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03 - Traduzioni. Letterature

Thomas Mann. Cinquant’anni fa: Destino e compito

Per il giubileo manniano

venerdì 4 novembre 2005

Giubilanti per il giubileo manniano, ma affrettandoci un po’ perch?© tra un paio di mesi il duemilacinque volger?† al termine, eccoci a ricordare, a cinquant’anni dalla scomparsa, la figura di Thomas Mann. Scegliamo di farlo nella maniera che pi?? ci piace, in mezzo alle tante pubblicazioni e ripubblicazioni che sono uscite nel corso dell’anno, specie in Germania: lasciamo, cio?®, la parola all’autore, e lo facciamo attraverso un testo minore. Un saggio di Thomas Mann: ?® il secondo che appare su Sguardomobile. Mancanza di fantasia? Forse. Noi preferiamo pensare che in fondo un’edizione dei Buddenbrook si pu?? trovare in una qualunque libreria all’angolo. E allora, forse, meglio far parlare un Mann di cui meno si parla: perch?© il romanziere ha qualcosa da dirci anche quando diventa saggista. Questo testo, Schicksal und Aufgabe, nacque come una conferenza, tenuta per la prima volta la bellezza di sessantadue anni fa. Nell’ottobre del 1943 Mann lo propose, col titolo di The War and the Future, davanti al pubblico della Library of Congress di Washington. Non sar?† difficile immaginare i temi trattati: con una guerra di cui inizia a intravedersi la fine, o che comunque comicia a prendere una piega definita, lo scrittore tedesco si pone di fronte al “problema” Germania, cercando di spiegarlo agli americani. D’altra parte, il saggio si apre a considerare tematiche pi?? generali, come il rapporto tra comunismo e democrazia, che entra in gioco quando Mann cerca di spiegare, e di spiegarsi, i meccanismi che hanno portato all’affermazione dei regimi fascisti. Oltre a questo, come sempre nel nostro autore, legami e richiami all’opera letteraria, specialmente ai romanzi di Giuseppe e al Doktor Faustus (la cui stesura era iniziata qualche mese prima), sono presenti, anche se non sempre in maniera esplicita. Buona lettura.

DESTINO E COMPITO

Mi è accaduto una volta, qui negli Stati Uniti, che, dopo aver parlato da qualche parte della democrazia e aver sposato pubblicamente la sua causa, un giornalista high-brow scrivesse, per guadagnarsi i galloni di critico, che avrei espresso “idee da ceto medio”. Questi dimostrava così di avere un concetto falso e retrivo della banalità e di ciò che è invece degno di interesse a livello spirituale, un fraintendimento a me fin troppo noto già dall’Europa. Penso a Parigi, quando mi trovai a parlare con esponenti della borghesia, già fortemente contaminata dal fascismo, di Aristide Briand (1) e delle sue aspirazioni pacifiste e liberali di respiro europeo. “Ma caro amico”, mi fu detto, “cosa vuole col suo Briand... È di una banalità assoluta - d’une trivialité insupportable!”. Ciò a cui il giornalista snob si riferiva con l’espressione “idee da ceto medio” non è altro che la tradizione liberale. Si tratta di quel complesso di idee di libertà e progresso, humanitarianism, civiltà, in breve dell’aspirazione della ragione umana a dominare le dinamiche della natura, degli istinti, del sangue, dell’inconscio, la spontaneità primitiva della vita.
Si assiste a un terribile spettacolo quando l’irrazionalismo viene volgarizzato. Si avverte che si sta preparando una sciagura, una sciagura a cui la sopravvalutazione unilaterale della ragione non potrà mai portare. Quest’ultima potrà magari apparire comica nella sua pedanteria ottimista, e venir messa ridicolmente a nudo dalle più profonde forze della vita; ma non genera la catastrofe. Questa è opera esclusiva dell’antiragione intronizzata. A partire da un determinato momento, ovvero da quando il fascismo in Germania e in Italia ha preso in mano la situazione a livello politico acquistando influenza sulle masse, da quando il nazionalismo è diventato il ricettacolo e l’espressione generale di tutte queste correnti, sono stato convinto che l’esito finale dell’ubriacatura irrazionalistica non sarebbe potuto essere nient’altro che la guerra e la distruzione totale, e nel giro di poco tempo. Per questo ho cercato di mettere sul piatto più alto della bilancia, terribilmente più leggero dell’altro, la memoria di altri valori, delle idee di democrazia, humanitas, pace, libertà e dignità umana, facendomi loro portavoce nella lucida consapevolezza che è questo lato dell’umano ad aver bisogno d’aiuto: l’altro non necessita affatto del nostro appoggio.
Non sussiste il benché minimo rischio che la ragione possa mai prendere il sopravvento in questo mondo (2), che le cose possano mai andare in modo troppo razionale. Non sussiste alcun rischio che un giorno gli uomini divengano angeli privi di emozioni, il che sarebbe estremamente noioso. Ma che diventino bestie, il che sarebbe fin troppo interessante, davvero non ci vuole molto, come è risultato evidente. Questa inclinazione è molto più forte nell’uomo di quella angelico-anemica, ed è sufficiente dare via libera, attraverso una generale esaltazione degli istinti, a quelli peggiori, che sempre si sentono l’oggetto principale di questa esaltazione, per portare l’inclinazione bestiale a una trionfante preponderanza. È comodo e facile schierarsi dalla parte della natura contro lo spirito, dunque dalla parte che è in ogni caso sempre la più forte (3). La più elementare generosità e un po’ di umano senso del dovere dovrebbero portarci a difendere e ad alimentare sulla terra la debole fiammella dello spirito e della ragione, perché dia un po’ più di luce e di calore.
Già da tempo la libertà e il diritto non sono più “banali”, ma vitali, e trovarli noiosi non significa altro che cadere nel raggiro della pseudo-rivoluzione fascista, per cui la violenza e l’inganno delle masse rappresentano quanto di più innovativo e attuale ci sia. Gli spiriti migliori sanno che la vera novità nel mondo, a servire la quale è chiamato lo spirito vivente, è qualcosa di totalmente diverso, ovvero la democrazia sociale e un umanesimo che, anziché rimanere bloccato in un relativismo irresoluto, abbia di nuovo il coraggio di distinguere il bene dal male (4).
Questo è ciò che hanno fatto i popoli europei. Hanno rifiutato di sottomettersi al male, al Nuovo Ordine, alla schiavitù. Lasciatemi dunque cogliere l’occasione per spendere una parola in onore di questo continente adesso così profondamente avvilito. È possibilissimo che noi Europei faremo solo la parte dei “Graeculi” nel mondo dominato dai Romani che nascerà da questa guerra, e le cui capitali saranno Washington, Londra e Mosca. Ma questo ruolo limitato non deve ridurre il giusto orgoglio per la vecchia patria dall’altra parte dell’oceano. Quanto più semplice e comodo sarebbe stato per i popoli europei se avessero ceduto all’infame “Nuovo Ordine” di Hitler accettando la schiavitù, se avessero, come si dice, “collaborato” con la Germania nazista! Non l’hanno fatto, nessuno di loro. Anni pieni del più brutale terrore, di martirio e pubbliche esecuzioni non sono bastati a piegare la loro volontà di resistere. Al contrario, l’hanno rafforzata, e la più sfacciata di tutte le menzogne dei nazisti è quella di un’Europa compatta intorno a Hitler a difesa dei suoi più sacri beni contro l’invasione dello straniero. Lo straniero contro il quale è necessario difendere i più sacri beni sono proprio loro, i nazisti, e nessun altro. Soltanto una cerchia di potenti stupida e corrotta, un’infida marmaglia a cui niente è sacro se non il denaro e il proprio tornaconto, collabora con loro. Le popolazioni si rifiutano di appoggiarli, e quanto più netta si delinea la vittoria degli Alleati, tanto più la loro ribellione contro un’oppressione insopportabile si fa, chiaramente, ferma e fiduciosa. Sette milioni di persone sono state deportate ai lavori forzati, quasi due milioni giustiziate e assassinate, e altre decine di migliaia sono intrappolate nell’inferno dei campi di concentramento. Ma non serve, la battaglia, diseguale ed eroica, va avanti.
Onore ai popoli d’Europa! Portano avanti la nostra battaglia, sono i nostri alleati, e da alleati meritano di essere trattati. Lentamente, assai lentamente si avvicina la liberazione, ed essi resistono. Meritano che si abbia fiducia in loro, che si lasci trovar loro una propria strada, per spazzare via i poteri che li hanno traditi e trascinati nella miseria; meritano di essere trattati in maniera aperta e fraterna, da interlocutori, e di non dover dubitare del fatto che i liberatori stanno arrivando, e non per piegarli sotto le forze del vecchio ordine, superato e disprezzato.

