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Werner Herzog - Grizzly Man / The Wild Blue Yonder

venerdì 10 marzo 2006

Grizzly - Übermensch

Werner Herzog non ha mai realizzato un documentario. Non stiamo dimenticando la produzione dell’autore tedesco a partire dal reportage Die Fliegenden Ärzte von Ostafrika del 1969.
Come vedremo, però, film che in apparenza potrebbero essere ascritti alla categoria del documentario, nel “mondo contemplativo di Werner Herzog” si rivelano parabole della lotta titanica, destinata al fallimento, dell’uomo contro i limiti della natura. Che si tratti di sogni, come quello di Fitzcarraldo, di voli atletici, come quelli di Steiner o di esperimenti sul volo, come in The White Diamond, la visione ininterrotta di Herzog è ossessiva: quella di un uomo convinto che la Creazione non sia perfetta, e che non si debba necessariamente accettarla così com’è. Ci sembra doveroso fare questa premessa, per scrivere di due film come Grizzly Man e The Wild Blue Yonder. Il primo, epicedio del tipico eroe bigger than life herzoghiano, sulle pagine dei Cahiers viene etichettato, da Cyril Neyrat, come una prova di maturità: svestiti i panni del demiurgo, l’autore avrebbe “trovato nella forma documentaria l’antidoto al proprio delirio romantico” (1).
Il secondo, odissea di lirismo cosmico e subacqueo, fin dai titoli di testa battezzato come science fiction fantasy dallo stesso Herzog, è stato definito, da qualche sprovveduto sarcastico “il miglior Piero Angela del mondo”, da qualcun’altro mockumentary, o peggio ancora, pamphlet ambientalista.
Ci sembra interessante, in relazione alle questioni dell’immagine documentaria e del rapporto con la natura, commentare queste osservazioni con alcuni frammenti del documentario-intervista di Peter Buchka, Il mondo contemplativo di Werner Herzog:

“Bisogna stare attenti alla realtà nel cinema, io ci credo molto poco. Il cinema si alimenta di sogni, di nostalgie e di desideri collettivi, molto più che di realtà. [...] Hanno detto che sono un appassionato della natura perché ho girato nella giungla e nel deserto, ma è completamente sbagliato. Credo che la natura sia stupida, oscena e sbagliata.” (2)

Circa vent’anni dopo quest’intervista, in Grizzly Man, Herzog ripete la propria riflessione sulla natura, in modo pressoché analogo, riferendosi allo sguardo di un orso: spento, inebetito dalla fame e da un blando senso di sopravvivenza. Lo spettatore, fino a quel momento inevitabilmente affascinato dalla potenza del cinema primitivo, casuale e irripetibile dello scenario naturale, rimane completamente spiazzato. Perché montare le immagini girate da un ambientalista sull’orlo della follia, per poi esprimersi così duramente verso l’oggetto stesso della sua passione-film?
La risposta è in tutto il cinema di Herzog: la fascinazione e la devozione dell’autore sono solo per Timothy Treadwell, per l’uomo-orso, per il dono inconsapevole e misterioso della visione, per la sua morte folle ed eroica: unico modo per dare dignità alla propria condizione umana.

“Molti mi descrivono come un regista che filma dei pazzi o degli storpi, ma non è vero. Una persona come Kaspar Hauser [o come Timothy Treadwell ndr] non è un emarginato. È uno che esteriorizza la propria dignità di uomo in modo così radicale, che si può pensare che sia l’uomo attorno a cui girano tutte le cose.” (3)

Il rispetto di Herzog per il Grizzly Man è evidente nell’unica apparizione fisica dell’autore, nell’inquadratura negata della morte di Treadwell. Tutto ciò che vediamo è il regista con delle cuffie, che ascolta le urla dell’uomo lacerato dagli orsi. È questo forse, il vero momento baziniano del film, laddove non ci sembra che invece sussista la “passione baziniana del reale” di cui scrivono i Cahiers. Allo stesso modo non ci sembra pregnante il riferimento ad un passato da regista-demiurgo messo da parte per eclissarsi in una marginale voce-off. L’autore non è affatto “modesto”, contrariamente a quanto sostenuto da Neyrat, nell’utilizzare immagini non proprie. Herzog è ancora il “demiurgo col fucile” di Aguirre, è ancora più sicuro che l’arte possa correggere

Herzog e Kinski sul set di Aguirre

gli errori della Creazione e della Storia, proprio nel modo in cui riesce a trasformare qualsiasi cosa in cinema. Il sublime herzoghiano sta proprio in questa capacità unica di trasformare la realtà filmata (persino da altri), immagini semplici o casuali, in qualcosa di misterioso e commovente:
“è come vedere una cosa che si conosce, ma che non si era mai vista. Io, come regista, le presento un buon amico che lei non conosceva ancora.” (4)
Tutta la filmografia non documentaria di Herzog è costellata da immagini della realtà insolite e nascoste, immagini dormienti, sepolte nel nostro immaginario, risvegliate dalla potenza evocativa del cinema e rese, nel segno opposto all’unheimlich freudiano, improvvisamente familiari. Lebenszeichen, uno dei primi film del regista, ci mostrava il protagonista, Strojek, impazzire davanti alla visione di migliaia di mulini in una valle cretese. Sognando un Sahara in super8, Kaspar Hauser ne descriveva alcune immagini, ma finiva col dire: “è qui che comincia la storia, ma quella storia non la conosco.” Quello di Herzog è sempre stato un cinema “senza storie”, il cui equilibrio ha poggiato sull’immagine, nonché su figure imprevedibili e vitali quali Klaus Kinski o Bruno S. Gradualmente l’immagine documentaria ha guadagnato sempre più spazio, fino a prendere il sopravvento. È per questo che, paradossalmente, per fare luce sul cinema herzoghiano si deve indagare L’ignoto spazio profondo. Un Brad Dourif estremamente kinskiano narra la storia del proprio popolo alieno, di come ha fallito, della morte e della rinascita del proprio pianeta (in questo sembra evidente un richiamo al momento più lirico di Herz aus Glas, quello del monologo sulla fine del mondo). Il ghiaccio, lo spazio scuro e le stelle incandescenti, le meduse e i microrganismi subacquei

La locandina italiana di The Wild Blue Yonder, presentato al festival di Venezia 2005

creano sinfonie visive dei passaggi di materia. Quasi rispondendo al luogo comune relativo alla propria capacità di filmare la terra come se fosse un altro pianeta, Herzog realizza un film di fantascienza-metafisica in cui un pianeta lontano è il fondo di un mare ghiacciato. The Wild Blue Yonder è un film estremamente rappresentativo dell’intera opera di Herzog, pur essendo il suo primo esperimento fantascientifico, nel modo in cui ricerca immagini irripetibili per dipingere il declino del pianeta e della nostra civiltà:

Nel cinema, c’è bisogno di immagini nuove adeguate al livello della nostra civiltà. Quando si osservano le nostre cartoline o pubblicità, si vedono delle immagini in ritardo rispetto all’attuale grado di civiltà. Questa è una catastrofe, perché una civiltà che non trova una lingua o delle immagini adeguate è condannata a morire, come i dinosauri.



Note

1 Cyril Neyrat, Enfance Documentaire, in Cahiers du Cinéma, pp. 56-57, Dicembre 2005.
2 Werner Herzog intervistato da Peter Buchka, Das ekstatische Welt des Filmemachers Werner Herzog, Bayerische Rundfunks Institut für Film und Bild, Kick-Film München, 1988.
3 Ibidem.
4 Ibidem.

Qui la filmografia completa di Werner Herzog.

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