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Penna spiegato a un nemico di Penna

lunedì 27 giugno 2005, di Giulio Braccini

Poeta buhajolo che è anche (almeno per quel consimile di Pasolini) “il più grande [evvai!] lirico [?] italiano del ’900”, Sandro Penna non incontra i favori di Lorenzo Flabbi. Sia la sua manca di virilità, sia il passivismo ispirato dai suoi versi, sia forse il suo sostanziale classicismo -che al Flabbi suona male più o meno come milanismo, o come per me gobbismo di merda- così è, mi pare. E allora, per fargli apprezzare i cori dell’altra curva (quella che canta “è una cosa del tutto naturale”!), provo almeno a sillabargli i miei slogan personali - e Penna glielo spiego io.

Allora. C’è Ariosto. Cos’è Ariosto (qui)? Ariosto è Boccaccio in versi petrarcheschi. La scena di sesso fra Alcina e Ruggiero (carina anche la sua rielaborazione in Small World di Lodge) è un picco di letteratura erotica dalla sostanza oscena (esiste letteratura erotica senza sostanza oscena? boh, la letteratura erotica è roba che non è buona nemmeno per spazzolarselo prima di andare a dormire).

Già il Boccaccio del Ninfale fiesolano (sesso alle pendici di Fiesole fra gli eponimi, peraltro apocrifi, de’borri Affrico e Mensola, lui un po’ terrone, lei ninfa oggetto),
o il Boiardo in svariate scene dell’Innamorato (una su tutte: le sei monte di Brandimarte su Fiordiligi ai margini di un campo di battaglia; eco seriosa e fantascientifica se ne ha nell’Hyperion di Dan Simmons, dove lui si chiama Fedman Kassad ed è un palestinese del futuro, lei Moneta ed è una Mnemosine che viaggia a ritroso nel tempo)
avevano cantato in ottave l’esultanza dei corpi; ma la strabocchevolezza del soggetto e l’essenziale intemperanza dei soggettisti non aveva permesso a nessuno dei due di polire tema e versi, che risultano gustosissimi ma di una pesantezza calviniana (mielosi e pepati come i dolci della Barberia, o come i panforti senesi). Boccaccio voleva dirla tutta e per farlo aveva bisogno della galeotta prosa; Boiardo aggiungeva quel che non entrava nella linearità recintata dell’ottava sotto forma di padano. A entrambi manca quel contrasto -che fa rizzare i peli fra le scapole in Ariosto- fra il cristallo della patina e il fuoco vivo -il rosso della vampa orgasmica che vi brucia sotto.

Poi c’è Penna. Cos’è Penna (qui)? Penna è frammenti di Ariosto in versione pederastica; difficile essere bidimensionali senza offrire una superficie di eventi, ma il Nostro ce la fa: niente storia, solo ariostesca satira con inframezzati (con scansione cubista) quadretti idillico-erotici dalla sostanza degradata. Da accostare, in questo, ad altri due uranismi mediterranei come quelli di Kavafis e Cernuda; narcosi e omosessualità che dànno come risultato, in un mondo ricco di tradizione ma ormai rimbaldo e assolutamente moderno, classicismo frammentato. Lo scenario topico è l’alberghetto alla Simenon (che amava definire le camere ammobiliate, o magari a ore, proprio come “prive di poesia”; e parafrasando Corazzini vorrei dirmi: perché tu le chiami poetiche?), versione europea del motel in cui Humbert viene sedotto e abbandonato da Lolita. I fanciulli di Penna vivono in modo ancora più mediato (e quindi antibanale, torsionato, moderno) quel che è evidente osservando gli efebi di Kavafis: camminano nudi per strade costellate di rovine classiche, in città in cui addirittura (come nella Alessandria anche di Durrell, o d’altronde la Dublino di Joyce) un’enormità di storia è stata fisicamente cancellata dai secoli salvo che per i monumenti fra cielo e terra costruiti con materia più solida del bronzo (ma quello di Durrell è un Verbum davvero troppo verboso, e al Kavafis che si considerava a Itaca o dintorni mancava la capacità compositiva dell’ultimo, per ora, Ulisse). Se Ariosto sussumeva vittoriosamente Petrarca e Boccaccio (una vittoria rotonda e chiusa in sé come un’ottava del Poliziano, ma con una metaforica cobla capfinida verso infinite influenze), come avrebbe potuto il povero, povero Penna assumere in sé (e qual altro poi Sé ce l’ha fatta?) gli ulteriori cinque secoli di capolavori, e letteralmente plurilinguistici, che l’anagrafe gli ha schiacciato sopra? Digerire Baudelaire (per dirne uno) e restituirlo al popolo sotto forma di sé non è più facile che sgranocchiare una lastra di marmo; eppure Penna qualche scheggia ben rimodellata dal suo tenace intestino ce l’ha regalata.

Va detto, da ultimo, che Penna, per affrontare l’impresa, lavorò anche, in modo del tutto conforme al modello ariostiano da me individuato, di elisione anche canonica; magari a ragione (quel che conta è il risultato): c’è un tot e un quid di auctores su cui andrebbe stampigliato, per il bene del consumatore, qualcosa come: INSUSSUMIBILE. E se qualcuno lo avesse eliso dal suo canone, come temo che continuerà a fare i’fFlabbo dopo questa indifendibile apologia, forse avrebbe biascicato, nella sua piorrea, quel che un ignoto ha scritto sul muraglione di una strada di montagna per cui non mi inerpicai tempo fa: Grazie lo stesso.

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