Ma dal momento che parliamo di Europa non posso non prendere in considerazione la mia terra e il suo rapporto col mondo. Come è stato possibile che sia finita nello stato in cui oggi la vediamo? In quale misura il popolo tedesco nel suo insieme è da considerarsi responsabile per i misfatti dei nazisti? (5) Si tratta di questioni dolorose e complicate, che è estremamente difficile comunicare in parole a chi di questi tempi viva in mezzo al suo popolo, in accordo con esso, credendo fermamente nella sua causa, e per questa causa possa essere felice di impegnarsi. Questa fortuna così naturale a noi è vietata. Ma non l’impegno, non la lotta. Anche noi combattiamo. Ma il nostro destino consiste nel dover portare avanti questa lotta contro la nostra stessa terra e la sua causa, dalla cui scelleratezza siamo profondamente convinti, contro la terra la cui lingua è la materia spirituale entro la quale noi operiamo, la terra nella cui cultura affondiamo le nostre radici, della cui tradizione siamo rappresentanti, e il cui paesaggio e la cui atmosfera (6) sarebbero anche il nostro naturale riparo.
Potreste obiettarmi: “Combattiamo tutti per la stessa causa, la causa dell’umanità, non c’è nessuna differenza”. Certamente, ma voi avete la fortuna di poter più o meno equiparare questa causa a quella del vostro popolo, del vostro esercito in battaglia, del vostro stato, e quando vedete il simbolo della sovranità americana, la bandiera a stelle e strisce, potete guardare a essa con un senso di partecipazione e fiducia verso il vostro paese, con orgoglio tranquillo e speranza sincera, mentre noi...
Difficilmente potete avere un’idea del sentimento con il quale noi, oggi, guardiamo al simbolo della sovranità della Germania, la croce uncinata. Evitiamo di fissarla, ne distogliamo lo sguardo, volgendolo più volentieri verso la terra o il cielo, perché la vista delle insegne sotto le quali il nostro popolo combatte, o crede di combattere, per la sua vita ci fa stare fisicamente male. Qui mi accade solo al cinema; ma quando vivevo a Zurigo mi trovavo spesso a passare dalle parti del palazzo della rappresentanza tedesca su cui campeggiava l’infausta bandiera, e confesso che ogni volta lo evitavo come fosse un covo di perdizione, un avamposto della barbarie omicida le cui propaggini si spingevano fin nel campo della civiltà amica al riparo della quale vivevo.
Germania - un nome grande, una parola a cui si associano innumerevoli immagini di accoglienza e rispetto, amabilità e fierezza. E adesso questa parola è il nome di un orrore selvaggio e mortale, a cui non osiamo far ritorno neanche in sogno. Quando leggo che qualche infelice “è stato portato in Germania”, come recentemente a Milano i capi di partito che avevano sottoscritto il Manifesto antifascista (7), o come Romain Rolland (8), che pare si trovi in un campo di concentramento, mi vengono i brividi. Essere “portati in Germania”: questo è quanto di peggio possa accadere.
Quale condizione abnorme, malata, abnorme e malata per chiunque, ma specialmente per lo scrittore, il rappresentante di una tradizione spirituale, quando il proprio paese diventa la terra più profondamente straniera, nemica e inquietante! Ma ora non voglio più pensare solo a noi quaggiù, a noi emigrati; voglio ricordare anche le persone laggiù, le masse tedesche e la terribile situazione coercitiva in cui il destino ha costretto l’animo tedesco. Credetemi: per molti laggiù la madrepatria è diventata estranea tanto quanto per noi: una “emigrazione interna” che conta milioni di persone aspetta lì la fine proprio come noi (9).
Questa fine può essere u n a soltanto, e le persone in Germania dopotutto lo sanno, malgrado il loro isolamento asfissiante (10). Ciononostante la desiderano ardentemente - contro il loro naturale patriottismo, contro la loro coscienza di cittadini. La propaganda incessante ha inculcato profondamente nella consapevolezza di tutti quanti le conseguenze, che si pretendono schiaccianti e definitive nella loro atrocità, di una sconfitta tedesca, in modo tale che con una parte del loro essere non possono fare a meno di temerla più di qualsiasi altra cosa al mondo. E tuttavia c’è qualcosa che alcuni di loro segretamente, in momenti che a loro stessi appaiono delittuosi, altri invece con piena consapevolezza e costantemente, benché con altrettanti rimorsi, temono più della sconfitta, e cioè la vittoria della Germania (11).

Provate a immaginare di essere costretti a opporvi con tutte le vostre forze e tutte le vostre speranze alla vittoria dell’America come a un’enorme disgrazia per il mondo intero e potrete capire la condizione interiore di queste persone. Ancora una volta, è la condizione che per innumerevoli tedeschi è diventata un destino, e non posso fare a meno di rivendicare per questo destino un carattere di tragicità (12) particolare, mai prima sperimentata. Questo popolo è stato sedotto e portato a commettere delitti che gridano vendetta al cielo. Ha iniziato a espiare per questo e continuerà a espiare duramente, e non potrebbe essere altrimenti; la morale o, se volete, la giustizia divina lo esigono. Ma noi qui fuori, noi che abbiamo visto arrivare il disastro, che prima della maggior parte dei nostri connazionali, ubriacati da una falsa rivoluzione, e soprattutto prima del resto del mondo, abbiamo nutrito la convinzione che dal regime nazista non potesse venire altro che la catastrofe, altro che guerra e rovina (13), noi non vediamo alcuna differenza sostanziale tra ciò che quei farabutti hanno fatto a noi e quello che hanno fatto a tutto il nostro popolo in patria. Noi odiamo i corruttori (14) e agogniamo il giorno che liberi il mondo dalla loro presenza, ma con poche eccezioni siamo ben lontani dall’abbandonarci a un infelice odio da fuoriusciti contro la nostra terra, augurando la rovina al nostro popolo. Non possiamo non riconoscerne le responsabilità - perché in qualche modo l’uomo è responsabile di ciò che è e di ciò che fa; ma siamo decisamente più inclini qui a parlare di disgrazia ed errore (15) e maledizione storica, piuttosto che di crimine.

