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La causalità della casualità

Appunti in margine all’opera di Giulia Niccolai

giovedì 12 maggio 2005, di Chiara Cretella

Ho conosciuto Giulia Niccolai al convegno del Gruppo ’63 che si è tenuto a Bologna nei primi di Maggio del 2003. Non è stata una conoscenza casuale, dovevo incontrarla perché me ne aveva parlato un’amica, che mi aveva precedentemente passato tutta la sua opera omnia, non facilmente reperibile. Arrivavo quindi al convegno già intrisa della lettura di tutti i suoi testi, e ne avevo ricevuto una favorevolissima impressione. La Niccolai è una grande poetessa, e dovrebbe occupare un posto di rilievo nella storia letteraria recente. Si muoveva a disagio tra i colleghi del convegno. Mi sono chiesta se l’entità di gruppo di questa neoavanguardia non sia stata solo apparente. Pochissime le donne, e poche quelle che hanno raggiunto posti di potere culturale, al contrario dei loro colleghi uomini. Alcune sono morte prematuramente, dopo una parabola di ascesi e caduta (1). Ho chiesto a Giulia se all’interno del Gruppo ’63 ci fosse del maschilismo. Mi ha risposto che il maschilismo è imperante, e c’era anche in un gruppo letterario apparentemente apertissimo alle novità. La sua storia d’amore col poeta Adriano Spatola l’ha infatti come stigmatizzata e relegata a quell’esperienza per tutta la critica ufficiale. Le hanno sempre chiesto in che modo la poesia del compagno avesse influenzato la sua. Questa domanda, sottolinea la Niccolai, non viene mai posta ad uno scrittore.
Ho chiesto la stessa cosa ad uno scrittore del Gruppo ’63, e mi ha risposto in maniera opposta. Mi ha detto: «Noi davamo alle donne la possibilità di esprimersi! ». Certo è, ho concluso chiacchierando con Giulia, che all’interno del Gruppo ’63 non si metteva in discussione il ruolo della donna nella scrittura, e la specificità femminile, con tutte le problematiche inerenti alla sua considerazione sociale.
Ma al di là della sua appartenenza all’avanguardia, Giulia ha saputo trovare una sua strada originale e coerente, fatta di sofferenza della pagina, e di cammino personale.

L’opera di Giulia Niccolai si muove attraverso l’avanguardia e la fa propria, ma la supera incamerandola. Sembra quasi che l’esperienza della neoavanguardia, la Niccolai l’abbia usata per i propri fini, quelli di creare una poesia dal sostrato assolutamente nuovo. Il testo si muove a metà tra la poesia visiva e quella sonora, e si viene formando sotto un’abile mano di cesellatrice, come se fosse la naturale evoluzione della parola stessa. L’incontro apparente di più casualità crea la necessità della scrittura. La sua lettura al convegno è stata una delle più riuscite, proprio per questa tensione sonora tra la filastrocca e la battuta di spirito. I suoi testi prevedono il sostrato della risata del pubblico. Se la aspettano perché è la parola stessa che si riflette, e riflettendo su se stessa individua i suoi limiti e le sue strane significazioni parallele (2). Questo movimento crea uno straniamento simbolico nel lettore, una sorta di metapoesia che nasce dalla poesia stessa e rompe gli schemi della lirica ufficiale. È sempre un’operazione difficile contrastare un canone, e nell’esperimento, riuscire a creare un piccolo classico. Giulia ci è riuscita con la forma dei Frisbees, poesie da lanciare come irriverenti battute in mezzo alla folla, attonita dalla polisemia del linguaggio. I frisbees sono brevi componimenti che, fulminei come lampi, illuminano la possibilità di nuove significazioni nelle azioni di tutti i giorni. Sembrerebbe sulle prime una scelta surrealista, ma anche questo non è del tutto esatto. Partendo dalle parole in libertà (Harry’s Bar e altre poesie) Giulia arriva alla poesia automatica (3), fino alla superazione di entrambe. Della prima evita l’aspetto puramente fonologico, ridotto a dato scardinatore della tradizione linguistica precedente, nella seconda non crede alla profonda oscurità dell’inconscio da cui carpire epifanie interiori grazie alla semplice fenomenologia poetica.

