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06 - Die Fackel e il fiammifero

L’altro papa

Senza stato e capace di inseguire l’utopia.

lunedì 18 aprile 2005, di Adriana Zarri

"Adriana Zarri, ?® stata l’unica donna ammessa ufficialmente, come Uditrice, al Concilio Ecumenico Vaticano II. Ha collaborato, e in parte collabora ancora, con molti periodici scientifici e divulgativi: Humanitas, Concilium, Anna, Rivista di Teologia Morale, Micromega, Avvenimenti, Il Regno, Servitium, La Rocca. Attualmente ?® nota al gran pubblico soprattutto per la sua collaborazione a Il Manifesto (dove cura la rubrica domenicale "Parabole"), e per la sua partecipazione al "Comitato Internazionale 8 Marzo - Donne del Mondo". Tra i suoi libri: Giorni feriali, L’ora di notte, La Chiesa nostra figlia, e, pi?? recentemente, L’uovo e l’anima."
Questo articolo ?® uscito su Il manifesto di sabato 16 aprile. Con un atto un po’ insolito rispetto alle norme editoriali sguardomobiliste, lo riproponiamo qui.

“Santo subito”: il grido popolare (ma soprattutto del popolo giovanile, dei cosiddetti papaboys) ha posto un problema ai cardinali elettori del futuro pontefice. Alcuni auspicano qualche iniziativa per rispondere a quello che era più che un auspicio: quasi una sorta di comando imposto dall’irruenza adolescenziale. Altri invece sono più ligi alle prudenti norme della chiesa che impone un congruo numero di anni per decantare il clima dall’onda emotiva del momento.
Il nuovo papa dovrà quindi occuparsi di questo che non è certo il primo problema della chiesa ma è però il primo dilemma che dovrà affrontare: la procedura da seguire per l’eventuale (da quasi tutti ritenuta certa) canonizzazione di papa Wojtyla e, più in generale, le questioni connesse alla scomparsa di un pontefice dalla grande immagine ma anche dalla controversa azione pastorale. Dovrà certo contenere il fanatismo di cui si sono viste evidenti manifestazioni, anche se questo lo renderà impopolare. Dovrà risolvere i problemi lasciati in sospeso da Wojtyla o da questi risolti in maniera da molti ritenuta errata: vedi sacerdozio femminile, celibato ecclesiastico, morale sessuale, collegialità e via dicendo.
Dopo lo spegnersi dell’ondata di entusiasmo suscitato da Giovanni Paolo II, si inizierà lentamente a riconoscere che il suo è stato un pontificato regressivo, sul piano della dottrina e della disciplina, più allineato con la conservazione curiale che con le aperture conciliari. Occorrerà pertanto ritornare al concilio, smontare l’accentramento pontificio lasciando più spazio alla collegialità. Il nuovo papa dovrà anche affrontare un problema apparentemente banale ma non privo di implicazioni impegnative: come chiamarsi? Giovanni Paolo III segnerebbe una continuità (e un implicito consenso) rispetto al pontefice defunto. Un nome diverso segnerebbe una giusta affermazione della propria indipendenza e identità. Ma quale? Giovanni XXIV sarebbe certo bene accetto alla gran maggioranza dei cattolici e anche laici ma non molto ben visto dalla curia dalla quale peraltro sarebbe bene prendere le distanze. Ma, per far tutto questo, che tipo di papa dovrebbe essere il successore di Wojtyla?
Un papa (lo abbiamo già scritto) di basso profilo: tale da scoraggiare l’enfasi papalista: questo “peccato” tipicamente cattolico che è stato invece incrementato, sebbene certo involontariamente, dalla figura eminente di Wojtyla. Un papa povero e dimesso che scoraggi i potenti della terra e privilegi gli ultimi del mondo: un profilo scontato, per un seguace di Cristo, ma tutt’altro che scontato per il mondo vaticano. Una papa che abbandoni la sede di san Pietro - perno del potere e del trionfalismo curiale - e si trasferisca a san Giovanni in Laterano: la cattedrale della diocesi del papa che è papa proprio in quanto vescovo di Roma. Un tale trasferimento significherebbe il radicarsi nella sede e nella cura pastorale della diocesi - che fa, del papa, il papa - e una salutare mortificazione di un’enfasi universalistica piuttosto astratta perché priva di un concreto radicamento territoriale. Un tale papa non dovrebbe avere stato né capi di stato (e quanti ne abbiamo visti, in questi giorni!) con le connesse strutture diplomatiche che sono proprie dei sovrani. Naturalmente ci sarà chi dice che il papa non sarebbe più libero; al che va risposto che sarebbe libero come ciascuno di noi, non di più perché il di più è un privilegio. Certo la libertà ha il suo prezzo, ed egli dovrebbe pagarlo come tutti: non di più ma neanche di meno. Si dirà che tutto questo è utopia; ma chi ha diritto all’utopia se non il seguace dell’utopia evangelica?

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