Il caso della Germania è così sconcertante e complicato perché il bene e il male, il bello e il funesto vi si mescolano nella maniera più singolare. Esemplare a questo proposito è la grande personalità artistica di Richard Wagner, che spesso è stata messa in relazione con il fenomeno del nazionalsocialismo, facendo riferimento alla predilezione del signor Adolf Hitler per la sua arte, una predilezione dalla quale si vorrebbe proteggere Wagner, e che però non è affatto priva di significato, carica com’è di ammonimenti. La rivoluzione artistica di Wagner fu, a un livello incomparabilmente più alto, un fenomeno affine alla rivoluzione nazionalsocialista. Bisogna essere molto chiari in proposito (16): un’opera come L’Anello del Nibelungo è diretta, di fondo, contro tutta la civiltà e la cultura borghese, quale si era imposta fin dal Rinascimento, e si rivolge, nella sua mescolanza di originarietà e tensione verso il futuro, al mondo inesistente di un popolo senza classi.
Le resistenze a cui andò incontro, lo sdegno che sollevò non erano diretti principalmente contro gli aspetti rivoluzionari della sua f o r m a e contro il fatto che essa rompeva con le regole di un genere artistico, quello del melodramma, dal quale si allontanava apertamente. Un’opera del genere si allontanava anche da qualcosa di totalmente altro. Il Tedesco di Goethe (17), che conosceva a memoria il suo Faust, levò contro di essa una protesta adirata e sprezzante, una protesta legittima, che veniva dal legame ancora esistente con il mondo culturale del classicismo e dell’umanesimo tedeschi, dal quale quest’opera si svincolò. Il borghese colto tedesco (18) rise del Wagalaweia e di tutte la paccottiglia delle allitterazioni come di un capriccio barbarico. Il successo enorme, si potrebbe dire planetario, che pure proprio il mondo borghese, la bourgeoisie internazionale, riservò a quest’arte grazie agli elementi di fascinazione sensuale, nervosa e intellettuale che gli offrì, è un paradosso, che non deve far dimenticare come essa fosse destinata a un pubblico completamente diverso da quello capitalistico-borghese, ovvero per l’appunto al Volk romantico, che è pure l’ideale del nazionalsocialismo (19).
Quella di Wagner è una rivoluzione arcaica, nella quale elementi reazionari ed elementi rivolti al futuro si mescolano nella maniera più singolare. In lui è sempre in gioco l’epico primigenio (20), la semplicità primordiale e assoluta, il pre-convenzionale e pre-sociale. Solo questo gli sembra un tema adatto all’arte. La sua opera è il contributo tedesco all’arte monumentale del XIX secolo (21), che in altre nazioni si manifesta in modo eccellente nella forma del grande romanzo sociale (22). Dickens, Thackeray, Tolstoj, Dostoevskij, Balzac, Zola - le loro opere, che si ergono con la medesima inclinazione alla grandezza morale, sono state il XIX secolo e u r o p e o, il mondo letterario della critica s o c i a l e.
La forma tedesca in cui si manifestò questa grandezza non sa niente del sociale né vuole saperne niente. Perché il sociale non è musicale e non è assolutamente adatto all’arte. Adatto all’arte è soltanto l’elemento mitico e puramente umano, la poesia originaria, astorica e senza tempo, della natura e del cuore, ed è a partire dal fondo di questa che lo spirito tedesco crea forse ciò che di più grande e più bello il secolo ha da offrire. È l’elemento poetico originario e non-sociale il suo mito precipuo, la sua natura nazionale specifica e determinata, che lo differenzia da altri spiriti e tipi nazionali europei. L’intricata questione “Che cosa è tedesco?” trova forse la sua risposta più concisa nella constatazione di questa differenza (23).

Lo spirito tedesco è sostanzialmente privo di interesse nei confronti del sociale e del politico. Questa sfera gli è intimamente estranea. Non si tratta di un fatto da giudicare solo negativamente, ma di certo si può parlare di un vuoto, di una mancanza, di un’assenza, ed è innegabile che, in un momento in cui il problema sociale è predominante, in cui l’idea di uguaglianza sociale ed economica e di un ordine economico più giusto viene sentita da ogni coscienza vigile come il compito più urgente e vitale, in tali circostanze, dunque, questa assenza spesso tanto fruttuosa non si rivela una circostanza felice, e porta alla disarmonia con la volontà dello spirito del mondo (24). Di fronte ai problemi del momento essa conduce a tentativi di soluzione elusivi, che recano il marchio di surrogati mitici in luogo del realmente sociale. Non è difficile riconoscere nel cosiddetto nazionalsocialismo un tale surrogato mitico. Tradotto dalla terminologia politica in ambito psicologico, nazionalsocialismo significa: “Non voglio il sociale, voglio la fiaba popolare”. Solo che in ambito politico la fiaba diventa una menzogna sanguinaria (25).
È terribile e umiliante vedere come il mondo civilizzato debba combattere all’ultimo sangue con la menzogna, politicamente degradata, di un’aggressiva poesia da fiaba popolare, che nella sua antica purezza spirituale tanto di bello ebbe da dare al mondo. Originariamente essa era idealistica e incolpevole, ma questo idealismo iniziò a vergognarsi di se stesso, e fu preso da invidia per il mondo e la realtà. “La Germania è Amleto” (26), si era detto un tempo. “Tatenlos und gedankenreich - votata al pensiero e negata all’azione” (27), l’aveva chiamata Hölderlin. Ma essa preferì di gran lunga votarsi all’azione e negarsi al pensiero. “Deutschland, Deutschland über alles: questa è la fine della filosofia tedesca”, affermò Nietzsche (28).
L’invidia per il mondo e la realtà non era che invidia per la p o l i t i c a e quest’ultima, proprio perché era così estranea allo spirito tedesco, venne fraintesa come il mondo del cinismo e del machiavellismo più assoluti. I tedeschi furono rafforzati in questa interpretazione dalla figura di Bismarck (29), il quale, malgrado alcuni tratti inclini all’arte della sua personalità, fu certamente un “uomo forte” e uno spregiatore delle ideologie. Il liberalismo tedesco, che pure esisteva, lo percepì come antiquato e retrogrado, e tuttavia Bismarck venne ammirato smisuratamente come un genio politico grazie al suo realismo, che per la verità non fu affatto così brutale come i tedeschi lo recepirono, poiché egli seppe senz’altro riconoscere il valore e il significato degli imponderabili morali. Tutti gli abbellimenti e le giustificazioni morali dell’aspirazione al potere politico sembrarono però ai suoi connazionali pura ipocrisia e, dopo Bismarck, un tedesco non sarebbe mai stato capace di pronunciare la frase del cardinale Manning: “Politics is a part of morals” (30).
In ultima analisi, l’ipocrisia è un riguardo alla gioventù; essa significa il riconoscimento di principio di uno standard morale. È ben diverso se i dieci comandamenti non vengono osservati, come accade dappertutto nel mondo, o se li si dichiara nulli (31). Il tedesco, quando vuol essere politico, crede di dover buttare a mare ogni morale e umanità. Un francese ha detto: “Quando un tedesco vuol essere grazioso, salta giù dalla finestra” (32). Lo stesso quando vuol essere politico. Crede, per raggiungere questo scopo, di doversi disumanizzare. Si fa bene a vedere nel nazionalsocialismo un tale salto dalla finestra (33), la sfrenata sovracompensazione (34) della mancanza di talento politico dei tedeschi. (35)

