Sguardomobile

Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

Home > 04 - Recensioni (in ritardo, in anticipo, in perfetto orario) > Schede > Good Bye Lenin

04 - Recensioni - Schede

Good Bye Lenin

Ironia e dignità nell’ultimo film di Wolfang Becker

giovedì 10 luglio 2003, di Sabrina Mori Carmignani

di Sabrina Mori

La caduta del muro di Berlino, la transizione e il cambiamento ruotano intorno alla figura di una madre, allo sguardo di un figlio, alla vicenda privata di una famiglia della DDR. Stupore, ironia e consapevolezza percorrono la dimensione temporale di una fase storica giunta a compimento il 7 ottobre 1989.

Due date - 1978 e 1990 - segnano l’inizio e la fine della "narrazione": la notizia appresa alla tv della spedizione lunare del primo cosmonauta della DDR, il primo anniversario della caduta del muro. In sottofondo, musiche che sembrano provenire da lontano, quasi disturbate dal suono metallico di una radio malfunzionante, contrastano con il fragore dei fuochi d’artificio dei festeggiamenti nella seconda parte del film. L’irreversibilità di un tempo che scandisce l’arrivo della fine è data dalla incursione lungo tutto il racconto dell’orologio e del calendario. I ricordi sono immagini di una vecchia cinepresa, il presente irrompe attraverso l’accellerazione comica dei tempi dell’azione. La storia entra nella vicenda familiare con le immagini di una grottesca cronaca televisiva: la deposizione di Honecker, l’abbattimento del muro, i festeggiamenti per la vittoria dei mondiali di calcio. Ma al tempo lineare esterno si sovrappongono due sospensioni che segnano la famiglia; la prima, all’inizio del film, coincide con la depressione della madre in seguito all’"abbandono" del marito, la seconda, dal coma in cui lei entra il 7 ottobre 1989 e dal quale uscirà solo dopo otto mesi. Al suo risveglio suo figlio Alex, la voce narrante, "costruisce" per lei, per tutti noi, la sua DDR. Si innesca il gioco divertente e divertito di un sovvertimento degli eventi nell’interieur dei settantanove metri quadrati dell’appartamento familiare in cui la madre trascorre la sua convalescenza isolata e protetta dalle incursioni dei loghi che si insediano a ritmo vertiginoso nella città e nella stessa famiglia. Con ironia (autoironia) lucida e sorridente Alex rivisita la storia, facendo credere alla madre che niente sia cambiato. E’ lei, lungo tutto il film, il centro di un universo di significati in cui al legame individuale e affettivo si sovrappone quello dell’identità storica e culturale. L’epilogo, segnato dal duplice "declino" dei due piani del racconto (quello familiare e quello storico), converge nella acquisizione di una consapevolezza che non nega la storia, ma le restituisce, entro la cornice dell’ironia e del dolore, la sua propria dignità. Nessuna nostalgia o sentimentalismo nel raccontarsi e nel mettere in luce la memoria di un’utopia "forse mai esistita veramente", che tuttavia ci dona la misura di una humanitas ormai estranea a ritmi, obbiettivi e canoni del pensiero "occidentale".


Filmografia di Wolfang Becker:

1987 Schmetterlinge (Butterflies)

1991 Blutwurstwalzer (blood sausage waltz)
Episodio della serie tv Tatort (scene of the crime)

1992 Kinderspiele (TV) Celibidache (documentary)

1997 Life is all you get

2002 Goodbye, Lenin!

Messaggi

  • l’articolo di sabrina Mori ben coglie il valore di questo straordinario film

    personalmente darei forse maggior rilievo a uno dei temi conduttori, quello del "socialismo reale" come sistematica falsificazione dei dati di realtà, reso con straordinaria levità, ironia, originalità d’intreccio

    • ho vissuto con duplice sentimento il film: il senso dell’ironia e della leggerezza con la disfatta e la pesantazza della perdita.
      Ma quello che mi è sembrato molto sottile è la lettura, in sincronia, del problema della vita. Il ragazzo, mi sembra, non agisce così per la madre (che poi, visto il racconto vero della sua storia, avrebbe accolto con un senso di liberazione la verità) ma per se stesso: non è in grado di sopportare il cambiamento che da ragazzo lo vuole uomo, cresciuto in un mondo mitico di sicurezze, di forze astronaviche ed eroiche deve accettare che la vita è molto, molto meno fulgida, deve assumersi la responsabilità di occuparsi di se stesso senza l’appoggio di un padre, di uno stato, di un partito di un’ideologia...etc
      E’ un po’ la storia di tutti ma alla quale fa da sponda la storia di quel paese, in quel periodo: sottile, intelligente, divertente!
      Ho sempre amato le storie umane lette attraverso gli eventi della storia e scoprire come le une si intreccino con le altre in un groviglio inestricabile di collettivo e individuale.

    • ho visto il film al cinema ma lo hanno tagliato alla fine, mi hanno detto che mancavano solo i titoli di coda ma ho qualche dubbio. Il film si è interrotto quando, dopo aver visto il finto telegiornale alla televisione, cominciano i fuochi di artificio e il protagonista e la sua fidanzata si affacciano dal balcone. Ma èquesta la fine? Perchè ci sono i fuochi? la madre non dice più nulla oltre alla frase a commento delle false notizie del tipo:"Non potevo sperare di meglio" (o qualcosa di simile)?

      Toglietemi questo dubbio così al massimo chiedo il rimborso del biglietto.

      Grazie

    • Io non vedo mai la fine dei film perché se no manco l’ultima metropolitana.

  • Io so che alla fine, nella comica e straziante inversione dei cittadini di Berlino ovest che scavalcano il muro per arrivare a est, in quel passaggio retorico sugli ’uomini di buona volontà che non vogliono vivere all’insegna del consumo e della carriera, ma che vogliono darsi da fare per costruire una società più giusta", mentre ridevo insieme al resto del cinema, io mi sono emozionato. E’ retorico, lo so, ma funziona, per lo meno con me. Come il discorso finale de "Il grande dittatore", in cui Chaplin fa dire al falso Hitler frasi di umana comprensione, inneggianti al pacifico consorzio tra le genti. Quel pezzo che non piace ai cinefili, ma che mi ha toccato il cuore.

Un messaggio, un commento?

Chi sei?
I tuoi messaggi

Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.