Sguardomobile

Scritture di esistenza e resistenza nella società multimedioevale

Home > 03 - Traduzioni > Letterature > Tradurre traduzioni # 1

03 - Traduzioni - Letterature

Tradurre traduzioni # 1

Esercitazioni sguardomobiliste su un sonetto di Petrarca

domenica 29 giugno 2003, di Lorenzo Flabbi

Andata ritorno e controritorno: italiano/inglese/italiano. Tre controtraduzioni della traduzione di sir Wyatt (1503-1542) del sonetto 189 di Petrarca.

Le regole del gioco

Si prende una traduzione di una poesia, preferibilmente senza conoscere nulla del testo originale, se possibile nemmeno l’autore. Quella traduzione la si legge, come spesso si vorrebbe e meno spesso si riesce, come un testo poetico vero e proprio e non come il rifacimento linguistico di un testo dato. E con questo atteggiamento lo si traduce. La curiosità (che oltre alla sensazione di impresa e cimento è il vero motore di operazioni di questo tipo) sta nel confronto tra la traduzione della traduzione e il testo di partenza: il trionfo sarebbe essere riusciti a riprodurre esattamente l’originale e divenire così arditi Pierre Menard, ma più verosimilmente interesserà vedere cosa e quanto ne è restato.

È vero che, come metaforizzava il Caproni traduttore di Char, le monete perdono qualcosa nel cambio, ma è anche vero che a volte, senza la pretesa di fare della traduzione un’arte, ci si può consolare davanti a un oggetto di discreto artigianato che assomigli da vicino all’idea che di lui ci eravamo fatti prima di iniziare a forgiarlo. E anche quando nel raffronto finale i conti non tornano, anche quando dovessimo accorgerci che abbiamo tradotto un ’hill’ inglese con un più massiccio ’montagna’ per scoprire che d’altro non si parlava che del caro colle leopardiano, potremmo comunque almeno trarne delle indicazioni su noi stessi, noi che questo esercizio intraprendiamo, sul modo in cui leggiamo nei termini di forzature e aspettative, di inconsapevoli iperboli e attenuazioni. Quando Omero dice ’mare’ Byron legge ’vittoria’ e Shelley legge ’inquietudine’.
L’esperimento ha alcuni precedenti, da ultimo quello pubblicato sotto il titolo Poesia travestita a cura di Maria Antonietta Terzoli e con la supervisione di Maria Corti, dove raccogliendo una proposta di Montale ai limiti della provocazione si è fatto passare il Mottetto ’Nuove stanze’ delle Occasioni attraverso un complesso e inverosimile viaggio linguistico. Montale aveva preconizzato: rimarrà ben poco. Ma trattandosi di dieci passaggi dei quali il primo dall’italiano all’arabo, possiamo dire che fu facile profeta di una sventura annunciata e, in ultima analisi, ci pare, piuttosto voluta.

Nel nostro caso si tratta di un più semplice viaggio di andata e ritorno, magari meno suggestivo ma almeno più controllabile e dunque fruttuoso di indicazioni più veritiere. Dubitiamo che si possano trarre suggerimenti interessanti da un viaggio con troppe tappe. È naturale che anche la veste di seta migliore si laceri se utilizzata giorno e notte nella giungla. Anche ammettendo che la poesia sia più resistente della lingua che la dice, quella lingua rimane comunque il materiale di cui è fatta la poesia. Una bella veste di seta lisa al gomito è semplicemente una bella veste di seta usata e non saranno troppi i maligni che ci rideranno dietro durante il ballo delle debuttanti. Una veste lacerata non la si può più sfoggiare nemmeno per fare la spesa senza incappare negli sguardi di commiserazione di chi, rivolgendosi a noi, non potrà fare a meno di puntare gli occhi sullo strappo. Meglio dunque pochi passaggi, ledendo il tessuto senza sdrucirlo.

Dunque, in questo caso, un passaggio solo: traduzione in italiano di una traduzione inglese di un sonetto italiano. Il sonetto 189 di Petrarca. Nella traduzione di sir Wyatt.
C’hanno provato tre sguardomobilisti.
Ecco cosa ne è venuto fuori.

Wyatt

Sonnet 189

The lover compareth his stage to a ship in perilous storm tossed on the sea

My gallery charged with forgetfulness
Thorough sharp seas in winter nights doth pass
Tween rock and rock, and eke mine enemy, alas,
That is my lord, steereth with cruelness,

And every oar a thought in readiness,
As thought that death were light in such a case.
An endless wind doth tear the sail apace,
Of forced sighs and trusty fearfulness.

A rain of tears, a cloud of dark disdain,
Hath done the weared cords great hinderance;
Wreathed with error and eke with ignorance.

The stars be hid that led me to this pain;
Drowned is reason that should me confort,
And I remain despairing of the port.

French Arkstone

GB
Sonetto 189

La mia galera carica d’oblio
Per mari mossi e notti in verno passa
Fra roccia e roccia e ahimé il nemico mio
Che è il mio signore crudo dice dove.

E ogni remo un pensiero mi s’appressa
Come il pensier che morte qua sia lieve.
Assiduo vento di sospiri greve
e dei miei orrori straccia leste vele.

Lacrime in pioggia, in nube il buio sdegno
Le logorate corde hanno impacciato;
In errore me ignaro attorcigliato.

Sparite stelle rotte a questo segno!
Annegata ragione di conforto
Io resto - disperando del mio porto


MFSC
Sonetto 189

E’ carica d’oblio la mia galera
va le notti d’inverno tra gli scogli
e il mare aguzzo; il mio nemico
mi conduce, vira senza pietà

a ogni remo è pronto un pensiero
che dice quanto lieve è qui morire.
Infinito è il vento di sospiri,
di tremori che squarciano la vela.

Intrecciate d’errore ed ignoranza
le sartie stanche strema una nuvola
di sdegno nero; piovono lacrime

Sparite stelle che qui mi guidaste
Annega la ragione mio conforto
io resto; più non spero in nessun porto.


LF
Sonetto 189

La mia galera carica di oblio
Su mare mosso di notte invernale
Passa tra roccia e roccia e il duce mio
Che ahimè mi è ostile, governa crudele

A ogni remata un pensiero appresto
Come l’idea che qui morte sia lieve.
Di forzati sospiri e orror funesto
Immenso vento lacera le vele.

È pioggia il pianto, è nube il buio sprezzo
impedimento grave a esauste sartie
intrecciate con sbagli e poca arte.

Si copran gli astri, guida al mio malvezzo!
Annega la ragione, mio conforto,
E io dispero di arrivare al porto.

Ed ecco l’originale di Petrarca

Sonetto 189 (Petrarca)

Passa la nave mia colma d’oblio
Per aspro mare, a mezza notte il verno,
enfra Scilla e Caribdi; et al governo
siede ’l signore, anzi ’l nimico mio;

A ciascun remo un pensier pronto e rio
Che la tempesta e’l fin par ch’abbi a scherno;
la vela rompe un vento, umido, eterno,
di sospir, di speranze, di desio;

Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
Bagna e rallenta le già stanche sarte,
che son d’error con ignoranzia attorto.

Celansi i duo mei dolci usati segni;
morta fra l’onde è la ragion e l’arte,
tal ch’i ’ncomincio a desperar del porto.

Dati personali
Link ipertestuale:

Un messaggio, un commento?

Un messaggio, un commento?

Chi sei?
I tuoi messaggi

Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.