Tutto questo sembra dimostrare l’affinità originaria del carattere tedesco con il nazionalsocialismo, e l’irrimediabile inerenza di quest’ultimo alla natura tedesca. Tuttavia, al di là di queste considerazioni, che pure hanno la loro parte di verità, non si deve dimenticare q u a n t i impulsi umani e, nel senso più alto della parola, democratici siano attivi all’interno della vita tedesca, impulsi che essa ha in comune con il grande mondo della civiltà (36) cristiano-occidentale, e che da sempre hanno resistito alla barbarie völkisch (37).
Non dobbiamo dimenticare che il partito di Hitler è arrivato al potere assoluto solo attraverso l’intrigo e il terrore, attraverso un colpo di stato. Allo scoppio dell’attuale guerra più di 200000 persone si trovavano nei campi di concentramento tedeschi, per tacere delle molte decine di migliaia di vittime del sistema, torturate fino alla morte nelle caserme naziste e negli scantinati sotterranei della Gestapo.
Si dice spesso che la gioventù tedesca sia stata irrimediabilmente contaminata dal nazionalsocialismo, ma gli avvenimenti occorsi all’Università di Monaco (38), che tanto clamore hanno destato in America, dimostrano che, almeno oggi, dopo le esperienze degli ultimi anni, i giovani tedeschi sono pronti ad andare al patibolo per la convinzione che il nazionalsocialismo sia stato una turpe aberrazione, e Hitler il corruttore della Germania e dell’Europa.
Per amor di giustizia, queste cose vanno messe sull’altro piatto della bilancia. E non perché la Germania e i tedeschi siano esonerati dalla colpa e dalla responsabilità. Da un punto di vista morale e pedagogico, dopo la terribile hybris e l’imperdonabile ebbrezza di superiorità in cui il paese ha vissuto per anni, il suo crollo non potrà, dapprima, essere profondo abbastanza, e non spetta a noi emigranti, dopo tutto ciò che è accaduto, dare consigli ai vincitori su come debbano trattare la Germania.
Che le loro decisioni non gravino il futuro di un carico troppo pesante è la speranza dell’America liberale. Non sono la Germania o il popolo tedesco a dover essere annientati o sterilizzati (39). Ciò che deve essere distrutto è la fatale combinazione di potere, l’alleanza, una vera minaccia per il mondo, tra Junkertum, generali e industria pesante. Non bisogna ostacolare, ma anzi aiutare il popolo tedesco a spezzare una volta per tutte il dominio di questo gruppo sociale, a realizzare la riforma agraria tanto attesa, in breve a mettere in atto una rivoluzione vera, onesta e purificatrice che, sola, può riabilitare la Germania agli occhi del mondo, della storia e ai propri, aprendole la strada verso il futuro, verso il nuovo mondo dell’unità e della cooperazione, a servire il quale lo spirito tedesco è certamente preparato grazie alla sua più alta tradizione.
Vogliamo essere abbastanza psicologi da riconoscere che il mostruoso tentativo tedesco di sottomettere il mondo, che ora vediamo fallire in maniera catastrofica, non è altro che l’espressione stravolta e funesta di quell’universalismo innato nella natura tedesca, che prese in passato una forma tanto più alta, pura e nobile, e procurò a questo popolo importante la simpatia, anzi l’ammirazione del mondo. La politica di potere lo ha corrotto e portato alla sventura, poiché quando l’universalismo diventa politica di potere l’umanità deve levarsi a combattere per la libertà. Vogliamo confidare nel fatto che l’universalismo tedesco riesca a ritrovare la via verso il suo antico onore, che si liberi per sempre dell’empio proposito di conquistare il mondo, e che torni a manifestarsi come simpatia, apertura e arricchimento spirituale del mondo. Quanto strettamente sono legate libertà e pace, e quanto la libertà della Germania alla pace del mondo!
Trattare il nemico sconfitto con saggezza è opportuno già solo sulla base del sentimento della propria colpa. La democrazia mondiale, che nel 1918 era in possesso di un potere illimitato, ha mancato in tutto ciò che avrebbe potuto evitare la sventura in cui oggi viviamo. Essa avrebbe già allora potuto realizzare la pacificazione del mondo attraverso le riforme e il soddisfacimento dell’umana esigenza di giustizia, oggi motivo di riflessione, e avrebbe in tal modo prevenuto l’ascesa dei dittatori e della filosofia di odio del fascismo, con tutta la sua dinamica esplosiva. Il fascismo però, del quale il nazionalsocialismo è una variante particolare, non è una specialità tedesca, ma una malattia dell’epoca che ha attecchito dappertutto e dalla quale nessun paese è immune. E mai i regimi della violenza e dell’inganno in Italia e in Germania avrebbero potuto resistere anche solo qualche settimana, se non fosse stata loro accordata una vergognosa e unanime simpatia da parte delle classi economicamente dominanti, e quindi decisive per i governi, dei paesi democratici.

Io di certo non supererei l’esame di marxismo, ma pur sapendo che il fascismo ha un suo lato ideale, e che lo si deve intendere come un movimento retrivo contro l’umanesimo razionalista del XIX secolo, non posso fare a meno di vederlo allo stesso tempo come un movimento politico-economico reazionario (40), una controrivoluzione pur sang, come il tentativo di tutto ciò che c’è di vecchio e di regressivo dal punto di vista sociale ed economico di soffocare i popoli e le loro aspirazioni di felicità e impedire qualunque progresso sociale, attaccandogli addosso la paurosa etichetta di “bolscevismo” (41). Agli occhi del capitalismo conservatore dell’occidente il fascismo era semplicemente il baluardo contro il bolscevismo e contro tutto ciò che si voleva indicare con questo nome - in particolare con le “purghe” del giugno 1934 (42), attraverso le quali si era estirpata la componente socialista presente nel nazionalsocialismo e si era salvata la vecchia combinazione di potere di Junkertum, esercito e industria.
Questa azione sanguinosa significò, come previsto, un sostegno internazionale al regime nazista. In tal modo si dimostrava all’occidente che in Germania si era sì verificato un cambio di potere, ma non una rivoluzione che minacciasse il sistema economico esistente. Non ci si sentì ingannati nell’idea che si aveva del fascismo, si convenne che esso voleva dire “ordine”, ordine nel senso conservatore della parola. Certo, si storse la bocca per le atrocità del suo comportamento, ma ci si guardò bene dal rendergli la vita impossibile all’interno attraverso l’isolamento diplomatico, cosa che allora sarebbe stata decisamente semplice da mettere in pratica. Si verificò quindi il fenomeno di una “rivoluzione” che aveva dalla sua gli elementi reazionari di tutto il mondo, ogni Comité des Forges, tutti i nemici della libertà e del progresso sociale, come anche la nobiltà, il Faubourg St. Germain, la società distinta, i príncipi, gli alti gradi dell’esercito e quella parte della chiesa cattolica che nel cristianesimo ravvisa prima di tutto gerarchia, umiltà e adesione devota all’ordine esistente (43).
Il feldmaresciallo Göring è l’incarnazione - l’incarnazione imponente - di questo complesso di poteri di Junkertum, esercito e industria, un grottesco miscuglio di miles gloriosus carico di medaglie e grande azionista. Costui è diventato il signore del monopolio industriale tedesco-europeo dopo la sottomissione dell’Europa, che è riuscita minando alle basi le forze di opposizione democratiche e grazie alla generale predisposizione a contrarre il bacillo fascista. La “collaborazione” che esiste è la collaborazione dei ricchi, degli affaristi di tutti i paesi. A loro questa situazione va bene: guadagnano, comprano al mercato nero, banchettano a Montecarlo mentre le popolazioni muoiono di fame e sono vittime di una politica demografica, pianificata dalla Germania, volta a prostrarle moralmente e psichicamente.
Lo ripeto: agli occhi del capitalismo conservatore dell’occidente il fascismo era semplicemente il baluardo contro il bolscevismo e contro tutto ciò che si intendeva con quel nome. Si tollerarono tutte le atrocità che esso commetteva all’interno, senza rendersi conto che il prezzo da pagare in politica estera era la guerra. Ma forse non si era contrari neanche a quest’ultima. In Francia, ad esempio, la guerra e la sconfitta furono anzi un ausilio per la caduta della repubblica e per la rivoluzione “nazionale”, cioèfascista. I regimi fascisti furono consolidati dall’esterno, poiché nel disordine più sfrenato, nell’assenza del diritto e nella distruzione della cultura si vollero vedere ordine, bellezza e sicurezza - sicurezza non per i popoli, ma dai popoli, sicurezza dal progresso sociale (44).
Con una parvenza di diritto i dittatori poterono affermare a gran voce: “Che vuole questa gente? Perché all’improvviso ci fanno la guerra? Eppure, apertamente o in segreto, furono i nostri protettori e complici! Ci hanno messo in sella, fissandoci ben saldi, ci hanno finanziato, elogiato, blandito, ci hanno offerto su un piatto d’argento i successi di politica estera con cui potemmo ridurre al silenzio i nostri oppositori interni. Ma in fondo non fanno sul serio. In fondo non vogliono annientare il fascismo. In cuor loro vogliono conservarlo. Combattono senza convinzione, con propositi poco chiari, e noi confidiamo nell’incertezza della loro volontà. Certo, dal punto di vista militare stanno gradualmente prendendo il sopravvento, ma se solo noi resistiamo, se solo prolunghiamo la guerra il più possibile, i contrasti interni tra gli Alleati arriveranno a esplodere apertamente, e saremo noi a trarne vantaggio, metteremo est e ovest l’uno contro l’altro, e scamperemo all’unconditional surrender”.