Per la Niccolai l’inconscio è, per dirla con Roland Barthes, una camera chiara, dove, come in una fotografia, tutto è impresso indelebilmente. La funzione dell’oblio, che è quella principale della memoria, funziona al contrario nella poetica della Niccolai. La sua memoria si nutre della confusione dell’oggi ma scopre le intricate complicazioni simboliche dell’ieri. Questo modo di procedere avvicina le due tangenti arte-vita fino a farle coincidere. Per questo quando nella mia mente ho cercato un aggettivo per qualificarla, la sola parola che mi è venuta in mente è stata “disarmante”. La Niccolai ha infatti smesso le armi che ti permettono di sopravvivere nell’industria letteraria italiana e nell’intricata rete di relazioni e compromessi sottesa all’affermazione del sé narcisista del poeta. Ha scelto una consapevole autoaffermazione, che le ha permesso di staccarsi dalla mercificazione culturale che avanza inesorabilmente nei nostri tempi (4). Questo percorso faticoso lo ha intrapreso abbracciando il buddismo (Esoterico biliardo). Oggi è una monaca buddista che ha dovuto superare notevoli prove di ascesa interiore per essere eletta tale. Di questo cammino ci parla con passione nella sua opera, ed è proprio il buddismo che ha rivelato a Giulia il senso profondo della sua scrittura. La scrittura si è fatta strumento di conoscenza del sé, e il sé si è fuso con il mondo. La visione interiore è divenuta copia senza macchia di quella esteriore, creando un microcosmo purissimo in cui il lettore si sente avvolto, come da una rassicurante infinità. La sua poesia è divenuta una sorta di “traduzione dalla natura” (5). La teoria delle correspondences di Baudelaire è arrivata così alla sua parabola esistenziale. Come una fede rivelata, la sua poesia ha sciolto il nodo intricato del simbolo cogliendone naturalmente il senso come un frutto maturo. Questo avvincente metodo di ascesa spirituale si è avvalso della ripetizione prolungata dell’infinitum, che distrae la mente razionale dall’egocentrico sistema solare di noi stessi, per arrivare alla contemplazione dell’unicum.
Ecco perché la scrittura della Niccolai è diventata, anche per noi che la leggiamo, un esercizio di meditazione.





Bibliografia di Giulia Niccolai

Il grande angolo (romanzo), Feltrinelli, Milano 1966;
Poema & Oggetto (poesia visiva), Geiger, Torino 1974;
Facsimile (fotografia concettuale), Tau/ma, Reggio Emilia 1976;
Harry’s Bar e altre poesie (1969-1980), Feltrinelli, Milano 1981;
Singsong for New Year’s Adam & Eve (poesia in lingua inglese), Tam Tam, Mulino di Bazzano, 1982;
Lettera aperta (cartella di grafica e poesia), Campanotto, Udine 1983;
Frisbees in facoltà (poesia), El Bagatt, Bergamo 1984;
AA. V.V., Escursioni sulla Via Emilia (racconto), Feltrinelli, Milano 1985;
AA. V.V., Autodizionario degli scrittori italiani, a cura di Felice Piemontese, Leonardo, Milano 1990;
Frisbees (poesie da lanciare), Campanotto, Udine 1994, Premio Feronia 1995;
Stein come pietra miliare, in Le traduzioni italiane di Hermann Melville e Gertrude Stein, Estratto, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia, 1997.
AA. V.V., Incontri di poesia, a cura di Luisa Ricaldone, Trauben edizioni, Torino 2000;
Esoterico biliardo (prosa), Archinto, Milano 2001.





