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Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

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Scarselli - Elogio della poesia narrativa e poematica

sabato 2 luglio 2005

Da Veniero Scarselli, poeta, navigatore, fisiologo, contadino, che si è “ ritirato a vivere in un casolare dell’Appennino casentinese, nei dintorni di Pratovecchio”, uomo dalla bella vita, di cui è uscito per Bastogi il volume che raccoglie l’opera completa Il lazzaretto di Dio. Rospi aquile diavoli serpenti, ecco una confessione, una scrittura.

Sono un sostenitore della poesia poematica, e come introduzione ad un discorso su di essa mi pare utile raccontare come sono giunto alla scelta di questo genere; infatti ho la sensazione che molti altri si siano trovati sulla mia stessa strada, senza avere il coraggio di percorrerla fino in fondo. Quando, tanti anni fa, decisi ch’era ora di togliere la vecchia roba dal cassetto e di uscire col mio primo libro, Isole e vele, avevo, come tutti, una gran quantità di poesie scritte in varie occasioni di tempo, di luogo e di emozioni. Anch’io infatti ero uno di quelli che scrivono poesie quando “detta il cuore”, quando cioè la mente non ce la fa più a reggere la piena dei sentimenti. Ma non mi andava di pubblicarle qua e là sulle riviste, poiché sentivo che una poesia da sola fosse insufficiente a rendere veramente tutto quello che c’era dentro. Avevo insomma, se pur vagamente, l’idea che pubblicandole insieme si sarebbero aiutate l’una con l’altra a dire quello che una sola non poteva; dunque andavano pubblicate come una raccolta, la cosiddetta silloge. Ebbene, mi è sorto subito il problema di come assemblarle. Con che criterio? Cronologico? Affinità di argomento? Forse esageravo il problema perché sono un perfezionista ossessivo; capisco che la maggior parte non se ne fa affatto un problema. Eppure proprio mi ripugnava l’idea che le mie poesie, pur messe insieme, potessero esser lette singolarmente, magari ignorando le altre e aprendo il libro a caso; mi ripugnava soprattutto l’idea che a tutte quelle poesie messe insieme fosse impedito di esprimere un significato più generale e più alto, ad esempio il senso della vita, o anche solo quello più modesto della mia. Ma poi, diciamola tutta, che titolo dargli? Il solito titolo di fantasia che dà sui nervi perché non ha mai niente a che fare col contenuto del libro, in mancanza, appunto, di un contenuto uniformatore? Mi è venuta allora l’idea di riunirle in modo che componessero una sorta di autobiografia, incastrandole a forza in un filo conduttore più o meno inventato, anche a costo, in qualche passaggio, di doverle modificare o addirittura crearne di nuove come collegamento. E’ venuto fuori quello che ho chiamato un “romanzo lirico”, che manteneva una certa separazione tra una e l’altra poesia come fossero i capitoletti di un vero romanzo. Da allora ho sempre evitato l’imbarazzo di questa operazione, di dover forzare le poesie per farle entrare in un disegno, e decisi una cosa certo più difficile ma più gratificante: che mi sarei sempre inventato prima il disegno, la trama, e poi le poesie da inserirvi.
Lo so, era una pratica da molto tempo in disuso, quella di scrivere poemi o romanzi in versi; ma sentivo che offriva parecchi vantaggi. Vi siete mai chiesti perché il grande pubblico snobbi in modo così eclatante la poesia e preferisca di gran lunga la narrativa? “Perché la poesia è più difficile!” risponde sempre qualcuno. Se è difficile, dico io, dipende solo da noi, dal linguaggio più o meno chiaro con cui ci esprimiamo; scriviamo allora cose più comprensibili, con un linguaggio più piano e corretto, e la poesia non sarà più così “difficile”. Ma se il pubblico preferisce la narrativa, non sarà invece perché la silloge di singole poesie non può avere la presa avvincente della narrativa? Non sarà perché, come dicevo sopra, data la limitata estensione d’una lirica, manca la possibilità di sviluppare un argomento interessante?
Io credo che, per essere più interessanti e invogliare la gente comune a leggere poesia, occorre affrontare, come nella narrativa, un discorso allargato che permetta di trattare in modo coerente e unitario un tema, una narrazione, uno spunto di riflessione. La vera forza della poesia poematica sta proprio in questo, che la materia può essere sviscerata in tutti i suoi innumerevoli risvolti e sfaccettature creando un vero libro, l’unico che contenga potenzialmente gli ingredienti per accendere l’interesse del lettore. Sono sicuro che qualcun altro ha sentito lo stesso mio imbarazzo nell’ordinare le sue poesie in una silloge; tanto è vero che molti le riuniscono in sottogruppi, ognuno con addirittura un proprio titolo, e ci si aspetta allora di vedervi una famiglia di poesie che trattino lo stesso argomento; ma purtroppo trovare un nesso che le colleghi è un evento molto raro, e mi sono dovuto chiedere spesso che cosa avesse indotto l’autore a compiere quella finta suddivisione.
Ma c’è un altro, non meno importante argomento, favorevole al genere della poesia poematica: l’effetto del “vediamo come va a finire”, molto simile a quello sfruttato abilmente dai narratori purché beninteso non si parli dell’acqua calda. Qualcuno sarà scandalizzato che io proponga alla poesia simili trucchi, ma mi dite che cosa può invogliare il lettore comune, oltre ai soliti addetti ai lavori, a sorbirsi una serie di poesie senza capo né coda? Il genere poematico quindi non solo rende più accattivante la lettura, ma soprattutto permette di avere una marcia in più, perché, oltre ai messaggi delle singole lasse, alla fine il lettore riceve un super-messaggio anche dal disegno generale dell’opera; la qual cosa dovrebbe essere, in fondo, l’intento implicito di ogni libro.
Chi sceglie dunque il poema - lirico, epico, o meditativo che sia - è opportuno che lo suddivida in stanze (o meglio “lasse”, se vi si vuol vedere un’eco della medievale “Chanson de geste”). In questo modo si viene incontro al lettore di oggi troppo sclerotizzato sulle comuni sillogi, quelle cioè che senza fare il minimo sforzo si possono aprire a caso su di una singola poesia. Le lasse d’un poema, invece, separano sì i vari momenti, riflessioni, paesaggi, ma senza scollegarli dal filo conduttore; e le pause fra una lassa e l’altra innanzitutto non scoraggiano alla prima occhiata il lettore, come farebbe invece un poema scritto tutto di seguito senza respiro, ma soprattutto gli permettono di soffermarsi a riflettere, o a rileggere.
Prima di finire è doveroso aggiungere una cosa che forse oggigiorno non è tanto ovvia: che tutte le trame e i trucchi di mestiere non serviranno a niente se non si dicono anche cose degne di essere dette. La poesia di oggi non si rinnova solo rinnovando i generi, gli stili, e le forme, ma rinnovando i contenuti; o meglio, affrontando contenuti esistenziali che tocchino profondamente. A che serve la poesia, se non ci aiuta a mettere a fuoco i problemi che spesso, nella superficialità della vita quotidiana, rimuoviamo, o forse neanche sappiamo di avere?

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