Ma sono in errore, e le loro speranze falliranno. Di certo esistono contrasti nella visione del mondo della Russia rispetto ai suoi alleati, ma questa guerra è anche, tra l’altro, un mezzo per la conciliazione di questo contrasto, per la conciliazione di socialismo e democrazia, sulla quale poggiano le speranze di tutto il mondo. Ed essi sono uniti nella battaglia contro la degradazione umana che la conquista del mondo da parte del fascismo comporterebbe. Sono uniti nella battaglia per la libertà e il diritto. Ma una guerra per la libertà e il diritto può essere fatta solo con i popoli e per i popoli. Vogliamo sperare di cuore che le cose non vadano come dopo le guerre contro Napoleone, che si chiamarono “guerre di libertà” fin quando durarono e fin quando si ebbe bisogno dei popoli e della loro spinta libertaria, ma che poi rimasero solo “guerre di liberazione” dal nemico esterno, in modo da defraudare il popolo, all’interno, dei frutti rivoluzionari della sua lotta (45).
Allora, nell’anno 1813, i príncipi e i governi combatterono non tanto contro Napoleone, quanto contro la rivoluzione, di cui l’imperatore era il paladino; ai popoli, però, venne dato a intendere che stavano combattendo per la libertà, e io non so se voi, come me, sentite il grado di abominio presente nell’ingannare i popoli.
Permettetemi ora una breve osservazione sull’idea di democrazia. Ciò che intendo per democrazia non è tanto una rivendicazione e un’auto-equiparazione dal b a s s o, ma piuttosto bontà, giustizia e simpatia dall’a l t o. Non trovo democratico che Mr. Smith o little Mr. Johnson batta sulla spalla di Beethoven e gli faccia: “How are you, old man!”. Questa non è democrazia, ma mancanza di tatto e di senso per la distanza. Quando però Beethoven canta: “Siate abbracciati, milioni, questo bacio al mondo intero!” (46), q u e s t a è democrazia. Poiché egli potrebbe dire: “Io sono un grande genio, qualcosa di assolutamente eccezionale, mentre gli uomini sono mob; sono davvero troppo delicato per abbracciarli”. E invece egli li chiama tutti fratelli e figli dello stesso padre celeste, che è anche il suo (47). Questa è democrazia nella sua forma più alta, lontana dalla demagogia e dall’imbonimento adulatorio delle masse. Sempre ho parteggiato per questo tipo di democrazia; proprio per questa ragione, però, avverto profondamente come non esista nulla di più abominevole che raggirare le masse e tradire i popoli. I miei anni più infelici sono stati quelli in cui, in nome di una pace fasulla, dell’appeasement, i popoli sono stati svenduti al fascismo. La scelta della conferenza di Monaco di sacrificare il popolo ceco (48) è stata la più terribile e avvilente esperienza politica della mia vita, e non per me solo, ma per tutte le persone attente del mondo.

Nel marzo del 1932, un anno prima di lasciare la Germania, ho tenuto alla Preußische Akademie der Künste una conferenza per il centenario della morte di Goethe, che terminava con queste parole: “Il credito che la storia, oggi, ancora concede alla repubblica borghese, alla società borghese e democratica, questo credito a brevissimo termine, si basa sulla fiducia, ancora mantenutasi, che a n c h e la democrazia p u ò ciò che i suoi nemici, che incalzano verso il potere, pretendono di saper fare, guidare cioè lo stato e l’economia verso un mondo nuovo” (49). Questo monito, allora rivolto alla classe media tedesca, oggi potrebbe essere diretto all’intero mondo borghese dell’Occidente. Se non troverà, in questa guerra e anche dopo, il coraggio di appoggiarsi alle forze popolari, di vedere davvero in questa una people’s war, e di volere davvero un mondo nuovo, più libero e più giusto, il mondo della democrazia sociale; se invece, immemore della propria tradizione rivoluzionaria, si alleerà alle forze del vecchio ordine, ordine ormai solo a parole, unicamente per evitare a ogni costo tutto ciò a cui dà il nome di “anarchia”, dunque tutte le tendenze rivoluzionarie, allora la fiducia in questi liberatori nutrita dai popoli d’Europa oppressi dal fascismo si esaurirà, e tutti, Germania in testa, si volgeranno verso la potenza dell’Est, nel cui socialismo l’idea della libertà borghese non trova più posto.
Vedete bene che non ravviso l’ideale dell’umanità in un socialismo in cui l’idea di uguaglianza prevalga completamente su quella di libertà, e sono, credo, al riparo dal sospetto di essere un campione del comunismo. Tuttavia non posso fare a meno di vedere, nella paura del mondo borghese di fronte alla parola comunismo, paura di cui il fascismo ha vissuto per tanto tempo, qualcosa di superstizioso e infantile, la grande follia della nostra epoca (50). Questa parola equivale in effetti a uno spauracchio per bambini. Il comunismo è lo spettro della borghesia, esattamente come, intorno al 1880, succedeva da noi in Germania con la socialdemocrazia. Questa era allora, sotto Bismarck, la quintessenza della dissoluzione, del sanculottismo distruttivo, del rovesciamento caotico. Mi sembra ancora di sentire i rimproveri del preside della nostra scuola, quando qualche compagno maleducato incideva col temperino le sedie o i banchi: “Vi siete comportati come i socialdemocratici”. Oggi direbbe: Come i comunisti!, poiché il socialdemocratico è diventato nel frattempo un uomo irreprensibile, che non spaventa più nessuno (51).
Intendetemi nella maniera giusta: il comunismo è un programma politico-economico rigorosamente circoscritto, fondato sulla dittatura di una classe, il proletariato, nato dal materialismo storico del XIX secolo e, in questa forma, fortemente legato a un periodo preciso. In quanto visione, però, esso è allo stesso tempo molto più antico, e contiene anche elementi che appartengono solo a un mondo a venire. È più antico perché già i movimenti religiosi popolari del tardo Medioevo avevano un carattere escatologico-comunista: già per essi la terra, l’acqua, l’aria, gli animali selvatici, i pesci e gli uccelli dovevano appartenere a tutti, in comune, anche i signori dovevano lavorare per il pane quotidiano, e tutti i gravami e le imposte andavano aboliti. Il comunismo è dunque più antico di Marx e del XIX secolo. Esso, però, appartiene al futuro, in quanto il mondo che verrà dopo di noi, nel quale vivranno i nostri figli e nipoti, che lentamente inizia a svelare i suoi lineamenti, è difficilmente immaginabile senza tratti comunisti, ovvero senza l’idea fondamentale del comune diritto alla proprietà e al godimento dei beni della terra, senza un progressivo livellamento delle differenze di classe, senza il diritto al lavoro e il dovere del lavoro per tutti.

