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05 - Scritture

Il "Lamento" di Eugenio Montale

Anagrammi #3. Con una nota critica e interpretativa di Angelo Ometeuni

giovedì 5 febbraio 2009, di Francesco Bamai

Questo gioco anagrammatico risale oramai a qualche anno fa. Alla notizia della scomparsa del maestro Giampaolo Dossena (1930 - 5 febbraio 2009), a cui il "Lamento" era stato dedicato sin dall’inizio, abbiamo pensato di riproporlo in vetrina.
A molti di noi Dossena ha indicato ciò che avremmo voluto fare (e scrivere) da grandi. Di grande, per oggi, c’è il saluto che gli mandiamo da qui.

a Giampaolo Dossena

Lamento

Tuo nome geniale,
né ogni tuo male è
muto, né io lagne e
lamenti nego: “Ueo”
Mulo! Gente, noia, e
guanto, e le moine,
e, O gaie multe! non
nume e etnologia
ma unte enologie,
e io... mungo l’Atene,
Teo, ungo le mani e
amo le tue gonne, i
tuoi «Angelo me ne
mangio le note “U”» e
il monte euganeo...
Le tue gonne, o mia
gente umile! O ano
gaio nel nome, tue
unte, moge lane, io
non gemo! E lui a te,
genio tele-umano,
uomo inelegante
Ugo, le intona e me
ne mangio o le tue
io me le tengo. Una
a ogni elemento U!

Eugenio Montale



Nota critica e interpretativa


ai fini di un’ottima lettura del Lamento.

di Angelo Ometeuni

Il testo che abbiamo davanti rappresenta forse la più entusiasmante scoperta della filologia d’autore degli ultimi vent’anni. Lasciato tra le carte che Montale aveva abbandonato in via Bigli nel ’67, quando trasferì la sua dimora nella stessa via, a pochi numeri civici di distanza, è stato ora ritrovato grazie all’apertura di tutti gli archivi del poeta, dopo la conclusione della spinosa questione del Diario postumo. Scritto su un foglio di carta bluette quadrettata di cm. 18x14 (ora di proprietà dell’Archivio manoscritti dell’Università di Pavia fondato da Maria Corti), questo breve testo aprirà certamente nuove frontiere nella critica montaliana; nessun altro componimento del poeta è, per i temi trattati e l’audacia formale, così sconvolgente quanto questo Lamento.

***

Si tratta certo di uno sfogo di dolore del poeta, ma quel titolo esplicito va forse letto in chiave anche ironica, un ammiccamento a una posa sentimentale, la soverchia teatralizzazione di una postura. Il referente del poeta non è qui una donna, uno dei numerosi visiting angels della poesia montaliana, ma un amico dalle scandalose scelte sessuali; un antisociale che, rifiutata l’omologazione anagrafica coercitiva delle società moderne occidentali - ricordando non poco l’infant joy blakiano- decide di farsi chiamare con l’acronimo di UEO, ad indicare la sua ancestrale androginità omnicomprensiva e generica in quanto Umano Etero-Omosessuale. Lo scioglimento dell’acronimo è giustificato in parte dai successivi riferimenti interni al testo, in parte da alcune annotazioni d’autore a bordo pagina, aggiunte a matita. Ogni tentativo invece di sapere a quale figura storica delle amicizie montaliane si faccia riferimento non può che essere, almeno per ora, abbozzato per via congetturale e speriamo che altri dopo di noi prendano il testimone per far luce sulla vicenda.
Il poeta desidera aprire canali comunicativi con l’anarchico amico di cui apprezza la trovata lessicale (è lo straordinario incipit della poesia: ‘Tuo nome geniale’), e gli si accosta nel dolore garantendogli di riuscire a capirlo (‘né ogni tuo male è / muto’) e che non si esonererà dal negare di essere anche lui vittima di sofferenze non meglio definite (‘né io lagne e / lamenti nego’) in un rimbalzo di identificazioni che supera per intensità il correlativo oggettivo e il dato allegorico, richiamando piuttosto la figura dello speculum di cui alcuni lampeggiamenti sono presenti già all’altezza dei Mottetti.