Note

1 - Si pensi a Patrizia Vicinelli e ad Amelia Rosselli.
2 - “Vado spesso a Melano/e vivo tra Milano e Mulino di Bazzano/nel senso di/quindici giorni qua e quindici giorni là/e non nel senso di/Piacenza/che sarebbe a metà strada./Sarebbe ed è 60 km. da Milano a 60 km. da Mulino./Anche Melano è a 60 km. da Milano./ma a 180 da Mulino/essendo Melano a nord di Milano/e Mulino a sud./Questa poesia la sto cominciando a Brescia. (Continua)”. La storia geografica, in Harry’s Bar e altre poesie (1969-1980), Feltrinelli, Milano 1981, pag. 162.
3 - «Mi farò cremare./Coltivare il linguaggio come l’orto. Coltivare l’orto come il linguaggio. Raccogliere i piselli e le taccole mi ricorda la correzione delle bozze./Come gli errori,/non si riesce mai a individuarli tutti./Per svista ne rimangono sempre un paio sulla pianta./Evidentemente/ma/a mia insaputa,/sto cominciando a praticare/la scrittura automatica surrealista/oppure/la scrittura automatica surrealista/sta cominciando a praticare me.» In Frisbees (poesie da lanciare), Campanotto, Udine 1994, Premio Feronia 1995, pag. 27.
4 - «Siamo quasi tutti «fuori di noi». Le nostre menti fluttuano ben al di sopra delle nostre teste, a volte spingendosi in alto come i periscopi dei sottomarini, e noi ci aggiriamo al fondo del subconscio collettivo come squali affamati in cerca di affermazione e di realizzazione. Ma dopo tutto, affermazione vuole semplicemente dire dire di sì e realizzazione vuol dire rendere reale qualcosa attuandola praticamente. Forse che non ci sentiamo reali perché la vita, cosi com’è, ci porta a tradire costantemente la nostra coscienza? Allora dobbiamo avere il coraggio di scegliere, di andare contro corrente e di fenderla la vita, in salita, come fanno i salmoni prima di morire.» In Esoterico biliardo, Archinto, Milano 2001, pag. 30.
5 - Importante, in questo contesto, la traduzione della nostra autrice dell’opera di Gertrude Stein, La storia geografica dell’America, La Tartaruga, Milano 1980, come la stessa Niccolai esplicita in una delle sue poesie: «È viaggiare che porta a fare giochi di parole/o sono i giochi di parole che si fanno viaggiando/o sono le parole che giocano e viaggiando fanno/e dove portano./Si vede si vede eccome si vede/che sto traducendo Gertrude Stein./Ma se sono portata a fare giochi di parole in proprio se continuo a viaggiare e a scrivere poesie/come si farà a vedere finita la mia traduzione di The Geographical History of America./Beh l’inizio c’è già nel titolo e io sono a buon punto. Ora per un po’ sto ferma a Milano/vado avanti con la storia/e anche la poesia (Continua)», La storia geografica, in Harry’s Bar e altre poesie (1969-1980), Feltrinelli, Milano 1981, pag. 163. La riflessione sul linguaggio è determinata anche dal plurilinguismo dell’autrice, ampiamente utilizzato nelle poesie.
6 - «In questa vita mi è stata maestra la «parola». Le parole mi hanno indicato la «verità» delle cose, forse ovvia, ma spesso nascosta o travisata o inflazionata, come nei due esempi che ho appena dato. Ieri sera, dopo aver scritto delle erme, mentre mi preparavo la cena, mi sono sentita sottilmente, ma irrimediabilmente uscire da uno stato di grazia. Non ero più centrata. Ciò che avevo messo sulla carta, quando lo rilessi, non aveva più senso, mi era del tutto estraneo, e poiché avevo faticato, mi ero impegnata, questa sopravvenuta dicotomia tra me e quanto avevo detto, mi faceva orrore. Ma, sia nei momenti di gioia che di grande sofferenza, tento sempre di tradurre in parole ciò che sento, perché il farlo mi aiuta a capire.» In Esoterico biliardo, Archinto, Milano 2001, pag. 30.

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