Un paese progressivo e coraggioso come gli Stati Uniti, che non ha mai rinnegato la sua nascita dallo spirito dei pionieri, lascia di certo già presentire questo mondo venturo nel suo equilibrio e con il suo lavoro che non disonora nessuno. La condivisione dei beni di consumo e degli strumenti culturali è quasi compiuta. Tutti quanti fumano le stesse sigarette, mangiano lo stesso ice cream, guardano gli stessi movies, ascoltano la stessa musica alla radio, persino le differenze nel modo di vestire, nell’abbigliamento, si attenuano sempre di più, e la figura dello studente che si guadagna con il lavoro delle proprie mani i mezzi per l’università, cosa che nell’Europa borghese sarebbe stata profondamente al di sotto della sua dignità di classe, è del tutto consueta.
Perché dico tutto questo? Perché trovo che n o n d o b b i a m o a v e r e p a u r a, non di fantasmi verbali come “comunismo”. Perché la nostra paura è la fonte del coraggio dei nostri nemici. Con i cambiamenti sociali succede come con gli sviluppi della musica, che, all’inizio, vengono sempre avvertiti e screditati dall’orecchio profano come una selvaggia e illegittima cacofonia, come il dissolvimento di tutti i vincoli, come la “fine”, fin quando l’orecchio non è arrivato al nuovo e vi si è abituato. È difficile credere, oggi, che Mozart apparisse ai suoi tempi ampolloso e, dal punto di vista dell’armonia, eccentrico, che Verdi in confronto a Donizetti sembrasse terribilmente difficile, Beethoven insopportabilmente bizzarro, la musica di Wagner insensatamente avveniristica, quella di Mahler un incomprensibile rumore. Ogni volta l’orecchio umano è lentamente seguito, poiché di musica ha bisogno, e come musica sentirà ciò che i musicisti creano, non arbitrariamente, non per superbia, ma perché devono, perché lo Zeitgeist e lo sviluppo storico lo prescrivono.
Ai cambiamenti dell’orecchio corrisponde il cambiamento di un organo, che si può chiamare c o s c i e n z a s o c i a l e. Quali trasformazioni, quali cambiamenti hanno avuto luogo da quando si nutrivano le murene con la carne degli schiavi (52), e poi ancora dall’inizio dell’epoca industriale! La proprietà privata è, con ogni probabilità, qualcosa di indistruttibilmente umano. Ma, anche solo considerando il periodo della nostra personale esistenza, come si è modificato il concetto di proprietà, come è stato indebolito e limitato, per non dire minato, attraverso le limitazioni del diritto di successione, attraverso una legislazione fiscale che in alcuni casi rasenta l’espropriazione. Quanto la libertà individuale, strettamente legata al concetto di proprietà, si è dovuta adattare all’esigenza collettiva, e lo ha fatto, impercettibilmente, con l’andare del tempo. L’idea di libertà, un tempo essa stessa rivoluzionaria, realizzata nella sovranità degli stati nazionali, è occupata in una precisa opera di delimitazione, ovvero si sta cercando un nuovo equilibrio tra i due concetti fondamentali della democrazia moderna, libertà e uguaglianza (53). Gradualmente, quella viene limitata sempre più fortemente da questa. Alla sovranità dello stato nazionale vengono richiesti determinati sacrifici e rinunce a favore della comunità nel suo complesso (54).

Comunità, communitas: ecco l’etimo dello spaventoso termine “comunismo”, grazie al quale Hitler ha fatto le sue conquiste. Non ho il minimo dubbio che il mondo e la vita degli uomini si muovano inarrestabilmente, volenti o nolenti, verso una forma di vita per la quale l’attributo di “comunista” è ancora il più adatto, cioè verso una forma di vita della condivisione, della reciproca dipendenza e responsabilità, del comune diritto al godimento dei beni di questa terra, come semplice conseguenza della crescente interdipendenza e intimità dello spazio terrestre, del rimpicciolimento del mondo derivante dalla tecnica, un mondo in cui tutti hanno diritto di cittadinanza, e la cui gestione è cosa di tutti (55).
Non crediate che, con tutto ciò che cerco di esporre qui, voglia parlare solo in favore del nuovo e dell’intentato. In questo modo rinnegherei la mia condizione di artista, poiché mai l’artista è solo intercessore e messaggero del nuovo, ma anche erede e custode del vecchio. Sempre, dalla tradizione, egli crea il nuovo. Come sono ben lontano dal rinnegare i valori dell’epoca borghese, a cui appartiene la maggior parte della mia personale esistenza (56), allo stesso modo so anche che le esigenze dell’epoca e i compiti della pace ventura non sono solo di ordine rivoluzionario, ma anche ricostruttivo, direi anzi restaurativo. A un periodo storico tumultuoso, come quello che stiamo vivendo, è sempre seguito un movimento restaurativo. Ristabilire è anche un comandamento dell’ora, e non è non meno urgente del rinnovare.
Ciò che prima di tutto va ristabilito sono i comandamenti del cristianesimo, calpestati da una falsa rivoluzione, e da essi andrà ricavata la legge fondamentale per la futura convivenza dei popoli, davanti a cui tutti dovranno inchinarsi. Nessuna reale pacificazione del mondo, nessuna cooperazione dei popoli per il bene comune e il progresso umano sarà possibile senza una tale legge fondamentale, valida per tutti e riconosciuta da tutti, al di là di tutte le diversità e libertà nazionali, una magna charta dei diritti umani, che garantisca all’individuo la certezza del diritto, la sua inviolabilità, il suo diritto al lavoro e al godimento della vita, e per la quale il Bill of Rights americano potrà servire da modello.
Io credo che dalla sofferenza e dalle battaglie del nostro difficile tempo di transizione nascerà un interesse (57) del tutto nuovo, determinato dal sentimento, per l’uomo e la sua sorte, per la sua posizione eccezionale tra i regni della natura e dello spirito, per il suo mistero e il suo destino, un impulso umanistico che già oggi vive ed è attivo ovunque in tutti i cuori e gli spiriti migliori e più legati al futuro (58). Questo nuovo umanesimo si caratterizzerà in maniera diversa dai precedenti movimenti affini nei toni e nelle sfumature. Sarà passato attraverso troppe cose (59) per compiacersi di un’ingenuità fatta di belle parole e per guardare la vita umana con occhiali rosa. Sarà privo di retorica, e sarà consapevole della tragicità (60) di ogni esistenza umana, ma senza che la sua volontà sia spezzata da questa consapevolezza. Non rinnegherà un’impronta religiosa, poiché nell’idea della dignità umana, del valore della singola anima, l’umano trascende nel religioso, e idee come libertà e verità appartengono a una sfera sovrabiologica, alla sfera dell’assoluto, alla sfera religiosa. Ottimismo e pessimismo sono parole vuote di fronte a questo umanesimo; essi si neutralizzano (61) reciprocamente nella decisione di preservare l’onore dell’uomo, in un pathos della simpatia e del dovere. Senza un tale pathos, che è alla base di tutti i pensieri e le azioni, la costruzione di quel mondo, di quella comunità di popoli, migliori e più felici, che dovrebbe nascere dalla lotta presente, mi sembra impossibile. Difendere la ragione contro il sangue e l’istinto (62) non significa sopravvalutare la sua forza creatrice. Creatore è soltanto il sentimento da essa guidato, è l’amore operante.