Il viaggio nei meandri dell’insoddisfazione continua con afflati inusitatamente naturalistici: il poeta si rivolge infatti, con ardito scarto verbale, a un altro emarginato sociale, un individuo dai diritti ridotti ma che contiene in sé un’immanenza di senso che è difficile trovare nella cosiddetta società moderna civilizzata: si tratta infatti di un mulo al quale l’ésprit poétique sente di poter confidare il suo sfogo sullo stress dei rapporti umani (“Gente”), sulla noia alienante che invade i sentimenti al punto che l’iterazione meccanica post-industriale si compie persino nei gesti d’affetto (“le moine” che depotenziate delle loro capacità comunicative si riducono a essere un dialogo tra chi non sa ascoltare e a nulla crede, facendosi, drammaticamente, “atee monolingue”) e sulle grandi paure della contemporaneità, dove l’ipocondria (con l’elegante eufemismo a indicare il più classico degli anticoncezionali in lattice, guanto) è davvero imperante e la patologia deviata della situazione porta a desiderare eventi fuori dall’ordinario, siano anche fastidiosi e lesivi (è il caso dello strepitoso ossimoro “gaie multe”) pur di spezzare la monotonia della quotidianità.
Il portato filosofico del lamento con il non fecondo amico equino va allargandosi nei versi successivi, marcando le tappe di un irresistibile climax ascendente. Non c’è più spazio per la divinità, e non quella indifferente cui è abituato il lettore del corpus montaliano, bensì quella viva e agente della paganità; e nemmeno ne resta, in questa terra desolata, per uno studio sull’umano di ampio respiro antropologico: “non / nume e etnologia”. Tutto sembra invece pervaso da un laido edonismo alcoholico che trova in se stesso le proprie meschine giustificazioni (è la sconsolata invocazione: “ma unte enologie”) al punto che sembra non esserci nessuna via d’uscita oltre all’adeguarsi utilitaristico e illusorio di chi dalla realtà nucleare primigenia del nostro tempo - la Città, qui nella sua antonomasia classica: “Atene”- tenta di trarre il massimo fino a consumarla: “e io... mungo l’Atene”. E questo mungere del v. 10 non può non ricordare l’utopia alchemica dell’Eterna Giovialità ottenuta grazie a una dieta a base di latte d’asina.
Compare poi un terzo referente, in un’inarrestabile girandola di personaggi convocati dalla fantasia memoriale del poeta. Nel parlare con Teo - altra figura eccentrica di uomo, resistente alla normalizzazione sociale (si tratta verosimilmente di un travestito sulla cui effettiva frequentazione col poeta sono state scritte pagine di straordinaria efficacia anche da Andrea Zanzotto, cfr. Fantasie di avvicinamento, Garzanti, Milano 1982) - l’autore si lascia andare emozionato e grottescamente ipertraspirante (‘Ungo le mani’), alla dolce tenerezza del ricordo, alla femminea evocatività delle più intime epifanie in una breve ma significativa campionatura di fatti e situazioni della loro vita comune, dall’amore per il parafeticcio (ma in questo “le tue gonne” non ci sarà anche l’elemento salvifico del topo bianco d’avorio di Dora Markus?), a quello per gli amorevoli nomignoli (“angelo”, in cui si legge anche sullo sfondo un richiamo a Clizia e, naturalmente, ai visiting angels in generale), fino a rivelare anche brani di un codice segreto, espressioni criptiche tipiche di ogni lessico personale interno alla coppia (come interpretare altrimenti quel: “me ne mangio le note “U”?). Lessico difficile, se non impossibile, da decodificare al di fuori del contesto comunicativo Io-Egli lotmaniano instaurato tra l’autore e l’amico: Infine la vera intermittenza del cuore, scatenata dal più ovvio dei ricordi, il luogo del loro primo incontro, nel Triveneto, “il monte euganeo”. La trama dei riferimenti intertestuali di questo brano è densa, come in tutto l’ultimo Montale; in questo caso suonerebbe pleonastico rilevare il riferimento all’Ortis foscoliano e alle sue travagliate vicende alle quali il poeta sembrerebbe volersi accostare, e bisognerà forse indirizzarsi altrove per non farsi, montalianamente, depistare.

Questo abbandono emotivo non può celare a lungo i segni drammatici della malinconia che, compressi, esplodono in un misto confuso di erotismo omosessuale e facile populismo, per vertere poi decisamente verso il primo con una radiosa quanto dettagliata descrizione dell’orifizio all’estremità terminale dell’intestino retto dell’amico Teo, anche se non è da escludere la tesi avvallata da Dante Isella e sostenuta con puntigliosa ricerca filologica anche da Rosanna Bettarini (cfr. l’articolo “Perché la filologia?” di D. Isella e la risposta “Perché mi pagano” di R. Bettarini, entrambi in Nuovi studi montaliani, XXI, 3, Università di Pisa, 2005), che si tratti piuttosto del retto del mulo (e sul rapporto tra Montale e il mondo animale aveva scritto pagine importanti Laura Barile, in Adorate mie larve. Eugenio Montale e un’insolita passione, Il Mulino, Bologna 1990). Comunque il poeta non si abbandona ai rantoli sfrenati della libido, ma al contrario - nella fenomenologica rappresentazione a suo modo straziante che ricorda il celebre duplice sonetto botta e risposta tra Rimbaud e Verlaine (‘O ano / gaio nel nome, tue / unte, moge lane, io / non gemo’) - introduce l’ultimo personaggio della frastornante tetralogia erotica, Ugo, quarto vertice di uno scandaloso menage à quatre, se si accetta anche il mulo come facente parte a pieno titolo del gioco vorticoso di relazioni, o addirittura a cinq se si rifiuta l’identificazione, ormai quasi unanimamente accettata dopo l’esauriente studio di Harold Bloom ( “Il Lamento, Omero e la cultura punk: aveva ragione Curtius?” in Vi ho mai detto che Shakespeare è bravo?, Bompiani, Milano 2005, pp.45-52, tr. di F. Saba Sardi) di Ueo con Teo, o almeno di Teo con Ugo (nel qual caso il richiamo alla sua ineleganza andrebbe quindi intesa à la lettre, come un affettuoso buffetto di chi può permettersi di prendere cautamente in giro un amico, forte della intimità che ad esso lo lega).
È a quest’ultimo comunque che è dedicato il messaggio posto in explicit, che l’Autore stesso chiosò (in una breve e finale lettera a Contini venuta alla luce insieme al nostro testo), come “un appello disperato della genialità alla imbarazzante condizione ontologica dell’esperito umano per corrispondenza [il ‘genio tele-umanoNdR], il segreto catodico della triade cantare-mangiare-tenere [Montale si riferisce ovviamente ai vv. 22-24, ‘le intona e me / ne mangio o le tue / io me le tengoNdR] misurata sulla micro essenza delle svolte che riportano sui propri passi [l’iniziatica conclusione: ‘ogni elemento U’ NdR].”
E ad un commento così illuminante non si può davvero aggiungere null’altro.



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