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Milo De Angelis - Tema dell’addio

Lo specchio, Mondadori 2005

martedì 11 ottobre 2005, di Lorenzo Flabbi

A pochi mesi dalla sua comparsa, Tema dell’addio può già vantare pagine di profonda comprensione critica. Non perché sia un libro facile in assoluto, ma più probabilmente perché è un libro facile da amare, che fa immediatamente risuonare corde nel lettore, corde già in stato di vibrazione latente che vengono attivate dal diapason di De Angelis. C’è nel buio della perdita un’altezza di ispirazione che arriva diretta, senza accumuli immaginifici che celano l’oggetto fino alla sua dispersione; è come trovarsi d’un tratto davanti a qualcosa di enorme. Quella sensazione che danno i sogni in cui una tragedia immane è avvenuta, ma non sapremmo dire quale. Ci si sveglia e si ricorda di aver sognato un incontro banale, un tavolino con una donna seduta che magari sorrideva. Eppure qualcosa di occultato è avvenuto, lo sentiamo dall’occhio tragico con cui posiamo il primo sguardo fuori dalla finestra. E sono risvegli cattivi e ispiratissimi. La vita che torna a ficcarci spilli sulla pelle, che non si diluisce in dosi omeopatiche. Un libro di poesia italiana contemporanea può fare questo effetto. Questo libro lo fa. Fa sentire quella enormità, che rende il lutto del poeta un’occasione insufficiente a spiegare a noi stessi quelle corde che ci vibrano dentro con la stessa intensità. Sarà tempo più in là di scriverne con maggiore parsimonia di sentimenti. Per ora facciamo parlare l’emozione che ci ha suscitato sin dalla prima lettura, emozione rinnovata e moltiplicata nelle successive.
Vi si legge un dettato che più che asciutto, come vuole un sintagma critico consunto, verrebbe da dire prosciugato, come sottovuoto: scompaiono i titoli, resta il blocco compatto dei versi che si fanno così decisivi, così pertinenti. Non si tratta di secchezza; la parola di De Angelis non è mai scavata nel granito; essa resta esaustiva, con come unico baricentro esterno quello di una persona amata di cui si celebra l’addio, la poetessa Giovanna Sicari, compagna del poeta e morta di malattia sul finire del 2003.
L’addio con il quale le poesie a loro modo danzano è la declinazione del ricordo in cui - invece di contemplare o restare storditi - si agisce; un addio che non è più solo la membrana tra un prima in cui tu c’eri e un poi in cui scompari, ma il mio tributo a te, la cima verticale del marchingegno inesistente che spezza anime su fogli quadrettati misurando l’amore. In un libro rovente, scritto in presa diretta sul dolore eppure mai enfatico, i ricordi invocati e rievocati non hanno niente di letterario. Sono i rasoi ai quali è disposto ad aggrapparsi chi sta annegando. Aprono ferite ma salvano dall’allucinazione della vita. O meglio, dalla sensazione che la vita sia tutta un’enorme e assurda allucinazione, che tutto si schiacci su un presente in cui rimbombano passi lontani e indistinti. La poesia agisce così come un recettore di verità, mette a fuoco lo sfuocato, lo strappa dall’abisso.
Chi scrive ha avuto cari, carissimi, altri libri legati a doppio filo a questo di De Angelis; conoscendone in anticipo l’argomento, ha inevitabilmente cercato somiglianze con quelle precedenti esperienze di lettura. Birthday letters, che fu un libro commovente, doppiamente testamentario: Ted Hughes lo scrisse poco prima di morire aprendo finalmente la sua voce stipata nel riserbo di tanti anni su Sylvia Plath, la sua prima moglie suicidatasi trentacinque anni prima e alla quale il poeta inglese non aveva pressoché mai dedicato le rose della sua poesia. E poi gli Xenia di Montale, che furono un libro di rottura, liberatorio e straziato. La doppia suite di quattordici brevi componimenti aprirono una strada molto anglosassone alla poesia italiana e rivelarono un Montale nuovo, più fluido del precedente, meno concentrato ma non meno ispirato. E ancora la quasi totalità della poesia di Ferruccio Benzoni, canto funebre, che si è andato prosciugando con il tempo fino ai tesissimi epicedi dei Numi di un lessico figliale, dello Sguardo dalla finestra d’inverno.
Ma le prospettive di un tema così assoluto e antico sono scritte a un grado tale di potenza emotiva che niente risuona come già letto. A metà della prima delle sei sezioni, dimenticato Montale, dimenticato Hughes, dimenticato Benzoni. E infatti la danza si apre col momento dell’attesa della donna amata alla stazione (ribaltando speculare un altro Montale, quello dell’Addio fischi nel buio cenni tosse). Già questo solo evento dà la dimensione dell’importanza di questo libro: un Tema dell’addio che germoglia non dalla partenza della donna amata, ma dal suo arrivo in stazione, foriera di una grande notizia.