Note

In questo lavoro è stata utilizzata l’edizione di Schicksal und Aufgabe presente in Essays, a cura di Hermann Kurzke e Stephan Stachorski, vol. V, Frankfurt a/M, Fischer, 1996 (abbreviato E V), a cui rimandano tutti i riferimenti al testo. Il saggio si trova comunque anche in Gesammelte Werke in dreizehn Bänden, vol. XII, Frankfurt a/M, Fischer, 1990 (abbreviato GW XII). Nel caso in cui le traduzioni italiane siano tratte da Tutte le opere, a cura di Lavinia Mazzucchetti, 13 voll., Milano, Mondadori, 1949-1958, in nota si è indicato solo il numero del volume. Nobiltà dello spirito e altri saggi, a cura di Andrea Landolfi, Milano, Mondadori, 1997 è stato abbreviato in NdS. Negli altri casi, è stato segnalato il nome della raccolta da cui la traduzione proviene.
Dove non altrimenti indicato, le traduzioni sono mie.

(1) Briand, ministro degli esteri francese, e Stresemann, il suo interlocutore tedesco, conclusero nel 1925 i patti di Locarno, illusoriamente salutati in Europa come l’inizio di una nuova era di distensione: grazie a essi la Francia vedeva riconosciute dalla Germania le frontiere del 1919, mentre quest’ultima usciva finalmente da un isolamento internazionale che durava dalla fine della guerra. L’anno successivo Briand e Stresemann (che peraltro dovette affrontare le forti critiche degli ambienti conservatori, per una presunta svendita degli interessi nazionali) furono insigniti del premio Nobel per la pace. Cfr. ad esempio Deutsche Ansprache (Appello alla ragione), E III, p.271, in cui Mann ricorda “das Zusammenwirken von Bürgertum und Sozialismus [...], das durch die politische Persönlichkeit Stresemanns hergestellt war” [“la collaborazione fra borghesia e socialismo, stabilita dalla personalità politica di Stresemann”, XI, p.265].

(2) Cfr. Die Stellung Freuds in der modernen Geistesgeschichte (La posizione di Freud nella storia dello spirito moderno): “denn nicht etwa, daß hier die Einsicht in die Schwäche von Geist und Vernunft [...] den Wunsch einflößte, sie zu schützen und ihnen irgendwelchen Sukkurs des Erbarmens zu leisten: im Gegenteil behandelt man sie in dieser Schule, als betsünde die Gefahr, sie könnten je zu stark werden, es könnte je zuviel davon geben auf Erden; des Geistes Ohnmacht ist hier ein Grund mehr, ihn zu hassen und ihn als Totengräber des Lebens religiös zu verrufen”, E III, pp.129-130 [“qui non si dà il caso, infatti, che conoscere la debolezza dello spirito e della ragione [...] ispiri il desiderio di proteggerli e di prestar loro un qualche caritatevole soccorso: al contrario, questo movimento li tratta come se ci fosse il pericolo che possano mai divenire troppo forti, che possa esserci troppo spirito e troppa ragione su questa terra; l’impotenza dello spirito, per costoro, è un motivo in più per odiarlo e per diffamarlo, con accenti religiosi, come affossatore della vita”, NdS, p.1355].

(3) Il discorso della “doppia natura” dell’uomo, qui necessariamente semplificato, data l’occasione del saggio, è uno dei grandi temi manniani. Cfr. ad es. Die Geschichten Jaakobs, in cui viene spiegata proprio “die Doppelnatur des Menschen, welche die Merkmale göttlicher Herkunft und wesentlicher Freiheit mit schwerer Verfesselung in die niedere Welt unentwirrbar vereinige”, GW IV, p.40 [“la doppia natura dell’uomo, che unisce indissolubilmente caratteri di origine divina e di libertà sostanziale con quelli di pesante schiavitù al mondo inferiore”, Le storie di Giacobbe, Milano, Mondadori, 1980, p.48]. Questa immagine viene peraltro definita, subito dopo, “voll tragischer Anmut” [“piena di tragica grazia”].

(4) L’idea di una divisione così netta rimarrà anche successivamente: ripensando al periodo della lotta contro Hitler, quegli anni vengono definiti, in Die Entstehung des Doktor Faustus (La genesi del Doktor Faustus), “moralisch gute Zeit” (GW XI, p.254) [“bei tempi dal punto di vista morale”, XII, p.206]

(5) Il problema che qui Mann pone è una delle questioni cardine intorno a cui ruota di fatto tutta una serie di riflessioni sul “deutscher Geist”, in cui può essere compreso anche questo saggio. Sull’argomento cfr. ad esempio Die Höhe des Augenblicks (L’altezza dell’ora), nella versione apparsa nella rivista parigina Die Zukunft, E V, p.288, [Zu Wagners Verteidigung] (In difesa di Wagner), E V, pp.81-82, Ansprache im Goethejahr 1949 (Discorso per il bicentenario goethiano), GW XI, p.492 e segg.

(6) “Lebensluft”. Il termine indica propriamente la parte respirabile dell’aria (l’ossigeno) contrapposta a quella “irrespirabile” (l’azoto, cioè “Stickstoff”); nella distinzione di Lavoisier Lebensluft è così contrapposta a Stickluft. Si consideri che, poco più avanti nel testo, c’è un riferimento proprio all’azoto (“Stickstoff”), a designare l’“isolamento asfissiante” della Germania. Cfr. E. Bloch, Zerstörte Sprache, zerstörte Kultur - Vortrag im Schutzverband Deutscher Schriftsteller, New York, 1939, in: Gesamtausgabe in 16 Bänden, Frankfurt a/M, Suhrkamp, 1977, vol. 11, p.292: “in Deutschland droht sie [die deutsche Sprache] zu ersticken [...]. Der außerordentliche Niedergang intra muros steht vor aller Augen. Die deutsche Sprache ist des Teufels geworden, der Teufel ist der Vater der Lüge, ihr allein soll sie dienen. [...] Die Sprache wird Narkose, Worte verlieren ihren Sinn, Krieg heißt Frieden, Pogrom Notwehr, der Lustmörder Führer. Betrugs-Ideologie hat die deutsche Sprache auch in dem sogenannten Kulturgebrauch vernichtet, der ihr dort übrigbleibt” [“in Germania [la lingua tedesca] minaccia di soffocare [...]. La straordinaria decadenza intra muros è davanti agli occhi di tutti. La lingua tedesca è diventata del diavolo, il diavolo è il padre della menzogna, e solo al servizio della menzogna essa deve restare. [...] La lingua diventa narcosi, le parole perdono il loro senso, guerra significa pace, pogrom legittima difesa, il volgare assassino condottiero. L’ideologia dell’inganno ha annientato la lingua tedesca anche nel cosiddetto uso culturale che le rimane lì”].

