore sociale in problema di ordine pubblico. La rincorsa al voto centrista passa anche attraverso la promessa inattuabile di un mondo sereno come lenitivo degli eccessi e della rissosità del berlusconismo degli ultimi anni (e su questo si basa infatti l’immagine televisiva di Prodi). Confermare che in un paese confinante e così influente come la Francia è in atto un movimento di piazza che torna ad alimentare la passione di una spaccatura sociale che viene percepita come necessaria e a interrogare in profondità la conformazione economica liberista sulle sue contraddizioni, significherebbe più o meno implicitamente ammettere che questa scintilla può incendiare la prateria secca e appisolata del precariato europeo.
Perché le tematiche abbordate dal movimento francese si stanno ampliando, di giorno in giorno.
A inizio marzo, ai tempi delle prime chiamate d’appello dell’Unef (il principale sindacato studentesco) si poteva ancora parlare di una protesta circoscritta al ritiro del CPE, che introduce e normalizza nel codice del lavoro l’odiosa possibilità del licenziamento senza giusta causa. E questa resta la rivendicazione più immediata (2). Ma per una parte crescente dei giovani francesi questa clausola (così eclatante e chiara, e quindi così facile da detestare senza se e senza ma, con un malessere acuito in questo caso dalla totale mancanza di concertazione con le parti in causa) ha svolto la funzione di cavallo di Troia per compiere una sorta di assalto critico alla struttura stessa del mercato del lavoro.
Un esempio.
L’università di Paris III è occupata dal 25 febbraio. Al piano terra di Censier, dove normalmente si svolgono le lezioni, ci sono due grossi anfiteatri, uno in faccia all’altro. A inizio marzo, i primi dibattiti nell’anfiteatro A restavano confinati all’iniziativa del governo di de Villepin: gli studenti affiggevano manifesti in cui si comparava il CPE con le misure prese dai governi precedenti (dall’Emploi Jeunes al CNE, il contratto di nuova assunzione) senza adottarne alcuna come propria, ma sottolineando in rosso le innovazioni negative, percepite dunque come involuzioni. Col passare delle settimane si è riempito anche l’anfiteatro B, che ospita un giorno ogni due (nell’altro si manifesta) l’assemblea generale del personale tecnico e docente. Studenti, professori e IATOS lavorano e discutono gli uni accanto agli altri per ritrovarsi nei momenti comuni a dibattere degli effetti della precarietà non solo sulla vita economico-sociale della nazione, ma anche su quella degli individui, e quindi sulle nuove psicosi, sulle battute d’arresto e le regressioni nell’esistenza di ciascuno. Il che significa che si sta dando corpo a una rilettura della società ben più profonda di quello che si crederebbe se si riducesse questa mobilitazione a una pura levata di scudi contro un’iniziativa governativa sul lavoro, qualunque cosa si pensi del CPE. E intanto nelle commissioni e nei dibattiti anche online (un esempio qui, un altro qui, con relativi links) si riallacciano i fili del discorso con il movimento altermondialista. Se la maggior parte di coloro che possono vantare qualche anno e qualche gallone di impegno in più, sembra avere le idee molto chiare, per alcuni studenti ciò sta accadendo in maniera quasi imprevista. Come se soltanto prendendo coscienza del panorama neoliberista attraverso una delle sue derive regressive (la precarietà) e le sue più immediate conseguenze (desindacalizzazione dei lavoratori, rimessa in discussione di diritti acquisiti, sensazione di impossibilità a realizzarsi professionalmente) ci si accorgesse della necessità di un cambiamento di direzione.
Nonostante il vocabolario romanticamente d’antan delle righe precedenti, gli accostamenti con il maggio del 68 sono di dubbia o nulla pertinenza. Le due france sono troppo diverse: quella usciva dagli anni del boom economico, le cosiddette trente glorieuses, trent’anni di crescita (1945-1973) che avevano gettato le basi per un confronto che poteva puntare direttamente ai massimi sistemi. Questa è la Francia che, in termini di diritti e rappresentatività, si sta guardando fare passi indietro e (a differenza dell’Italia, sembrerebbe) se ne accorge. L’ascensore sociale ha cambiato direzione, si dice: chi commenta che la gioventù francese è conservatrice, che non sa adattarsi al cambiamento dello stato di cose presenti (Newsweek e The Weekly Standard, Repubblica e El Pais, per dirne qualcuna), è come chi taccia di antisemitismo ogni oppositore alla politica dei falchi di Sharon (3): un maldestro prestigiatore con gli assi che gli escono dal polsino. Senza voler essere velleitariamente gnomici credo non ci siano controindicazioni nell’affermare che opporsi al cambiamento non è mai conservatore, se questo è regressivo. Resta da chiedersi che cosa abbia in comune questo slancio con l’altermondialismo, i sostenitori di Nader e quelli di Olivier Besancenot, le rivendicazioni di Seattle e quella delle parrocchie, Chavez e Vladimir Luxuria, questo marzo francese e la Genova del 2001. Esiste un minimo comune denominatore, in questa eterogeneità di soggetti apparentemente inconciliabili? La domanda è più grande di chi scrive, ma una risposta probabile forse esiste: la rivendicazione del primato della politica sull’economia. Per stabilire le sorti del mondo. Il CPE è una misura di emergenza, e come tale viene giustificata e difesa dai fedelissimi della linea governativa e dai falchi del Medef (la Confindustria francese): o assumiamo così, con la possibilità di lasciarci subito e senza complicazioni giuridiche (senza rancori, direbbe un libertino), o non assumiamo del tutto, perché la contingenza è questa: la crisi petrolifera, l’esigenza di flessibilità, il terrorismo internazionale, gli smottamenti dell’euro. Risultato: una generazione sacrificata in nome della congiuntura economica. Ma un altro mondo è possibile, dicevano ieri i fratelli di poco maggiori dei manifestanti di oggi. Gli studenti francesi dicono che quell’altrove e quell’idea (4) non sono così inattuali come un buon ventennio di abitudine a ciò che abbiamo imparato a considerare come ovvio ci ha fatto credere.



Note

1 Les Misérables, nel capitolo « Ecce Paris Ecce Homo », in exergo a Le Flâneur di Parigi capitale del XIX secolo di Walter Benjamin.
2 "Et qu’est-ce qu’on veut? / L’abrogation! / De quoi? / Du CPE": è lo slogan che va per la maggiore, forse occhieggiante a Nini-Peau d’Chien di Aristide Bruant. Non è che sia un granché di creatività. Non fa neanche rima, ma ha il vantaggio di essere chiaro e determinato: che cosa vogliamo? L’abrogazione! Di cosa? Del Cpe!
3 Mi ha persuaso della pertinenza dell’accostamento una discussione con François Thuillier della LCR che quindi ringrazio.
4 Quell’altrove e quell’idea dell’inizio. Si coglie la circolarità?



*Credits

Il titolo è da Bartali di Paolo Conte. Il sottotitolo da C’è solo la strada di Giorgio Gaber. Tutto ciò che di buono avanza è dalle aule di Censier. Il resto è mio.

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