Contare i secondi, i vagoni dell’Eurostar, vederti
scendere dal numero nove, il carrello, il sorriso,
il batticuore, la notizia, la grande notizia.
Questo è avvenuto, nel 1990. È avvenuto, certamente
è avvenuto. E prima ancora, il tuffo nel Ticino,
mentre il pallone scompariva. È avvenuto.

Il registro emotivo oscilla tra pochi poli puntuali, come il pendolino del rabdomante. È avvenuto, ci implora di ricordare la prima poesia. E in quella ripetizione si introduce dirompente il dubbio che l’affermazione della realtà celi proprio la propria negazione. Ma quasi subito dopo ecco un’affermazione crudele, opposta eppure sorella di questa, che restituisce noi all’abisso, noi salvati: ciò che è avvenuto non è più dato.

Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.

Il poeta che salva l’altro dall’oblio - l’altro già al di là delle parole, col corpo che «si è fatto musica / delle sfere, voce consacrata, silenzio» - si condanna alle tenebre con lo stesso gesto della parola in cui si invera l’addio. E ancora un altro sintagma semplicissimo e potente punteggia la costellazione emozionale: «non c’era più tempo». A sigillare uno strazio ancora diverso, un’altra dimensione del dolore, dove la morsa del ricordo di oggi si aggrava del peso trascinante del rimpianto di ieri, risucchiata nell’imbuto inesorabile del tempo che ci avrà tutti. Ma per chi resta, dopo l’ultima accelerazione, il tempo si blocca. E in quella sospensione la ricognizione degli eventi accaduti diventa un vero esercizio spirituale:

C’è stato un compleanno, all’inizio, certamente.
Cinque candeline azzurre, i parenti mai visti,
gli evviva. C’è stato, quello c’è stato.

Quello dell’addio è filo conduttore, ma non unico tema compatto. Questo è anche, e forse soprattutto, un libro sul tempo, quando esso «rivela i suoi grandi paradigmi». La danza per Giovanna - danza tacita, eseguita in un silenzio di ospedali che riecheggiano la fissità cosale del mutismo dei lavandini in un ricordo precedente - è un continuo oscillare tra accelerazione e stasi, esitando tra la drammatica partecipazione all’evento che a esso pone fine («ti cedo la parola, ti chiedo un po’ / di morte») e il suo rifiuto offeso, scandalizzato («Vattene / nulla morente, / vattene ferita / dei minuti che tornano qui»). Così quello alla compagna non è l’unico congedo che si celebra nel libro. E quando la storia ulula da dietro i vetri che circoscrivono la nostra solitudine, (nel momento storicamente topico in cui «Affogano le nazioni. Crollano le torri») il poeta si siede a un tavolino e convoca le sue ombre. Il padre, altre figure femminili.

È anche, questo di De Angelis, un libro ancora pieno di Milano, della sua periferia. Dove l’asfalto liquefatto penetra nei corpi e li corrompe. Dall’immagine di copertina si sprigiona la luce di una sospesa unreal city, immobile e presaga, coi grumi urbani dei navigli, le macchine e l’industria, la storia e la prosa dei giorni. Il brano di strada che si intuisce è un lastricato, e sul marciapiede è terra. L’asfalto non c’è. È entrato tutto dentro alle pagine, entrato nei corpi, e racconta così di una morte comune. Una morte che sembra tornare ad allontanarsi nell’impenetrabile fissità di ciò che è fuori dal tempo, sezione sottratta al fluire della storia e consegnata a un estenuante gioco di dilatazioni. Morte aerea e rarefatta, dalla quale diventa necessario strappare il materico, il terrestre, ciò che è stato. E si viene come interpellati, chiamati a testimoniare della propria partecipazione, affermando che è tutto realmente accaduto. Se questo è l’interrogativo che Tema dell’addio pone al lettore, allora questa è la risposta. È accaduto l’incontro minimale a Rosario, è accaduta la notizia clamorosa che apre a una furibonda molteplicità di letture chi volesse interpellare il testo nei suoi singoli interstizi. Tutto ciò che viene detto è stato, perché questo è un libro che afferma ai frequentatori della letteratura la scandalosa realtà della parola performativa, la parola che sa dire il suo oggetto, sia esso vita, morte, dolore, addio. Sì, è tutto stato, e le muse foscoliane sorreggeranno ciò che viene qui cantato ben aldilà dei nostri individuali codici terrestri.


Testo pubblicato su "Semicerchio. Rivista di poesia comparata", XXXII - XXXIII (2005). La rivista è consultabile all’indirizzo www.unisi.it/semicerchio .

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