(7) Cfr. l’annotazione dei Diari del 13.9.1943: “zweifelhafte Komödie der Entführung Mussolinis durch die Deutschen. Schwere Kämpfe in Italien, teils zwischen Italienern und Deutschen, teils zwischen Amerikanern und Nazitruppen. [...] Die Gestapo in Mailand etc. Verhaftung der Partei- und Arbeiterführer und ihr Abtransport nach Deutschland. Schauerlich. Sie können nun also vor den Augen des gekidnapten Mussolini zu Tode gemartert werden” [“dubbia commedia del rapimento di Mussolini da parte dei tedeschi. Dure battaglie in Italia, in parte tra italiani e tedeschi, in parte tra americani e truppe naziste. [...] La Gestapo a Milano ecc. Imprigionamento dei capi di partito e dei lavoratori e loro trasferimento in Germania. Orribile. Ora possono essere mandati al martirio sotto gli occhi del rapito Mussolini”].

(8) La notizia che il pacifista e intellettuale di sinistra Romain Rolland fosse morto nel 1943 in un campo di concentramento tedesco era in realtà falsa. Rolland continuò a vivere in Francia, nonostante alcuni contrasti col regime di Vichy, e vi morì il 30.12.1944 (cfr. il commento a Schicksal und Aufgabe, p.415).

(9) Cfr. Doktor Faustus, GW VI, p.336. Cfr. la Ansprache im Goethejahr 1949 (Discorso per il bicentenario goethiano) a proposito della riluttanza di Mann a rientrare in Germania (si ricordi che in occasione di questo discorso Thomas Mann tornava in patria per la prima volta dal 1933): “man zögert, die Grenze eines Landes wieder zu überschreiten, das einem durch lange Jahre ein Alpdruck war; von dessen Fahne, wo sie sich im Auslande zeigte, man mit Grauen den Blick wandte [...]. Die Sorge der Entfremdung, der Gedanke an die Verschiedenartigkeit der Erlebnisweise, des Lebensstandpunktes, die Furcht, daß man nicht mehr dieselbe Sprache spreche, daß die Verständigung schwer geworden sein möchte zwischen euch drinnen und uns draußen, - dies alles trägt bei zu der Scheu, die mich fesselte und die mit Unversöhnlichkeit, feindseliger Überheblichkeit und bösen Wünschen so gar nichts zu tun hatte”, GW XI, pp.485-486 [“si esita a rivarcare i confini di un paese che per lunghi anni fu il nostro incubo, dalla cui bandiera, ovunque all’estero si mostrasse, si distoglieva lo sguardo con orrore [...]. L’angoscia di essere divenuto estraneo, il pensiero del diverso modo con cui avevamo vissuto e giudicato gli eventi, il timore che non parlassimo più la stessa lingua, che la comprensione fosse divenuta difficile fra voi dentro e noi fuori, tutto questo ha contribuito alla riluttanza che mi incatenava e che assolutamente nulla aveva in comune con la volontà di non riconciliarsi”, NdS, p.391].

(10) “Trotz ihrer von Stickstoff erfüllten Abgeschlossenheit”.

(11) Cfr. Doktor Faustus, GW VI, pp.44-45.

(12) Cfr. Doktor Faustus, GW VI, p.45.

(13) “Verderben”. È lo stesso concetto espresso all’inizio in maniera più generale (ich war “überzeugt, daß nichts anderes als Krieg und äußerste Zerstörung das Endergebnis der irrationalistischen Geistesorgie sein könne”, p.219 [“sono stato convinto che l’esito finale dell’ubriacatura irrazionalistica non sarebbe potuto essere nient’altro che la guerra e la distruzione totale”]). Cfr. Doktor Faustus, GW VI, p.233, in cui si parla, in riferimento al nazismo, del “Taumel” [“vertigine”] che “den Krieg, diesen ganzen Krieg schon in sich trug” [“conteneva già in sé la guerra, tutta questa guerra”].

(14) Thomas Mann parla spesso di come il nazionalsocialismo gli abbia insegnato “la passione dell’odio”. Cfr. ad esempio la Ansprache im Goethejahr 1949 (Discorso per il bicentenario goethiano) in cui si parla dell’“Affekt” [“passione”], “den ich ohne das deutsche Unheil gewiß nie kennegelernt hätte: den Affekt des Hasses. Ja, [...] ich habe die ruchlosen Verderber Deutschlands und Europas gehaßt, mit unbedingtem, mit tödlichem Haß, dessen ich mich nicht zu schämen hatte, auf den ich stolz sein durfte”, GW XI, pp.483-484 [“che [...] senza la sciagura abbattutasi sulla Germania non avrei mai conosciuto [...] la passione dell’odio. Sì [...], io ho odiato gli empi corruttori della Germania e dell’Europa di un odio mortale, assoluto, di cui non ebbi da vergognarmi e di cui potei essere orgoglioso”, NdS, p.389]. Nel novembre del 1945, spinto dalla BBC, Thomas Mann aveva preparato un’ultima trasmissione Deutsche Hörer!, nel cui testo si legge: “mich hat der Teufelsdreck, der sich Nationalsozialismus nennt, den Haß gelehrt. Zum ersten Male in meinem Leben den wirklichen, tiefen, unauslöschlichen, tödlichen Haß” [“questa diavoleria immonda che porta il nome di nazionalsocialismo mi ha insegnato l’odio. Per la prima volta in vita mia, l’odio vero, profondo, incancellabile, mortale”], in: Thomas Mann, Fragile Republik: Thomas Mann und Nachkriegsdeutschland, a cura di Stephan Stachorski, Frankfurt/M, Fischer, 1999, pp.37-38. A questo si collega l’idea di come - eccezionalmente - sia possibile operare una distinzione netta tra bene e male nel mondo minacciato dal nazionalsocialismo (cfr. Die Entstehung des Doktor Faustus [La genesi del Doktor Faustus], GW XI pp.253-254). Sull’odio e la paura che il nazionalsocialismo ha suscitato, cfr. Dieser Krieg, E V, p.88. In questo saggio i “gegenwärtige Machthaber” [“attuali potenti”] della Germania sono definiti come “hassend und verhaßt” [“che odiano e sono odiati”], p.114.

(15) “Verirrung”. Il termine errore va qui inteso come effetto dell’errare in quanto “deviare, allontanarsi dal vero, smarrirsi”. Il concetto di “Verirrung” viene spiegato, in relazione alla scarsa inclinazione per la politica dei tedeschi, in Dieser Krieg, E V, p.101: “man darf fragen, ob ein solches Volk [i tedeschi, convinti, come detto subito prima, che tra la politica e la morale non possa sussistere alcun rapporto] eigentlich zur Macht berufen ist, - darf es fragen, selbst wenn ein noch so spornender, aus Neid und Verachtung quälend gemischter Ehrgeiz es dazu treibt. Man wird diesen Ehrgeiz eine Verirrung nennen dürfen” [“è lecito domandare se un popolo del genere sia davvero chiamato alla politica - domandarlo, anche quando un’ambizione incalzante, angosciosamente mista di invidia e disprezzo, spinga in questa direzione. Sarà lecito definire questa ambizione un errore”] [corsivo mio].

(16) Da qui, e fino a “che è pure l’ideale del nazionalsocialismo”, il passo è ripreso quasi alla lettera da Richard Wagner und der Ring des Nibelungen (Richard Wagner e “L’anello del Nibelungo”), GW IX, pp.510-511, con alcune variazioni di poco conto. In due punti, però, le differenze risultano significative. Mann taglia infatti “und wenn es das Wort schon gegeben hätte, so hätte er [der deutsche Bildungsbürger] Wagner einen Kulturbolschewisten genannt.

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