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Tim Burton - Fabbrica di cioccolato

Willy Wonka & the Chocolate Factory, di Tim Burton, con Johnny Depp, Freddie Highmore, Deep Roy.

mercoledì 21 settembre 2005, di Antonio Almeida

Questo sito ospita di quando in quando recensioni cinematografiche inintelligibili da chi non abbia già visto il film (nessun accenno alla trama, men che meno al genere e a un eventuale target di riferimento), e completamente inutili per chi lo abbia visto (percorsi critici completamente soggetti alle paturnie e alle idiosincrasie di chi scrive). Questo pezzo si fa forte di questa tradizione luminosa, splendidamente vana. E a proposito de La fabbrica di cioccolato dice dapprima due cose utili e indiscutibili:

e’ l’ultimo film di Tim Burton;
esce nelle sale italiane questo fine settimana;

ma poi aggiunge che:
Deep Roy ha la faccia del sarcasmo moltiplicata per tutte le accezioni della tenerezza, e ci ha fatto molto più bene che male la proliferazione informatica dei suoi lineamenti (Viva gli effetti speciali!).
La fiaba è un crescendo di crudeltà che si stempera nella dolcezza della morale finale, la quale è senz’altro eccessivamente melensa per chiunque abbia più di nove anni, ma al contempo si sostiene proprio della crudeltà che la precede, e dunque vive di vita propria.
A uno che non sia pronto a ingoiare indiscriminatamente tutto cio’ che esce dalla cucina sfavilllante e odorosa di Tim Burton e che non sia convertito al culto di Johnny Depp come carismatico figo interplanetario, questo film farà alzare il sopracciglio sinistro. Ci sono trovate da circo dell’intelligenza, c’è l’ostentazione del fancy cui ci abitua Burton, c’è l’ennesima declinazione del suo eroe, talentuoso e diverso, tristissimo eppure inconsapevole di esserlo fino all’agnizione della felicità (una felicita’ possibile che implica uno scarto di lato, un deragliamento doloroso). Ma rispetto agli altri eroi burtoniani, questo stregone del caramello non è sfigato, non è simpatico,

Willy Wonka

non induce lo spettatore dall’indole fantasticante all’identificazione: è ricchissimo e ha licenziato senza giusta causa tutti i suoi operai per far spazio al piu’ bieco sfruttamento coloniale di una popolazione di pigmei, pescati in terra esotica e attratti dalla collanina di vetro/semi di cacao. Che bruci tra le fiamme dell’inferno o si redima è, per lo spettatore, completamente indifferente. Ma anche questo smussa gli angoli acuti della morale famigliare con cui si conclude l’apologo di Roald Dahl da cui è tratto il film (già adattato per gli schermi da Mel Stuart nel 1971 con Gene Wilder a far da mattatore).
Pero’ che gioia:
nell’intuizione della pelle tirata e tanto bianca da essere blu di Wonka/Depp, nei musical degli Umpa Lumpa/Roy, nell’adesione da film disneyano ai cliché dei cattivi (tutti i bambini sono insopportabili come i malvagi di Dickens tranne il protagonista, che è buono di una bontà alla De Amicis) che subiscono però un contrappasso di matrice ferocemente dantesca, nello spreco assoluto del talento del sublime pasticciere Wonka, il quale riscrive il mondo a dimensione di tavoletta di cioccolato e in quella sola direzione intende sfruttare anche la più sconvolgente delle sue invenzioni, incapace di uscire dal suo perimetro di dolciumi e sogni, sogni prigionieri della sua ansia di riscatto. Un inno alle irriducibili juvenilia di ogni tempo.


(Chi vuole, qui si compra il DVD.)

Messaggi

  • Recensioni inutili per chi ha già visto e per chi non lo ha ancora fatto, ma utilissime per chi non ha alcuna intenzione di andarlo a vedere, e cerca conferme e conforto in ogni cenno. Se non dovessi occuparmi di questioni di sicurezza nazionale più urgenti (alle quali dovrebbe pure collaborare l’estensore dell’articolo, in fin dei conti un mio dipendente, pagato con i vostri soldi) mi recherei in sala a vedere quella che appare già come l’opera minore di un regista che ha fatto ultimamente abbastanza opere minori da farci pensare di averlo a lungo sovrastimato, ma non abbastanza opere minori da farcelo abbandonare del tutto. Questo comunque me lo perdo. E ne godo.
    Davide Palmer

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